Una strada a Bettino Craxi o a Dario Fo?

Una strada a Bettino Craxi o a Dario Fo?

(di Marcello Balzani)

Dare i nomi… (un po’ come dare i numeri). Attribuire i nomi alle strade e alle piazze… Sovrapporre la città dei morti sulla città dei vivi… Perché la toponomastica è ancora un campo (estremamente) minato della politica?

Il tema, quello della città mitologica e produttrice di leggende e di storie, è sempre stato centrale; basterebbe rileggere quelle bellissime pagine di Juri M. Lotman in “La semiosfera” (Marsilio, 1985): “Le costruzioni architettoniche, i riti e le cerimonie cittadine, il piano stesso della città, i nomi delle strade e migliaia di altri relitti di epoche passate agiscono come programmi codificati, che rigenerano di continuo i testi del passato storico. La città è un meccanismo che riporta di nuovo in vita di continuo il passato, il quale ha la possibilità di cambiarsi col presente come se passato e presente fossero su un piano sincronico. In questo senso la città, come la cultura, è un meccanismo che si contrappone al tempo.

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Quando lo Stato Unitario giunge a governare le città dello Stato Pontificio, i nomi delle strade, dedicate ai santi, vengono traslati ai nuovi eroi italiani, quelli del recente Risorgimento oppure quelli recuperabili in un passato rinascimentale meno contaminato dalla sacralità religiosa. Pochi decenni dopo, quando lo Stato Fascista arriva a ridisegnare molti tessuti dei centri storici italiani, le strade cambiano ancora e le lapidi stradali sono destinate alla celebrazione del Ventennio mussoliniano sia nei loro nomi che nelle loro date.

Nel Secondo Dopoguerra la toponomastica urbana trasforma ancora il proprio volto scritto e strade, corsi, viali, piazze e piazzette, devono proporre la memoria dell’ultima narrazione, quella della Resistenza e della Liberazione. L’Italia si ricostruisce e cresce e viene il tempo degli eroi della politica dei blocchi ideologici contrapposti, che dagli anni Settanta entrano di diritto a far parte della città dei morti. Insomma, il dibattito è sempre stato durissimo e se si ha ancora il coraggio, e il desiderio, di sfogliare qualche archivio comunale del passato si troveranno scontri dai toni quanto mai accesi per difendere una posizione culturale (politica) rispetto ad un’altra.

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Ma poi cosa è successo?

Quando la città e la società si sono tecnicizzate tutto è cambiato. Scrive sempre il Lotman: “In questo senso la cultura e la città sono opposte. Nella cultura funziona tutto il suo spessore, nella tecnica soltanto l’ultimo strato temporale. Non è casuale che la tecnicizzazione delle città, che si è impetuosamente affermata nel XX secolo, porti inevitabilmente alla distruzione della città come organismo storico”. Ecco che ai nomi delle strade a mala pena si aggiunge un sottotitolo riconoscibile, esponendo i più alla famosa domanda di manzoniana memoria: “Carneade chi era costui?Nessuno riconosce più nessuno. La memoria è fragile e la creazione mitologica si disperde nell’amnesia collettiva.

A Milano il Sindaco Giuseppe Sala propone di dedicare un luogo urbano a Bettino Craxi. Bisogna anche ricordare che la Destra italiana da parecchi anni prova con Giorgio Almirante… Ribattono i Cinquestelle lombardi: “Una via di Milano va intitolata a Dario Fo. Craxi lasciamolo ad Hammamet”.

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Chi ha ragione?
È passato sufficiente tempo?

Per rispondere recupero dal pozzo della mia memoria un piccolo testo poetico dal titolo “Leggenda”, appropriato a questo editoriale, che Jorge Luis Borges inserisce nel 1969 all’interno sua raccolta “Elogio dell’ombra”. Sono poche righe in cui il poeta argentino racconta di un incontro impossibile ma straordinario, quello di Abele e Caino nel deserto dopo la morte di Abele. Caino, vedendo sulla fronte di Abele la ferita inferta, chiede di essere perdonato del suo delitto. Abele non ricorda cosa è successo, chi ha ucciso chi, sa solo che i due fratelli sono insieme come prima, lì nel deserto.

Allora Caino capisce che “dimenticare è perdonare”.

La città ogni giorno vive con i nomi imposti o attribuiti, poi possiede anche i nomi che la gente, le persone reali, danno ai luoghi e alle loro storie. A volte, noi architetti, vorremmo che la politica comprendesse che per aggiungere o cambiare i nomi delle strade di Milano forse sarebbe più utile rilegge “L’Adalgisa” di Carlo Emilio Gadda o alcune pagine educative di “Addomesticare la città” di Giancarlo Consonni… così, tanto per cercare di capire cosa è avvenuto e che forse non avverrà più.

Comunque Dario Fo va benissimo: la città artificiale è adattissima a produrre miti!

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