Scrivere e disegnare sulla pelle (del corpo)

disegnare sulla pelle

Argomento estivo, il tatuaggio, non solo per l’evidente esposizione dovuta all’intensivo spogliamento corporeo, ma anche per i fiumi di parole che si scrivono e che si sono scritti sulla tematica. Un fenomeno dalla diffusione virale, effetto di una nuova malattia dermatologica che attecchisce prima nel cervello delle persone per poi propagarsi lungo la superficie di tutto l’involucro corporeo.

Al di là dei riferimenti storici o più semplicemente modaioli è interessante invece cercare di estrarre alcuni caratteri architettonici del fenomeno sociale che ha attecchito in ogni genere, età, categoria di persona al punto tale che i “non tatuati” stanno diventando una rarità antropologica, un esempio di paleo-biodiversità in via di estinzione. L’infezione agisce non solo per contatto, come è ovvio dato che si tratta di epidermide, ma anche (e forse soprattutto) percettivamente, proprio per la connessione tipologico-spaziale che la messa in risalto (operando con il contrasto cromatico) del segno-disegno determina sul tessuto (supporto) corporeo.

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In queste pagine digitali ho già avuto modo di ricordare la straordinaria connessione (termica, energetica, dinamica, significativa, prossemica, comunicativa, ecc.) che si realizza costantemente tra le 3 pelli (la prima quella corporea, la seconda quella dell’abito che scegliamo di portare, la terza quella dell’edificio che ci contiene). Un’intersezione che è anche nel linguaggio, dato che le radici di abito e abitare sono le medesime. Senza entrare poi nel rapporto tra posturalità e spazialità, tra ritmi circadiani/infradiani/ultradiani e corporeità, è importante ricordare che l’epidermide e il derma umani non sono un rivestimento insensibile come una muta o una guaina ma un vero e proprio organo esteso (oltre 2 metri quadrati) dalle molteplici essenziali funzionalità (protettive, osmotiche, respiratorie, di sensibilità, di controllo, ecc.), che tecnologicamente si cerca di imitare da secoli in architettura con l’innovazione di coatings nanostrutturati e micro buffer termici.

Tra questi poteri sicuramente quelli che si collegano di più con quanto si sta scrivendo, sono invece costituiti dai caratteri sessuali e mimetici, che la pelle (un po’ in tutti i mammiferi, ma non solo) sviluppa ed indentifica. Insomma, se a tutto ciò aggiungiamo alterazione e degrado (esattamente come per le superfici architettoniche) correlati ai (più o meno naturali) processi di invecchiamento o di mutazione (soprattutto nella colorazione) all’esposizione solare, ci si rende conto che si avrebbero già fin troppi argomenti su cui poter cucire interessanti correlazioni.

Dalla forma rituale del tribalismo primitivo al tatau della Polinesia di James Cook si arriva ai giorni nostri in cui lo sviluppo della geografia ubiqua del web rende anche la pelle una straordinaria nuova infinita mappa geografica: un immenso lenzuolo di carne veramente incredibile. Qualcosa di simile al grande libro sferico di Borges in cui tutti scrivono e tutti sono scritti, se si potessero cucire insieme (come dei fogli di un volume) i molteplici gusci che incessantemente e (a volte ossessivamente) accarezziamo, modelliamo e trasformiamo cambiando pelle.

Il contagio percettivo è potente perché sfrutta dei processi seduttivi (J. Baudrillard, “Della seduzione”, 1979) tipici della superficialità fino quasi al travestimento. A volte si innesca qualcosa di simile ad un processo collezionistico, che, come per quanto riguarda il miglior atteggiamento kitsch applicato alla confortevole e rassicurante (autoprogettazione) d’interni, mette ordine (apparentemente) un altro disordine (emozionale ed interiore). Altre volte vengono a modificarsi le unità semantiche (R. Barthes, “Il sistema della Moda”, 1967) dell’indumento naturale trasferito, come per decalcomania, attraverso impronte significanti sull’abito e sullo spazio.

Ma l’approccio più interessante risiede proprio nella totale sconnessione simbolica. Una traslazione concettuale che mima quella spaziale. Molte persone non sanno nulla o quasi di ciò che si tatuano. Non conoscono gli alfabeti scritti (diversi dal nostro), che vengono selezionati più per passione o piacere grafico che di contenuto. Dal latino, al greco, all’arabo fino ai logogrammi cinesi tutto può essere scritto sul corpo, basta che piaccia secondo il primo postulato fondamentale del kitsch: non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. Questa metamorfosi del linguaggio si condensa anche nelle citazioni, estrapolate nella più incredibile delle casualità (dal Mago di Oz ad Alice nel Paese delle Meraviglie, dalla Recherche di Marcel Proust all’Ulysses di James Joyce, dal Corano alla Bibbia), proponendo azioni che poco hanno a che fare con il significato, quanto piuttosto con un consumo dal sapore postmoderno e ricombinante, di memorie superficiali e non certamente incubate dall’esperienza (Z. Bauman).

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Un altro aspetto interessante è la perdita dei correlati funzionali: molti tatuaggi sono nati in contesti violenti e attraverso esperienze sadiche (di segregazione, di clan, di intolleranza) in cui la marchiatura diventava oggettivamente il simbolo di ciò che si era subìto e che quindi trasformava la persona, rendendola più forte, più resistente e più protetta. Forme di una magia, che utilizzava i migliori ingredienti del supersenso, unificando in questo modo l’ergastolano al mafioso, il santone indù a chi aveva ricevuto un’educazione siberiana.

Inoltre dall’erotismo febbrile di scrivere sul proprio corpo di Jeanette Winterson all’azione dell’incidere e del tagliare proprie del supplizio della Colonia penale di Franz Kafka, nel tatuaggio si definisce anche un fluttuante rapporto uomo/macchina e quindi un segmento di dimensione temporale. Questo atto (non banale e faticoso sia per chi lo esegue e sia per chi lo accetta o lo sceglie) possiede un proprio tempo, una propria dimensione significativa in cui tagliando, incidendo, strappando si scrive, sul corpo e nel corpo, la propria storia (si pensi al famoso racconto di Jun’ichirō Tanizaki del 1910). Tutto ciò è molto diverso, ad esempio, dalla pan-corporeizzazione di David Cronenberg (da Videodrome,1983 a Crash,1996 ad eXistenZ,1999) in cui la trasmutazione oggetto/organo si compie e si consuma attraverso l’elaborazione di un rallentato (quanto doloroso e violento) processo di integrazione, mutazione e contaminazione in cui ogni fetta, ogni passaggio, ogni micro o macro trasformazione, ogni amputazione, è una modalità per crescere verso altre realtà…

Molti altri potrebbero essere i riferimenti perché il libro sferico, la mappa geografica, sono veramente infiniti. Resta tuttavia l’interesse aggiuntivo della correlazione spaziale. Cosa rappresenta questo distacco concettuale e significativo? Perché un’apparente fusione culturale, che potrebbe proporre l’innesco per una tendenza inclusiva e meticciata (F. Laplantine), grattando sotto la crosta della pelle mostra il più delle volte incongruenze e contraddizioni che nascono da incomprensioni, isolamenti, espressioni di difese identitarie? Il consumo simbolico generato abilmente dal sistema della moda ha da sempre operato sulle icone, ma una t-shirt non è la pelle e il grado di reversibilità è totalmente diverso.

Non c’è nulla di rivoluzionario. Non è l’espressione di una controcultura anni Sessanta. Non c’è una radice sadomasochistica (per quanto alcune madri ancora lo pensino e neghino il tatuaggio ai propri giovani figli).

Piuttosto sarebbe interessante studiare il processo imitativo che ne deriva e che autoalimenta il consumo. Lo spazio non è indifferente a tutto ciò, non perché le pelli tatuate lo arredano di più, ma perché la percezione di se stessi e degli altri sta cambiando e con essa lo spazio. Anche lo spazio muta e cambia pelle. Ce ne stiamo veramente rendendo conto? Il rapporto estensione/dettaglio, la relazione tra decorazione e significato, l’horror vacui che sembra prendere il sopravvento sull’horror pleni, i modelli della variazione/imitazione che fluttuano, i processi di reversibilità/trasformazione che cambiano radicalmente, l’atteggiamento sull’invecchiamento e sul degrado che sembrano far leva su una fideistica sicurezza tecnologica vagamente neotenica.

Non vorrei fare la fine del giovane protagonista del romanzo “La cittadina dove il tempo si è fermato” di Bohumil Hrabal, che, andando per osterie di marinai e vedendo straordinari tatuaggi, mette da parte i soldi che doveva recuperare per la parrocchia, facendosi disegnare (come in sogno salgariano) un analogo luogo del desiderio (una barchetta con l’àncora), e scoprendo poi che lo avevano preso in giro e gli era stato impresso indelebilmente sulla pelle una sirena con il ventre coperto di barba.

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