Paesaggio Urbano, il secondo numero del 2019

Paesaggio Urbano 2 2019

È uscito il secondo numero del 2019 della rivista Paesaggio Urbano – che, come ormai saprete, dal 2017 è disponibile esclusivamente in versione digitale. Se avete perso i numeri precedenti, siete ancora in tempo per scaricare il numero unico del 2017, il primo numero del 2018, il secondo numero del 2018, il terzo numero del 2018, il quarto numero del 2018 e il primo numero del 2019.

Vediamo un articolo sulla vicenda di Notre-Dame de Paris tratto da questo nuovo numero (che potete scaricare gratuitamente a fondo articolo) e scritto da Riccardo Dalla Negra, Professore Ordinario di Restauro presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Ferrara, Direttore del Master di II livello in “Miglioramento sismico, restauro e consolidamento del costruito storico e monumentale” e Direttore di LaboRA – Laboratorio di Restauro Architettonico.

Notre-Dame de Paris: il Restauro, questo sconosciuto

di Riccardo Dalla Negra

Era inevitabile: all’indomani del tragico episodio, anzi durante l’accadimento stesso, ecco riecheggiare il forte convincimento che a tutto si sarebbe potuto rimediare ricorrendo ad un restauro à l’identique. Questo prima ancora che si potessero valutare gli effettivi danni, in primo luogo quelli relativi alle volte per le quali s’è temuto per molte ore il collasso totale. Una conferma, dunque, che, nel comune sentire, anche da parte di molti storici dell’architettura e dell’arte, l’architettura storica è considerata “replicabile”, diversamente da un quadro, da una pittura murale o da una scultura. Su un piano squisitamente teorico dobbiamo costatare come sia prevalente il rispetto per l’autenticità della forma, anziché della materia: un innegabile squilibrio dal momento che l’esito di un restauro resta pur sempre ancorato alla dialettica, tutta interna all’istanza testuale, tra recupero della forma e mantenimento della materia.

Nel caso di Notre-Dame, tuttavia, abbiamo registrato un’altra distorsione sul piano storico e, al tempo stesso, su quello della critica: quella di ritenere la Cattedrale il frutto della riscrittura in chiave stilistica di Eugène Viollet-le-Duc e Jean-Baptiste-Antoine Lassus e, pertanto (ulteriore distorsione nella distorsione) facilmente replicabile in quanto già copia (o replica) di sé stessa.

Bene ha scritto Rosa Tamborrino (Viollet-le-Duc e la questione dell’autenticità, in “Alias Domenica-Il Manifesto”, 28 aprile 2019) nel ripercorrere la secolare e complessa stratificazione di Notre-Dame rimarcando come la sua autenticità comprenda “tutte le sue sfaccettature, le sue dinamiche, i suoi adattamenti, i diversi strati del tempo e il racconto che li accompagna”.

Del resto i restauri ottocenteschi voluti da Prosper Mérimée, conseguenti alle distruzioni seguite alla Rivoluzione e al gravissimo stato di abbandono denunciato da Victor Hugo, rappresentano una testimonianza straordinaria di un modo di pensare il restauro architettonico, quello stilistico, che dominerà l’intera Europa per tutto il secolo e ben oltre. Peraltro dalla relazione progettuale e dagli appunti di cantiere di Viollet-le-Duc e Lassus (J.B.A. Lassus, E. Viollet-le-Duc, Projet de restauration de Notre-Dame de Paris, Parigi 1843; dopo la morte di Lassus, avvenuta nel 1857, sarà VlD l’unico protagonista) ci si rende conto di quanto fossero estese le prudenze “integrative”, così come estesi sarebbero gli interventi di consolidamento che adotteremmo anche oggi, sebbene con materiali diversi.

Un modo di intendere il Restauro che è stato troppo spesso astoricamente condannato alla luce degli attuali convincimenti conservativi, anche da illustri docenti della disciplina. Tale condanna dà luogo a due atteggiamenti errati: da un lato considerare che i restauri ottocenteschi, compresi quelli firmati da un grandissimo architetto quale fu Viollet-le-Duc, possano essere rimossi in quanto superati da altri principî conservativi; dall’altro lato, considerarli l’espressione di una “cultura figurativa d’accatto, come (…) fu d’accatto tutta l’architettura dell’Ottocento” (C. Brandi, Struttura e architettura, 1967).

Ebbene, quell’architettura e, segnatamente, quei restauri sugellarono l’avvenuto distacco tra presente e passato, maturato, prima, nella cultura illuminista e reso esplicito, poi, dalla cultura romantica. Quei restauri sono l’estrinsecazione di una cultura architettonica che guarda al passato sia replicandone liberamente le forme (revivalismo), sia ricercando una sua concinnità (restauro stilistico): due aspetti della stessa cultura che non vanno, tuttavia, confusi proprio perché perseguono obiettivi diversi.

Dall’avvenuto distacco dal passato, e da quei restauri, nasce il moderno concetto di restauro, che troverà poi declinazioni diverse: non è un caso se oltralpe, ma anche nel panorama italiano, ci sia una corrente di pensiero che a quei restauri si ricolleghi direttamente. (…) continua a leggere sulla rivista…

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