Rimini e il suo ponte romano della discordia  

ponte rimini
Foto di Alessandro Costa

Il tema è di particolare interesse e mette in luce molti conflitti tipici della nostra contemporaneità. Quanto è importante la valorizzazione di un bene culturale se le condizioni conservative possono essere compromesse? L’architettura monumentale, nel suo contesto ambientale trasformato e dinamico, che relazioni deve determinare? Le scelte di un’amministrazione pubblica quanto possono incidere nel rapporto con la storia (di una città come di un luogo)?

A Rimini il ponte di Tiberio è ancora dove era un tempo, cosa non semplice pensando a quante guerre ha visto e al carico di veicoli che quotidianamente deve sopportare. È un monumento segnalato nelle guide turistiche e una parte della scena urbana storica consolidata della città di Rimini. Ma è anche un elemento del fiume Marecchia, una parte del Borgo di San Giuliano e dei bastioni malatestiani. Tutto bene, cose che capitano.

Vivere una vita così lunga vedendo intorno cambiare la città e il suo territorio. Cresce il centro storico. Si espande il tessuto urbano. Si devia il Marecchia per proteggere il Borgo San Giuliano dai rischi alluvionali tipici di un fiume torrentizio (alcuni toponimi come San Martino in Ripa Rotta sono ancora lì a ricordarlo). Rimini acquista la vocazione turistica. Si realizza il Parco del Marecchia. Il sistema delle acque (dolci e saline) perde tragicamente (come per molta costa italiana) il proprio equilibrio. Il traffico aumenta, così come il desiderio della città di valorizzare la propria immagine.

Foto di Alessandro Costa

E il ponte, che faceva solo il ponte tra il flusso dei veicoli e qualche inquadratura delle camere fotografiche dei turisti, entra in un’altra dimensione. L’amministrazione comunale di Rimini sviluppa i progetti Tiberio 1, 2, 3, 4 (in parte finanziati dalla Regione Emilia-Romagna nell’ambito degli interventi del Pos Fesr 2014-2020), che in sintesi propongono:

  • Tiberio 1 (già realizzato): di risistemare largo Vannoni con la rotonda, il verde e il viale Tiberio;
  • Tiberio 2 (già realizzato): di riqualificare il parcheggio vicino al ponte, per raddoppiare i suoi stalli;
  • Tiberio 3 (in fase di realizzazione): di creare una piazza sull’acqua sotto e dietro il ponte e la passerella pedonale di connessione;
  • Tiberio 4 (in successiva fase di realizzazione): di puntare alla sistemazione dell’alveo del Marecchia verso mare e del canale verso ponente.

Tiberio 3: piazza sull’acqua e passerella

Il conflitto si sviluppa su due versanti. Da un lato quello idraulico. Perché valorizzare la scena urbana del contesto storico e architettonico se non si risolvono i problemi strutturali dell’ambiente? Il fiume, in casi di forte piena, ha una dinamica che può trasformare il bacino del ponte di Tiberio e i relativi interventi di arredo urbano. L’ossigenazione del porto canale è altrettanto importante e il progetto Un mare lungo un miglio deve ancora essere calibrato. Le soluzioni per mettere in sicurezza idraulica questa parte della città si possono trovare. Ma i cittadini lo comprendono? O percepiscono più la priorità della continuità dei percorsi di fruizione dal parco verso il mare, piuttosto che le dinamiche del sistema delle acque da monte a valle? Il conflitto sulla priorità degli interventi e sulla coerenza delle scelte scuote il Consiglio Comunale e il nostro ponte.

Dall’altro quello architettonico. Passerelle e piazze sull’acqua devono aggrapparsi alla parte antica dei bastioni e devono essere fondate e rese stabili in qualche modo. Queste modalità riescono a trovare un equilibrio e una coerenza con il contesto? Oppure si percepisce un’idea distruttiva piuttosto che valorizzativa che vuole creare, in un contesto in cui il genius loci è all’opera da molto tempo, anche una nuova scenografia per l’allestimento temporaneo di eventi di carattere culturale?

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Il conflitto è culturale, anche se la Soprintendenza ha dato parere favorevole alla realizzazione degli interventi. Italia Nostra Rimini, l’Associazione Rimini città d’arte, il F.A.I. e Lega Ambiente si schierano contro il progetto perché lesivo della storia, del monumento e del paesaggio. L’architetto Stefano Piccioli, dalle pagine di www.riminiduepuntozero.it scrive: “Questo è uno spazio urbano, non uno spazio qualsiasi, che possa essere alterato a capocchia da un amministratore pubblico solo perché pensa di poterlo fare. Uno spazio che deve il suo fascino oltre che agli elementi che lo compongono, come si è detto, anche alla sua dimensione, al suo volume libero: non può e non deve venire ingombrato da ponteggi e attrezzi estranei, solo con la scusa di creare punti di osservazione inediti per il Ponte. Sarebbe come ingombrare con ponteggi l’abside di Sant’Agostino per permettere ai turisti di osservare da vicino gli affreschi: che ne sarebbe del volume architettonico, dello spazio-abside? Qui si tratta della stessa cosa, in scala urbana e non edilizia!”.

Il conflitto è politico in Consiglio Comunale e facilita la coagulazione, sul piano locale, di un Comitato contro i lavori del ponte, con apre un proprio blog (ponte.altervista.org) in cui far converge i “cosa ne pensate” dei cittadini. I lavori intanto procedono e dovrebbero durare 180 giorni. Il Comitato, proprio in questi giorni, presenta un esposto alla Procura di Rimini per illecito penale. E qualcuno parla già di una possibile interrogazione alla Commissione Europea

Perché il tema è interessante?

Perché per restaurare e valorizzare la materia, bisogna conservare la memoria. Sembra facile a dirsi ma non è così semplice da attuare. Anzi, la conservazione della memoria viene prima e non è un atto di Giunta Comunale. L’Italia è il paese al mondo che ci è riuscito meglio, e questa preesistenza è un patrimonio culturale per tutta l’umanità ma anche la dimostrazione nel tempo di come si possono risolvere i conflitti.

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La condizione umana richiede un confronto con il passato, a volte per modificarlo artatamente, altre volte per distruggerlo o annullarlo, altre volte ancora per idealizzarlo in un aulico destino. Chiedersi perché ogni esistenza consenta (biologicamente) di attecchire su un’alterità che già è presente e come questa accettazione possa generare un conflitto e agire e vivere per risolverlo in modo che si possa sviluppare un evento vitale dal significato integrato e consapevole, è (architettonicamente) il percorso di conoscenza che deve essere intrapreso: preesistere nel progetto.

Non esiste un’unica modalità. Di fronte all’atto contemporaneo della trasformazione, che il progetto impone, si richiede di ascoltare la preesistenza. Un ascolto che è assieme dignità e valore di testimonianza, come in un processo di diritto in cui le parti si confrontano, ma anche innovazione nella conservazione cosciente delle parole, del testo architettonico giunto al presente.

Il rapporto con la preesistenza definisce un grado di progettazione. Quanto contano gli antenati prossimi o remoti in un processo di trasformazione e di invenzione progettuale? Ci si potrebbe anche chiedere se il progetto nel contesto storico indirizzi l’innovazione verso il passato, cioè nella logica di un’azione protettiva e autoreferenziale, o verso il futuro dove l’invenzione sembra senza linguaggio di riferimento. Può sembrare strano ma termini apparentemente opposti (o forse solo parzialmente complementari), come tradizione e innovazione, trovano un fertile terreno di attecchimento e di prova di coesistenza proprio nell’azione progettuale sullo spazio costruito, e maggiormente quando il contesto è storico. Anche l’innovazione è un tentativo di delimitazione, uno sforzo teso e compiuto di definire un confine. Da un punto di vista epistemologico si potrebbe dire che si traccia un perimetro, si pianta una palizzata, si erige un muro proprio con l’intento di oltrepassarli, magari con un ponte!

Non credo che le aule del Tribunale di Rimini potranno servire allo scopo. Non per la sfiducia nella Giustizia ma per la forma che la Legge impone alla realtà, e questo è un argomento che richiede una descrizione del fenomeno prima, un corretto quadro dei problemi, e poi (solo dopo) la coerenza delle soluzioni. Nel caso del ponte di Tiberio di Rimini alcuni di questi passaggi sembrano invertiti. Tra realtà e verità c’è una grande differenza!

Il ponte di Tiberio di Rimini è una preesistenza. I cittadini lo sanno? Lo sentono ancora? Veramente? Come stanno conservando questa memoria e perché? Una finalità conservativa coerente e consapevole non è rappresentata dal mero confine, come spesso si fraintende pensando al vincolo di tutela, ma dallo sforzo di compiere quel salto (oltre il muro o il corso d’acqua) con un comportamento che non neghi il valore del punto di partenza, descriva l’energia in atto, si completi nella risoluzione del conflitto.

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