Sismabonus e cultura sismica, una riflessione

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In questi ultimi mesi molti ordini professionali di architetti ed ingegneri stanno offrendo ai loro iscritti delle giornate di formazione sulla tematica dell’applicazione del Sismabonus. È un incentivo economico che dovrebbe stimolare e facilitare i cittadini in merito alla consapevolezza del rischio sismico. Ma perché questo rischio non è percepito? Cosa rende l’Italia un Paese con una cultura sismica inferiore a quella del Cile?

Chiunque può valutare cosa è successo solo negli ultimi cento anni, da quel terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 che rese evidente, con la tragedia dell’impressionante numero di vittime, l’importanza di definire come e dove graduare la sismicità dei territori italiani. Un’evidenza che Giuseppe Mercalli aveva già intuito e descritto proprio in quegli anni. Ma la logica di attribuire il rischio di sismicità alle province che avessero subito un terremoto e procedere con questa classificazione ex post ha sicuramente contribuito a generare nell’inconscio collettivo della popolazione italiana un senso di apparente sicurezza (“qui dove vivo io non succede, succede sempre da altre parti”) rispetto ad una realtà che andava progressivamente ampliando il quadro di rischio e di vulnerabilità praticamente a tutta la penisola, Sardegna esclusa.

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In un momento di crisi economica come quello attuale, in cui la proprietà immobiliare definisce per molte famiglie l’ultimo tassello di minima ricchezza (sudata e soprattutto tassata) è più che comprensibile come possa risultare essenziale definire un livello minimo di sicurezza da perseguire attraverso interventi di miglioramento e di adeguamento sulle costruzioni esistenti. Costruzioni che, come si è detto tante volte, si presentano portatrici di una criticità generazionale, ovvero di un peccato originale, costituito dal periodo storico (e quindi anche dal punto di vista del modello costruttivo e delle normative vigenti in quel periodo), che determinano una situazione molto complessa.

In realtà solo il 20% circa del patrimonio edilizio italiano è antico (i famosi centri storici), cioè è stato realizzato prima del secolo scorso. Tutto il resto è stato costruito dopo. Un po’ durante le due Guerre. Moltissimo (circa il 35%) dal Secondo Dopoguerra fino agli anni Settanta. Un altro 20% circa in quel decennio felice degli anni Ottanta, e tutto il resto fino ad oggi. Se poi si aggiunge a questo dato anche quello del recente intervento incongruo sul patrimonio più antico, il quadro diviene ancora più sconfortante.

Infatti, come dimostrano alcuni dati dell’ultimo terremoto dell’Italia Centrale, molte unità fabbricative sono collassate non solo per la vetustà dei materiali o per la povertà delle tecniche costruttive, ma anche per interventi di ristrutturazione incongrui e incompatibili con la sicurezza strutturale dell’edificio. Un atteggiamento della proprietà e del tecnico di fiducia che ne segue pedissequamente i desiderata, che si conosce molto bene e che ha portato negli anni a produrre dei tessuti urbani molto fragili. Un esempio? Si pensi alla perdita dei muri di spina nei piani terra di morfologie urbane a schiera nei centri storici, in cui l’interesse commerciale del piano a livello generava una trasformazione a negozio che aspirava ad un maggior spazio espositivo. Un atteggiamento individuale che produce una vulnerabilità di comparto e di unità minima sempre più estesa.

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Un altro esempio? Le bucature, di tutti i tipi e per tutte le ragioni (arredi, impianti, aperture allargate) che, anche se cerchiate, non definiscono una qualità complessiva come quella preesistente del setto murario. Ma si potrebbe continuare parlando di solai, di tetti e di coperture, di aree di pertinenza, ecc. Tutto questo ovviamente concessionato e/o autorizzato: non si vuole estendere il confronto aprendo anche al settore dell’abusivo, perché allora la situazione (che spesso si riconosce solo quando si prova a vendere o a comprare casa) si complica ancora di più. Perché nel profondo del proprietario immobiliare medio italiano c’è sempre l’idea che “a casa mia posso fare quello che voglio”. Che dentro le mura persista una libertà d’azione che deve essere acquisita, perché “se lo fanno gli altri perché non lo posso fare anch’io?”.

Ma non voglio intersecare questo aspetto di connivenza di comportamenti illegali tra proprietà, professionisti tecnici ed imprese edilizie ed immobiliari, perché il ragionamento ci porterebbe su un altro piano, ricordando le lunghe stagioni dei condoni, ecc. Resta comunque il fatto che anche questo sentire comune ha permesso negli anni di non sviluppare quella cultura sismica che un paese industrializzato con terremoti certificati da più di duemila anni doveva, a questo punto, possedere.

Se si guarda la realtà, chi ha scelto di intervenire nella sua proprietà con una buona manutenzione e un miglioramento strutturale viene normalmente penalizzato. C’è chi non conosce neppure il periodo di costruzione della sua casa e ha sicuramente utilizzato il condono degli anni Ottanta, e che non fa mai manutenzione. Un soggetto tipico che può essere confrontato con chi ha compreso che la sua casa è stata costruita prima delle normative antisismiche, ma che ha pensato di installare un cappotto, pensando di sfruttare l’Ecobonus, ma si è guardato bene di ragionare sulla struttura dell’edificio. Poi c’è anche (più raro) il cittadino proprietario che, coscienziosamente vedendo cosa capitava durante gli ultimi terremoti in molte parti d’Italia, ha investito ciò che risparmiava negli anni sulla casa per renderla più sicura. Con Andrea Barocci, Consigliere dell’Associazione Ingegneria Sismica Italiana e Coordinatore della sezione Norme Certificazioni e Controlli in Cantiere, ne parlavo durante l’ultima giornata di formazione Smart Swap Building, che si è tenuta a Cesena nei giorni scorsi, durante un confronto con molte categorie professionali (architetti, ingegneri e geometri). Ed era interessante valutare come, in effetti, il profilo del cittadino più coscienzioso sia sempre stato penalizzato in questo Paese.

Con il Sismabonus qualcosa sta cambiando. Sicuramente la Legge di Bilancio 2017 (n. 232 del 11 dicembre 2016) ha messo in condizione di ampliare la finestra temporale in cui poter applicare ed utilizzare la detrazione d’imposta arrivando fino a dicembre 2021. Una possibilità che rende fattibile anche l’intervento strutturale, che normalmente ha un iter autorizzativo e realizzativo più lungo. Poi si è esteso l’ambito di applicazione del bonus fiscale anche alle zone sismiche 3, cercando di far comprendere ai cittadini che l’Italia è tutta sismica (a parte la Sardegna) e che (come si è potuto ahimè valutare troppe volte) anche in zone a medio-bassa pericolosità i danni provocati da un terremoto (anche di non grande entità) possono essere rilevanti.

Perché poi i cittadini non abbiano scuse in merito al potenziale di applicazione, si permette di comprendere nel Sismabonus anche le seconde case e gli insediamenti produttivi. In questo sono stati d’esempio il Sisma dell’Emilia del 2012 e l’ultimo in Italia Centrale. E poi la norma inserisce la possibilità di detrarre dall’imposta anche le spese tecniche effettuate per la classificazione e verifica sismica degli immobili. Ma la cosa più importante rende possibile la cessione del credito d’imposta oltre che alle imprese di costruzioni anche a soggetti terzi (a patto che siano privati ma non istituti di credito). Infatti a questo proposito l’art. 1 del D. Min. Infrastrutture e Trasporti n° 58 del 28 febbraio 2017, che stabilisce le linee guida per la classificazione del rischio sismico delle costruzioni e le modalità per l’attestazione, da parte di professionisti abilitati, dell’efficacia degli interventi effettuati, entra nel merito di quest’ultimo ragionamento, che poi il D. Min. Infrastrutture e Trasporti n° 65 del 7 marzo, riprende per altre correzioni formali sui ruoli dei professionisti abilitati.

Non voglio entrare nel merito della norma, che è stata ampiamente descritta e dibattuta, quanto piuttosto porre alcune domande in merito al cambiamento che viene a generare. Prima di tutto si apre, per la prima volta, un percorso che si muove verso la prevenzione e cerca di dire ai cittadini proprietari “Io Stato ti offro la possibilità di intervenire per tempo, se non lo fai poi non chiedere di essere risarcito dai danni del sisma se eri in condizione di intervenire”. Poi c’è un altro ragionamento importante e riguarda la classificazione sismica. Per la prima volta si tenta di aggiungere a quella energetica l’esplicitazione di un grado di conoscenza e di consapevolezza che entra nell’intimo del fabbricato, ovvero nella sua struttura e nel suo modo di essere stato costruito e mantenuto. Non è cosa da poco e cambia radicalmente il ragionamento sul valore della proprietà immobiliare, che è sempre stata fortemente interconnessa al valore del suolo e alla posizione. Una rendita di posizione che poco o nulla aveva a che fare con la qualità edilizia, architettonica e strutturale. Se questa certificazione verrà connessa e resa obbligatoria al passaggio di proprietà, come dovrebbe essere, se ne vedranno delle belle.

Succederà veramente qualcosa di nuovo? Non è dato saperlo con certezza ma forse potrà essere l’occasione, anche per l’Italia, di apprendere un po’ di Cultura Sismica.

Sisma Bonus: prontuario tecnico e fiscale

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Roberto Cornacchia, 2017, Maggioli Editore

Il prontuario è uno strumento operativo a supporto del tecnico per avere sotto mano tutte le informazioni tecniche e fiscali relative alla valutazione del danno sismico e alla recente normativa, introdotta dalla legge di stabilità 2017 relativa al Sisma Bonus: il pacchetto di...



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