Incendio di palme (e scimmie) in piazza Duomo

marco bay piazza duomo milano ANSA

(di Marcello Balzani)

Le pagine dei giornali, i social, le notizie in radio e tv discutono ultimamente di palme e scimmie.

Una specie di incendio mediatico, che nella notte di domenica scorsa è stato anche tradotto nei fatti da dei teppisti prontamente ripresi dalle telecamere di sicurezza. Già, perché quando si parla di essenze arboree è facile ricorrere all’idea che si possa anche fare legno da ardere! Un bel falò, che vista la stagione primaverile alle porte possa richiamare anche il fuoco propiziatorio e purificatore.

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Ma la materia del contendere che ultimamente sta rendendo molti lettori del Corriere della Sera degli esperti di botanica e di arte dei giardini riguarda un progetto di arredo urbano dell’architetto Marco Bay, sponsorizzato, nel restyling delle aiuole, da Starbucks e autorizzato dal Sindaco Giuseppe Sala e dalla Soprintendente Antonella Ranaldi.

Lo spazio pubblico, ovvero la scena urbana, quando è di una specie carismatica come Piazza Duomo a Milano risulta comprensibile possa accendere gli animi. Tuttavia è giusto ricordare alcuni postulati fondamentali della scena urbana che compone il paesaggio urbano.

Come diceva Roland Barthes la scena urbana (rispetto ad uno spazio pubblico racchiuso come un museo o una chiesa) viene vissuta in disattenzione, ovvero non in maniera referenziale o autoreferenziale; e questo fenomeno percettivo, culturale e in parte psicologico e sociale determina un grado di condizionamento più alto di quanto ci si possa aspettare. Deriva dal fatto che nello spazio pubblico ciascuno di noi è impegnato a fare altro che stare attento alle palme, ma le palme appaiono comunque nella quinta percettiva dello spazio e anche della nostra vita in una modalità mai banale.

Su quest’ultimo ragionamento, poi, il grande Gordon Cullen aggiunse un altro postulato fondamentale: tutto nella scena urbana ha un peso (percettivo, culturale, architettonico), al di là della gerarchia dei valori che ad esso viene associata. Come dire: Attenti! Anche il palo dell’illuminazione pubblica, anche l’insegna al neon del tuo barbiere, anche il filare di palme appartengono ad un contesto di scena e giocano un ruolo, come la facciata del Duomo!

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Credere che si possano estrarre o astrarre dal contesto perché valgono poco è un errore. Cullen diceva che tutti i componenti della scena urbana devono essere presi in considerazione senza (inizialmente) un pre-giudizio di valore, senza una gerarchia pre-determinata: il bello è il brutto. Poi, proprio perché divengono componenti a tutti gli effetti della scena urbana, devono essere coerentemente progettati. Un altro ragionamento che è interessante ricordare, mentre l’incendio delle palme si alimenta con l’ossigeno di tanti e tanti pensieri, riguarda il desiderio, o sarebbe meglio chiamarla la sindrome, ecologista di fine secolo.

È qualcosa che, non so bene per quale motivo storico, ma forse è parte di un ricorso tipico della crescita industrializzata (per l’Ottocento) e del consumismo sfrenato (per il Novecento), è accaduto sempre negli ultimi decenni di ogni ultimo secolo. Una sindrome botanico-ecologista che ha visto riprodursi l’esotico (e non solo) anche al di fuori dei confini privati dei giardini storici sul finire del XIX secolo (sono le immagini da cartolina citate come esempio per il progetto di Marco Bay).

Esattamente come il bisogno-desiderio consumistico-ecologista della fine del XX secolo ha riprodotto il verde ovunque e in qualunque forma (anche artificiale) nell’architettura come nello spazio pubblico.

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Ricordate la campagna pubblicitaria del Mulino Bianco di Barilla quando tra mucche e azzeccatissimi motivi musicali il piano orizzontale delle più belle piazze d’Italia si smaterializzava con foraggi e grano? Non era forse un mondo che irrazionalmente si desiderava, un onirico che si ricercava, mentre la città storica di pietra era sempre stata, dall’atto della sua creazione, il luogo dell’artificio contrapposto alla natura? Ma non mi voglio perdere.

Dopo le palme arriveranno i banani.

E le scimmie (molte delle quali già si divertono come i criceti con la ruota dentro la gabbietta del circo mediatico) ne avranno altre da dire e fare, perché non c’è nulla di più straordinario della scena urbana, con il suo arredo temporaneo (le palme dovrebbero rimanere al massimo tre anni), nel creare leggende. Nuove false mitologie urbane che saranno velocemente metabolizzate secondo i postulati di Barthes e Cullen. Non c’è da preoccuparsi.

 

Nell’immagine, il progetto di Marco Bay per Piazza Duomo a Milano. © ANSA

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