I patrimoni collettivi, un riconoscimento giuridico per la tutela dei territori

patrimoni collettivi

Il Senato della Repubblica ha approvato nella giornata di ieri un importante Disegno di Legge in materia di domini collettivi, che ha avuto una coerente e approfondita “lavorazione” tra la Commissione Giustizia e la Commissione Ambiente, e anche un buon contributo della Commissione Bilancio per sbloccare una “opposizione” del MEF. Il riconoscimento formale dei domini collettivi non è cosa di poco conto. Come recita il Disegno di Legge si entra nel merito del pianeta diverso “delle proprietà collettive, tutte di origine pre-moderna, tutte viventi una loro vita appartata”, che trovano nella “pluralità di persone fisiche individuata nella collettività locale” un ruolo non solo di utilità ma soprattutto di gestione civica.

È un importante riconoscimento (come “soggetti neo-istituzionali”) del patrimonio civico. Bisogna inoltre ricordare che gli “enti gestori delle terre di collettivo godimento, rientrano a pieno titolo nell’imprenditoria locale cui competono le responsabilità di tutela e di valorizzazione dell’insieme di risorse naturali ed antropiche presenti nel demanio civico”. È un Disegno di Legge fondamentale per il territorio e il paesaggio che comprende specificità agro-silvo-pastorali inalienabili.

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Inoltre si individua anche un’impostazione non solo conservativa ma anche dinamica, volta a comprendere l’attuale “fase di sviluppo delle aree rurali, della montagna in particolare, le cui strategie fanno affidamento essenzialmente sul modello di sviluppo locale e su quello di sviluppo sostenibile”; una fase in cui ai domini collettivi viene “riconosciuta la capacità di endogenizzare anche gli stimoli provenienti dall’esterno della comunità locale per la mobilitazione delle risorse interne, di trattenere in loco gli effetti moltiplicativi, di far nascere indotti nella manifattura familiare, artigianale, nella filiera dell’energia delle risorse rinnovabili e nel settore dei servizi”.

Il dato più importante sul piano della dottrina è il “riconoscimento dei domini collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie, nonché il riconoscimento del diritto d’uso del dominio collettivo, in quanto diritto avente ad oggetto, normalmente e non eccezionalmente, le utilità del fondo, consistenti in uno sfruttamento del dominio riservato ai cittadini del comune.” Un riconoscimento di grande valore per la conservazione dei caratteri identitari dei territori e per la valorizzazione degli ambienti naturali antropizzati. Bisogna anche ricordare che questo importante passaggio giuridico si sviluppa e si attua con un riconoscimento di autonormazione, “che mira a garantire che le leggi che le regioni intendano eventualmente emanare sugli assetti collettivi non possano disconoscere l’idea e i valori della proprietà collettiva”.

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Vengono espressi a questo proposito dei riferimenti di grande interesse:

  • il modo peculiare delle collettività di vivere il rapporto uomo-terra;
  • la disciplina consuetudinaria della gestione delle terre da parte delle collettività titolari, con il fine della protezione della natura e della salvaguardia dell’ambiente;
  • le moderne attività progettate ed esercitate dalle collettività sulle loro proprietà comuni al fine del mercato.

Tre passaggi che sintetizzano molto bene come vengano riconosciute “strutture eco-paesistiche del paesaggio agro-silvo-pastorale nazionale” che sono individuate come “fonte di risorse rinnovabili da valorizzare ed utilizzare a beneficio delle collettività locali degli aventi diritti”. Il Disegno di Legge, proposto su iniziativa dei Senatori Pagliari, Astorre, Dirindin e Palermo, si chiude all’Art. 3 con un importante comma: “Con l’imposizione del vincolo paesaggistico sulle zone gravate da usi civici di cui all’articolo 142, comma 1, lettera h) del codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, l’ordinamento giuridico garantisce l’interesse della collettività generale alla conservazione degli usi civici per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. Tale vincolo è mantenuto sulle terre anche in caso di liquidazione degli usi civici”.

È non è cosa da poco! Molti architetti in questi ultimi anni si stanno coerentemente dedicando non tanto alla ricerca di residui edificatori, quanto ad una progettazione urbanistica di nuova generazione che cerca di mettere a sistema le specificità dei territori e la loro valorizzazione. I comprensori e le comunità, che dalla lunga costa della penisola italiana penetrano attraverso i corsi d’acqua su cui si stanno riconfigurando le unioni dei comuni, costituiscono patrimoni di grande valore culturale, agroindustriale, paesaggistico e artigianale, che devono essere riconosciuti nel loro potenziale strategico per essere valorizzati e tutelati. Sono quei figli di un dio minore che non riescono ad essere al centro dell’attenzione come le grandi aree metropolitane, ma che appartengono a quel pianeta diverso e appartato che rende il nostro territorio unico e straordinario.

Architettura rurale nel paesaggio

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Stella Agostini, Valerio Di Battista, Carlotta Fontana, 2016, Maggioli Editore

La relazione profonda che connette l’architettura rurale al proprio paesaggio carica il progetto di responsabilità e di significati. Garantire l’identità degli scenari rurali nella velocità delle trasformazioni in atto è una delle domande aperte dalla...



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