Paesaggio Urbano, il terzo e ultimo numero del 2019

paesaggio urbano 3 2019

È uscito il terzo (e ultimo!) numero del 2019 della rivista Paesaggio Urbano – che, come ormai saprete, dal 2017 è disponibile esclusivamente in versione digitale. Se avete perso i numeri precedenti, siete ancora in tempo per scaricare il numero unico del 2017, il primo numero del 2018, il secondo numero del 2018, il terzo numero del 2018, il quarto numero del 2018 e il primo e il secondo numero del 2019.

Vediamo un articolo sulla rigenerazione urbana degli “spazi in transizione” tratto da questo nuovo numero (che potete scaricare gratuitamente a fondo articolo) e scritto da Nicola Marzot, Professore Associato in Composizione Architettonica e Urbana presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Ferrara.

“Stato di eccezione”, “spazi in transizione” e rigenerazione urbana. Note per una nuova cultura del lavoro

di Nicola Marzot

Attraverso la “disciplina degli usi”, normata in Italia dal Regolamento Urbanistico Edilizio (RUE), il Piano rivela la propria funzione deontica, stabilendo “cosa” il territorio debba essere. Ciò avviene attraverso una specificazione di ruolo, per ogni sua componente, relativamente al “dove” (la suddivisione in “ambiti” e “zone”), al “come” (le “modalità” e le “categorie” d’intervento) e al “quando” (la durata di validità delle previsioni urbanistiche, in ragione dei differenti livelli di articolazione dell’azione di governo).

Il “perché” (che secondo la tradizione filosofica d’impianto platonico esprime la basiliké téchne, ovvero l’espressione più alta del potere, quello politico, a cui tutte le altre forme devono risultare subordinate), rimane insolitamente sullo sfondo, per lo più implicito nella relazione tecnico-illustrativa di accompagnamento del Piano (dall’ordinamento attuale distinto in Strutturale e Operativo). Rispetto a tale quadro di riferimento, sinteticamente richiamato per esigenze di brevità, l’“uso temporaneo” equivale, de facto, alla dichiarazione di uno “stato di eccezione”.

Come ricorda Giorgio Agamben, in veste di filosofo del diritto, tale dichiarazione corrisponde a una implicita ammissione di fragilità istituzionale, che si imputa al manifestarsi di un concreto rischio di attentato alla integrità dello Stato (Agamben, 2003). La disattivazione del carattere prescrittivo del Piano, a sua volta, comporta la sospensione de iure del Diritto urbanistico, per quanto limitata con riferimento sia al tempo che allo spazio. Corre l’obbligo di rammentare che la legge urbanistica, con il termine “uso”, si riferisce alla specifica attività che si intende esercitare (a cui, non a caso, corrisponde sempre uno “standard” da soddisfare), la quale richiede, a garanzia di un effettivo svolgimento, la preventiva identificazione di uno spazio adeguato e la presenza di soggetti che siano in grado di esplicitarne la capacità.

Tuttavia, a un’analisi più approfondita del testo di legge, l’espressione “uso temporaneo” si riferisce all’identificazione di uno “spazio in transizione”, ovvero a un’area il cui ruolo, nell’economia del territorio, di cui il Piano costituisce la convenzionale “rappresentazione”, risulta sospesa tra un “non più” (la destinazione attribuita da un precedente Piano Regolatore Generale) e un “non ancora” (quella da assegnarsi, secondo la nuova legge, al futuro Piano Urbanistico Generale). Pertanto, all’interno di tale regime, non solo decade la summenzionata prescrittività dello strumento di governo, da riferirsi alle attività svolte, ma ancor più viene chiamato in causa il carattere ontologicamente “eccezionale” dello spazio e la sua inedita singolarità nell’articolazione del territorio, rispetto all’interpretazione datane dalla Modernità in poi.

A fronte del riconoscimento, da parte del Legislatore, dell’esistenza di spazi fisici che eccedono ogni possibile classificazione, e che pertanto si sottraggono a quella forma di strumentalità che il Piano dichiara attraverso la sua stessa istituzione, si rivelano contestualmente alcune aporie. Ciò che la legge espressamente non dice è infatti cosa debba intendersi per attività da svolgere, e chi abbia titolo ad operare, all’interno degli spazi in transizione, così come non risulta chiaro come la stessa Pianificazione concepisca, in tali particolari circostanze, il proprio ruolo e funzione di governo, visto che quest’ultima implicherebbe la messa in opera di quella “mappa rappresentativa” delle dinamiche – sociali, economiche, politiche e culturali – che la dichiarazione di “stato di eccezione” de iure disattiva. (…) continua a leggere sulla rivista…

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