Il Terremoto con Sgarbi, Settis, Portoghesi + Crozza

Roberto Settonce, Lapresse
Terremoto, Crollata la cattedrale di Norcia

(di Marcello Balzani)

Cinque terremoti in settanta giorni.

Quattro regioni coinvolte.

Renzi, Errani e Curcio che mettono in atto tutto quanto è possibile per dare risposte rapide alle popolazioni sotto l’incalzare dell’inverno che avanza: gli alberghi sulla costa subito, poi i container abitativi, mentre si mettono a bando le casette di legno entro la primavera. La ricostruzione sarà la fase 4.

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Una grande estensione territoriale con molte realtà minori coinvolte e oltre settantamila richieste di verifica di agibilità, che dimostrano come l’esigenza della consapevolezza del danno venga dopo la coscienza del rischio.

La diretta sulle zone colpite in questi giorni, dopo l’ultima potente scossa di domenica 30 ottobre, ha ancora di più accentuato la condivisione con il dolore della gente, la percezione di una realtà quotidiana che va in frantumi, di uno stato di fragilità latente e insopportabile che rende difficile comprendere come possa accadere ancora tutto ciò.

E sempre, nello sfondo di ogni ripresa e tra le parole sentite riverberare mentre le informazioni scorrono, tutto rimane immerso nella comprensibile atmosfera fatalistica innescata dalla tragedia naturale che travalica ogni condizione umana. Poi, la sera di martedì 1 novembre, iniziano a prendere spazio i programmi che cercano di entrare nel merito delle cose, di sentire opinioni, di tracciare alcuni confini.

A Ottoemezzo Lilly Gruber invita Vittorio Sgarbi con Aldo Cazzullo e Flavia Perina sul tema: “Terremoto, cosa abbiamo perduto”. E Sgarbi apre il dibattito affermando che abbiamo perduto un pezzo di Italia che gli italiani non conoscono. Ci ricorda come siano due le parole che segnano “l’equivoco culturale” di questo momento: la parola prevenzione (che, afferma Sgarbi, è una “storica bugia”) e la parola rimpianto per il grande patrimonio artistico perduto che “quando non era perduto nessuno ha visto”.

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Per Sgarbi, quando arriva il terremoto, “nessuna messa in sicurezza serve a nulla” mentre l’unica parola “che si deve dire, e nessuno l’ha detta fin qui in maniera radicale, è: ricostruzione. Perché l’Italia è una grande civiltà di ricostruito. (…) La prevenzione sono le balle alla Carandini: se avessero fatto la prevenzione sarebbe stato un danno del 20%… ma che discorso è! Se arriva il terremoto non guarda in faccia a nessuno!”. Per nota ricordo che Andrea Carandini è un famoso archeologo, Presidente del FAI, che ultimamente ha affermato come risulti a questo punto non procrastinabile intervenire preventivamente secondo il Piano nazionale del rischio sismico.

Nello scorrere della trasmissione Sgarbi continua a perorare, con esempi vissuti, che mettere in sicurezza la propria casa rende tutto ancora “più peggio di prima” e snocciola elenchi di interventi di messa in sicurezza che non sono serviti a nulla.

Comunque il dibattito continua sulla bellezza (Perina), sulle attività economiche agroalimentari bloccate (Cazzullo) e sui tanti soldi che ci vogliono per ricostruire (Gruber), e scatta quindi, come vuole il programma televisivo, il punto di Paolo Pagliaro, che parte da cinquantanni fa per ricordarci quanti soldi in stanziamenti ci sono costate (e ci costeranno!) le ricostruzioni: 9.9 miliardi di euro (Valle del Belice in Sicilia 1968), 18 miliardi (Friuli Venezia Giulia 1976),  52 miliardi (Irpinia 1980), 13,5 miliardi (Marche ed Umbria 1997), 1,5 miliardi (Molise e Puglia 2002), 26 miliardi (Aquila 2019 e Emilia 2012).

Il totale supera i 120 miliardi di euro. Una cifra che farebbe inorridire anche il nostro Senatore a vita Renzo Piano, che ha presentato alcune idee sul progetto Casa Italia con un’investimento di gran lunga molto molto più piccolo in prospettiva decennale.

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Quindi? È meglio rimanere sepolti dal fatalismo di Vittorio Sgarbi o cominciare ad immaginare un progetto di ricostruzione che veda finalmente attivarsi anche la prevenzione, attraverso una diagnosi diffusa e cosciente del grado di sicurezza sismica dei fabbricati costruiti?

Passano alcuni minuti e, se si aspetta l’avvio del programma diMartedì di Giovanni Floris, in cui sono ospiti tra l’altro Salvatore Settis (in diretta da New York) e Paolo Portoghesi (in studio), si raccolgono altre chicche.

Settis non ha fiducia sul governo e sulla politica di ricostruzione: la salvezza e la messa in sicurezza del territorio sono una non-verità con cui tutti i governi degli ultimi cinquantanni si sono confrontati puntualmente dopo ogni catastrofe naturale senza dare nessun reale seguito concreto a tale presa di posizione. E “anche questo terremoto dimostra un’incapacità di prevedere che è veramente colpevole”.

È una realtà che non si vuole affrontare perché, come dimostrano i numeri, vale economicamente (in chiave politica) molto di più giocare sulle cifre delle ricostruzioni che scegliere la strada della manutenzione controllata, della prevenzione consapevole e della messa in sicurezza strutturale e idrogeologica. Un argomento che Settis connette anche al dibattito sulla riduzione dell’evasione fiscale (che permetterebbe il recupero di molte risorse) e sulla riforma della Costituzione nel ridimensionato ruolo dei poteri, citando la famosa frase di Brecht “quando il popolo non piace al governo il governo abolisce il popolo e se ne cerchi un altro”.

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Portoghesi accende un’altra luce recuperando l’immagine delle comunità, del valore storico ma anche sociale dei luoghi e di come il progetto, oggi più che mai, risulti centrale nella definizione di un nuovo contesto in cui ricollocare gli aspetti della vita (abitativa, culturale, economica, turistica, produttiva). Un argomento fondamentale, quello della qualità del progetto integrato, che si è visto determinante soprattutto nella programmazione degli interventi e nel rapporto con la variabile tempo:

  • il tempo della ricostruzione che lascia la possibilità alle nuove generazioni di realizzare una propria scelta su questi territori colpiti;
  • il tempo, che non deve essere troppo lungo, per non innescare un secondo abbandono, dopo quello già avvenuto negli anni scorsi, che ha determinato un primo grado di spopolamento.

Poi arriva Crozza e interpreta l’immagine di quel Paese Italia “un po’ rattrappito, spaventato, di cattivo umore” (Aldo Cazzullo) che sente forte l’azione continua non della magnitudo ma dei magno-tudo, un Paese che si unifica coralmente quando c’è la necessità di montare le tende ma non per agire da vera comunità quando le catastrofi non ci sono: “tutte le volte cadiamo dal pero” e sembra che non ci interessiamo veramente di noi stessi.

E forse, tra i sorrisi amari del comico genovese, si nasconde una qualche verità.

In fondo, come ricordavo all’inizio di questo reportage dell’ultima ora, è innegabile che nel nostro Paese, e per la maggioranza dei cittadini, l’esigenza della consapevolezza del danno venga dopo la coscienza del rischio. Ed è proprio questo binomio che deve essere ribaltato, iniziando finalmente a parlare senza difficoltà delle nostre case, del progetto di messa in sicurezza, di noi stessi.

È un’azione didattica totalmente nuova in cui la città diviene educante.

È un’azione che chiede di dire e di raccontare la verità.

 

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Nell’immagine, La facciata della basilica di San Benedetto, Norcia, 30 ottobre 2016 (Roberto Settonce, Lapresse), da Internazionale.

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