Renzo Piano, lo ius soli come fertilizzante del futuro

Renzo Piano Ius Soli-architetti.com

“(…) ius che in latino vuol dire anche il succo, lo ius soli dunque, il succo della terra, l’essenza della nostra terra, il fertilizzante del futuro”: sono parole di Renzo Piano in un’intervista, intensa e coinvolgente, realizzata da Francesco Merlo e pubblicata su La Repubblica lunedì scorso, 9 ottobre 2017. Renzo Piano è nella sua casa di Parigi ed entra a gamba tesa nel fulcro del dibattito politico dal suo ruolo di senatore a vita: “i miei colleghi non butteranno via questa occasione di civiltà e troveranno il modo di approvare questa legge, per quanto imperfetta essa sia”. I lunghi lavori parlamentari della legge sulla cittadinanza l’hanno in effetti condotta ad inquinare i suoi contenuti fondamentali, sia con le paure e le ansie dell’emergenza migranti, sia con le aspettative di voto (e relativo possibile incremento di consenso) di una campagna elettorale, per le elezioni politiche alle porte.

In un altro periodo, probabilmente, ragionare sull’introduzione di un importante diritto come quello dello ius soli (anche se smussato e temperato) per uno stato europeo che voglia trovare un ruolo coerente con la realtà delle tante trasformazioni sociali in atto, sarebbe stato meno problematico, e una pragmatica pacatezza avrebbe condotto i nostri parlamentari a definire una dimensione di possibilità di futuro per tanti bambini e bambine (nate e nati in Italia) che sono nelle nostre scuole da molti anni assieme ai nostri figli e alle nostre figlie e si sentono, e sono, italiani.

Renzo Piano parla di bambini. I bambini sono quelli che devono avere un luogo per condividere l’esperienza didattica, che è prima un’esperienza di conoscenza e di riconoscenza (dell’altro) e della comunità che si raccoglie nella scuola. La scuola di cui parla nell’intervista è quella che verrà donata alla comunità di un centro minore del Lazio terremotato. Una scuola di legno “a due piani, attorno ad un cortile con un grande albero”. Renzo Piano recupera la memoria del luogo attraverso quella semplicità dello spazio che si costruisce nel suo ambiente, con i materiali appropriati e le prospettive che si aprono sul contesto, sulla realtà.

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Ma tutto questo, la vita che si forma con le vite degli altri, con i saperi degli altri, con l’autenticità dell’amicizia (fin da piccoli) non ha nulla a che fare con “il Mediterraneo come campo di concentramento, e meno che meno con la criminalità e con gli stupri”. E per aiutare questo percorso di civiltà che sembra impossibile da realizzare visti i numeri del Parlamento (schierati su altri interessi di parte come accade spesso in democrazia), Renzo Piano “parla da costruttore”.

La narrazione che racconta è come una parabola. È quella che gli architetti conoscono molto bene, e che sanno apprezzare da sempre, ogni volta che iniziano quello straordinario percorso di metamorfosi dal progetto, al cantiere, all’opera finita. “Quando cominci, prendi con le mani una pietra di 32 chili e sai che, se non la metti giù, ti cadrà sui piedi” e poi, continua Piano, abbiamo la certezza che una volta posata e osservata sarà, nella sua imperfezione apparente ma concreta, comunque perfetta per continuare, per appoggiarle vicino altre pietre e “costruire città e costruire civiltà“. Un processo di adattamento progressivo, paziente e consapevole che la gravità agisce su ogni concio, su ogni parte come sul tutto e rende possibile l’atto costruttivo.

Costruire civiltà richiede un fertilizzante del futuro. Costruire una società con le nuove generazioni, perché “i bambini sono segnali che mandiamo al mondo che non conosceremo, che non vedremo, ma che vorremmo aver contribuito a migliorare”. Libertà e coscienza.

>> Clicca qui per leggere l’articolo “Renzo Piano: Ius soli, il no è crudele, quei bimbi sono italiani. Lo dicono i loro amici” su La Repubblica.it

Nell’immagine, l’architetto Renzo Piano nel 2015, durante una conferenza alla Columbia GSAPP (dal profilo Flickr Columbia GSAPP).

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