Terremoto Emilia e Italia Centrale: un confronto sul post sisma

Intervista a Walter Baricchi, coordinatore del Dipartimento Cooperazione, Solidarietà e Protezione Civile del CNAPPC, a 5 anni dal sisma dell'Emilia e a 9 mesi da quello del Centro Italia

terremoto emilia

Qualche domanda a Walter Baricchi, coordinatore del Dipartimento Cooperazione, Solidarietà e Protezione Civile del CNAPPC, in un momento in cui la ricorrenza del quinquennale del Terremoto dell’Emilia porta immancabilmente il confronto con la situazione recentissima del terremoto dell’Italia Centrale.

Walter Baricchi, cosa ricordi di allora, dato che eri sul campo fin dalle prime scosse?
A cinque anni dal drammatico evento del 2012 voglio ricordare che è stato il primo impiego sul campo della piccola pattuglia di architetti abilitati con gli appositi corsi promossi dal Dipartimento della Protezione Civile, con un impiego, compresi gli architetti esperienziati, nei 3 mesi di gestione dell’emergenza, di 234 colleghi. Un modello di impiego andato completamente in crisi in occasione del recente sisma Italia Centrale portando alla necessità di una profonda revisione dei compiti e delle procedure di mobilitazione per il rilievo dei danni e verifica dell’agibilità.

Adesso che ti trovi a condividere la problematicità di più fronti aperti, come quello del Sisma dell’Italia Centrale, com’è il grado di collaborazione con le strutture dello Stato?
Sia in occasione del Sisma dell’Emilia che di quello dell’Italia Centrale emerge un profondo disappunto per la totale mancanza di attenzione da parte del MiBACT in merito alla possibilità di impiego per la ricognizione dei danni al patrimonio culturale tutelato, in supporto ai funzionari delle Soprintendenze. Un sordo rifiuto ad ogni confronto e collaborazione che è incomprensibile e vanifica la possibilità di concorso di tecnici professionisti motivati e qualificati. Rispetto all’Emilia dove, tuttavia, gli interventi di restauro e riparazione dei danni degli edifici religiosi sono demandati alla gestione da parte delle Diocesi, in Italia Centrale questi sono avocati direttamente dal MiBACT, togliendo ulteriore mercato ai nostri tecnici. Il CNAPPC è intenzionato ad intraprendere tutte le azioni necessarie per modificare questa situazione.

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Infatti in Emilia la situazione del patrimonio culturale non è facile.
Per il contesto emiliano si rimarca ancora come dopo 5 anni la percentuale degli edifici religiosi effettivamente conclusi sia molto bassa, rimanendo tuttora ampiamente incompleta la ricostruzione del patrimonio culturale, con grave pregiudizio dei valori identitari delle comunità locali.

Quali sono secondo te i principali problemi di questa difficoltà?
Procedure farraginose di mera burocrazia concorrono a rendere molto faticoso e frustrante il lavoro dei nostri tecnici, e si perde spesso di vista la centralità del progetto e le competenze professionali. D’altra parte occorre anche richiamare le carenze emerse nel lavoro di diversi tecnici poco preparati ad affrontare temi di restauro e ripristino danni da calamità naturali, soprattutto per quanto riguarda i beni culturali, cui occorrerà provvedere con adeguate offerte formative.

Dal territorio emiliano si sono innescati da subito un’energia e uno sforzo non banali, che sono ancora il motore attivo della ricostruzione. E nel Centro Italia è esportabile il “modello emiliano”?
Certo che la reattività del territorio e le potenzialità di un’area tra le più dinamiche del Paese e con un’economia di rilievo ha consentito di superare rapidamente molte criticità. Situazione molto diversa invece ritrovarsi nei territori colpiti dal Sisma dell’Italia Centrale già per larga parte marginalizzate e in contesti di forte debolezza strutturale. Difficilmente il “modello emiliano” potrà essere replicato, richiedendo invece un approccio molto diverso che ripensi in modo sostanziale anche i possibili modelli di sviluppo economico.

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