Spazio (porno-erotico) architettonico

spazio (porno-erotico) architettonico

Basta immergersi nella rete web e appare subito evidente quanto ogni cosa sia intrisa di corporeità. Il corpo prevale. Ma non nella forma relazionale e collaborativa che le società umane nelle diverse declinazioni sviluppate sul pianeta richiederebbero, bensì nella forma oggettuale. Oggetti che propongono azioni e azioni (o comportamenti) che richiedono oggetti e sistemi di oggetti (Baudrillard) per svilupparsi. Secondo l’approccio strutturalista, ogni struttura (di linguaggio, come di opere o realizzazioni) non si definisce senza l’assegnazione di un oggetto, capace di percorrere incessantemente tutte le serie in cui la struttura si definisce e soprattutto si sviluppa e ramifica. Questi oggetti posseggono un ruolo tra l’immaginario e il simbolico. Gli elementi simbolici dell’inconscio rimandano a movimenti libidinali (direbbero alcuni allievi di Lacan) del corpo, incarnando la specificità di ogni struttura che diviene, per così dire, psicosomatica (Deleuze), attitudinalmente rivolta ad alcune categorie.

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Lo spazio in tutto questo ragionamento ha un ruolo determinante. Non solo in rapporto ai meccanismi posizionali delle parti-componenti (elementi) nella struttura (argomento che da architetti si conosce molto bene e che anche Cesare Brandi ci ricorda nel suo celebre Struttura e architettura del 1967) ma anche in relazione alle forme di scambio che il corpo (come l’architettura) determinano. Il linguaggio virtuale, ad esempio, così importante nella contemporaneità, inventa quello che per Joyce o Lewis Carroll sono le parole-baule, ovvero parole a doppio senso (o a non-senso) in cui alimentare la circolazione dei significati. Parole/elementi/oggetti ubiqui, in perpetuo spostamento nelle serie dei componenti, simultanei, che, come nei “giochi hanno bisogno della casella vuota senza cui nulla avanzerebbe o funzionerebbe” (Deleuze). Il virtuale fa sì che la struttura si rappresenti come un “serbatoio o un repertorio di componenti ideale” (Lévi-Strauss) dove tutto coesiste virtualmente. Provate dopo questa definizione ad immaginare la struttura del BIM (Building Information Modeling) e la sovrapposizione non apparirà tanto peregrina.

Quindi: tutto è corporeo, tutto è struttura, tutto è virtuale.

Quando scrivo tutto, ovviamente, penso allo spazio del web e forse vorrei scrivere soprattutto, per la maggioranza dei casi… Ma poi cosa succede nel rapporto con il reale? Mi viene in aiuto (e questo è il motivo anche del titolo dell’editoriale, che ora si svela) il numero 1212 (7/13 luglio 2017) della rivista Internazionale, che dedica la copertina e una serie di articoli interni a “Il catalogo dei desideri. L’immaginario sessuale oggi nelle statistiche del più grande sito porno del mondo”. Dato che Pornhub, il sito per adulti più grande del pianeta, ha festeggiato il suo decimo compleanno, ha deciso di pubblicare alcune statistiche estratte dal suo immenso archivio di visitatori (con 75 milioni di utenti al giorno è il quarantesimo sito con più traffico del mondo) ed è incredibile vedere il grado di espansione e di esplorazione per genere e fasce di età. “Su internet c’è una massima”, ci ricorda Maureen O’Connor del New York Magazine da cui è tratto l’articolo su Internazionale, “chiamata regola 34, che dice: «Se qualcosa esiste, c’è anche in versione porno» Senza eccezioni. E credo che oggi, nell’epoca del porno on-line, dovremmo creare una nuova massima, che potremmo chiamare regola 35: se qualcosa c’è in versione porno, qualcuno proverà a farlo a casa. E inevitabilmente, dopo averlo provato, ne farà un video e lo metterà su internet”. Il sito Pornhub raccoglie più di 10 milioni di video e ogni anno aumenta con una progressione logaritmica l’incredibile dimensione del suo archivio.

La casa si trasforma (virtualmente) in spazio corporeo

La casa (o gli infiniti luoghi confinati dell’abitare, del lavorare, dello studiare, dello svagarsi, ecc. in cui poi si declina la creatività sessuale nell’attuale periodo di “rinascimento erotico che non ha precedenti nella storia del genere umano”) non è indenne dagli effetti dei movimenti libidinali indotti dalle nuove e sempre più ammiccanti e sensuali macchine desideranti (Deleuze e Guattari). Pensare che lo spazio architettonico, soprattutto quello racchiuso, non abbia una relazione con tutto ciò è assurdo. Lo spazio architettonico tende ad essere (con le mode, gli oggetti, gli stili, le archistar) sicuramente feticista, il più delle volte voyeurista (introspezioni), molto spesso (nel rapporto sbilanciato tra forma/funzione) anche perverso e sado-masochistico (segregazioni e contenimenti). E sono solo alcune delle tante categorie del porno con cui si declina l’immenso immaginario scatenato e scatenante nell’on-line.

L’impressione che se ne ricava, e che anche Maureen O’Connor del New York Magazine riporta, è che l’effetto di contatto con la realtà (virtuale) acquisita nel porno on-line produca irrimediabilmente anche una trasformazione dell’approccio al reale. Se “il porno non è un mero agente casuale del modo in cui facciamo sesso: è diventato un laboratorio dell’immaginazione sessuale, e come tale ci offre la chiave di lettura di una coscienza sessuale collettiva in rapida evoluzione” anche lo spazio (che è involucro, contenitore, scena e contesto di tali esperimenti tra l’immaginario e il simbolico) è molto probabile che porti con sé strutturalmente tutte le qualità e i caratteri di tale evoluzione.

Il problema, se è un problema (forse non lo è, ma va comunque analizzato il fenomeno), è che nel web, come la sociologia insegna, “le persone imparano a volere quello che vedono”. Si innesca, con una rapidità impressionante visto il numero dei visitatori, un bisogno attraente (spesso troppo easy e non sempre smart) che condiziona il rapporto con il reale.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con Leonardo, Alberti e Francesco Di Giorgio Martini, neppure con “Corpo e Spazio” (Heiddeger, 1964) o con “Esistenza, Spazio e Architettura” (Norberg-Schulz, 1971) ma forse può trovare qualche intersezione con l’architettura ricombinate di Benjamin H. Bratton con i suoi ibridi di corpo-architettura (immaginati quando ancora le biotecnologie e l’ingegneria genetica, genomica e transgenica non influenzava il nostro presente). Per Bratton (che succhia lo spazio iperzoico di Karl Chu, penetra nella casa embriologica di Greg Lynn e nelle speciazioni architettoniche e allogeniche di Marcos Novak), l’architettura si può riprodurre sessualmente. E c’è da domandarsi di che sesso sia l’architettura, e quali differenze di genere posseggano materiali e forme, e se possa esistere una bio-sessualità architettonica come umana: “il corpo mangia lo spazio, così come lo spazio mangia il corpo. Questo circuito onnivoro si intensificherà soltanto quando arriveremo a renderci conto – per ragioni pratiche e affettive – di un’architettura che si può letteralmente mangiare” (Bratton). L’ossessione famelica è un’altra caratterista del porno on-line, che con il gioco dello spazio-vuoto (sempre da riempire di qualcosa) alimenta l’insorgere di nuovi bisogni e quindi la circolazione (degli oggetti significanti) e la navigazione della struttura.

Se con il web “le persone imparano a volere quello che vedono” sarà sempre più importante, senza scandalizzarsi del grado di oscenità incredibile che questa tipologia di contenuti determinano, descrivere, comprendere e valutare la relazione con questa coscienza collettiva in espansione, e con un atteggiamento di ricerca alla Alfred Kinsey iniziare a “squarciare il velo” sul nuovo rapporto che si sta instaurando tra corpo/spazio/architettura.

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