La rinascita di Paesaggio Urbano. Scarica e leggi il numero 1.2017

la rinascita di paesaggio urbano

C’è un detto in latino che recita “post fata resurgo”. Si attribuisce alla simbologia della Fenice, un uccello mitologico che risorge dalle proprie ceneri. Pensare alla carta fa venire subito in mente, in effetti, un bel fuoco, anche se diversamente dalla distopia di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury o a “I libri bruciano male” di Manuel Rivas, in questo caso nulla è andato a fuoco. A volte le cose cambiano per trasformarsi.

Paesaggio Urbano lo ha dimostrato tante volte. È nella storia di questa rivista, che vide nascere, da un’idea di Manlio Maggioli, il suo numero zero (pubblicato come copia saggio) nel novembre/dicembre del 1989. Una storia che si può leggere tra le sue decine di migliaia di pagine, come una vita. Una vita che ha visto cambiamenti nel modo di comunicare e di produrre, di informare e di criticare.

Un racconto bellissimo, per me che sono stato allevato tra questi muri di parole, prima come autore, poi come redattore, scelto come coordinatore del comitato scientifico e infine come direttore. Bellissimo perché è stato scritto da tanti e tanti lo hanno avuto fra le loro mani per sfogliarlo e tenerlo nella propria libreria o accanto al proprio tavolo di lavoro. Un racconto indimenticabile perché è stato popolato di diverse persone (molte delle quali sono state importanti per me) che hanno creduto in quest’idea, non facile e mai scontata e banale, di realizzare una rivista che avesse la capacità di ascoltare e di confrontare (idee, progetti, saperi, geografie, memorie), riuscendo ad esprimere una ricchezza e un modo di fare l’editore, che è stato nel sogno di Manlio Maggioli e poi dei suoi figli.

Con il numero 5.6 del 2016 la rivista di carta svaniva sotto l’insostenibile pesantezza del digitale. Paesaggio Urbano terminava il suo primo tempo e voglio ricordare ancora tutti coloro che hanno fisicamente realizzato questa rivista: redattori, grafici, correttori di bozze, stampatori e rilegatori, chi curava gli abbonati e coloro che organizzavano il magazzino e le spedizioni. Tanti che lavoravano e lavorano sapientemente con la carta e la fanno vivere di parole e di immagini. Nell’ultimo editoriale pubblicato sulla pagina stampata lanciavo la speranza che Paesaggio Urbano potesse avere un altro tempo, trasformandosi ancora una volta, perché un altro tempo ha altre vite da vivere. E questo tempo è arrivato dopo una non breve attesa.

L’attesa è sempre una fase determinante di ogni vita. Probabilmente nella condizione di stato in cui il tempo emerge non più come entità fisica ma come successione (più o meno cronologica) di eventi, l’attesa prende un valore maggiore.

L’attesa costituisce un ambito in cui la percezione di un futuro, come trasformazione di una parte di realtà, può a buon conto confrontarsi con un passato, ricco di avvenimenti e di esperienze. La vita può essere quella di un essere ma anche quella che si infonde in una creazione. Pensare oggi ad una rivista come ad una “cosa fatta di carta” è un po’ riduttivo. Sicuramente la consistenza materiale è quella, ma non bisogna credere che la densità di parole pensate, scritte, inviate, ripensate, corrette, impaginate con immagini, titoli e sintesi possa essere minimamente confusa con l’oggetto prodotto. Tutto ciò vale per un progetto (che non è la somma di fogli di grammature diverse, di inchiostro e di rilegature) come per un libro. Ma resta il fatto che nella rivista la funzione collaborativa, integrata ed animata dagli eventi risulta straordinariamente maggiore.

La rivista è viva. Quindi l’attesa. L’attesa che divide l’ultimo numero pubblicato dal prossimo, che viene oggi pubblicato e messo in rete su architetti.com. Un’attesa non immobile, ma faticosa e dinamica.

Per Paesaggio Urbano questa attesa è stata forse un po’ lunga e ce ne scusiamo con i nostri lettori. L’idea che potesse esistere anche per la nostra rivista uno spirito di Fenice era forse già nelle speranze e nelle aspettative dello scorso anno. E si è compiuto il miracolo della trasformazione e della rinascita. Ora Paesaggio Urbano è soprattutto una rivista digitale, libera nell’accesso e quindi anche più divulgabile. Nella redazione c’è il convinto desiderio, che è un obiettivo, di aggiornare il sito web in modo da riuscire, in alcuni mesi, a raccogliere in formato digitale tutti i numeri fino ad ora editati nella lunga storia importante di questa testata di architettura e urbanistica.

È un impegno che, con l’Editore Maggioli, cerchiamo di sottoscrivere e che sappiamo essere una richiesta di tanti che hanno collaborato con Paesaggio Urbano e che ne hanno con interesse utilizzato i contenuti. E poi c’è ancora un altro futuro concreto in corso, che porterà Paesaggio Urbano a configurarsi ancora più solidamente come rivista scientifica. Insomma se il 2017 è stato ed è un anno di trapasso il 2018 promette di tornare a volare nel cielo del confronto e del dibattito.

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1 commento

  1. Ho letto con particolare interesse l’articolo sui Percorsi Spontanei (Desire Paths), quelli che il ripetuto passaggio di persone traccia sui terreni abbandonati nonché nei giardini pubblici e privati. Analogamente avviene sulla neve: ad esempio in piazza Maggiore a Bologna è evidente come gli attraversamenti principali avvengano secondo le diagonali. Lo si vede al disgelo, quando per il compattamento rimangono gli ultimi a sciogliersi. Negli anni in cui progettavo in Comune i giardini di Bologna (ad esempio la Lunetta Gamberini, nei primi anni ’70) ponevo sempre particolare attenzione alle tracce spontanee, per confermarle nel progetto. Oppure iniziavo camminando io stesso, rilassato, attraverso il terreno da sistemare, seguendo le traiettorie che sentivo più opportune. Mi veniva dietro un giardiniere con un secchio di gesso per segnare a terra il percorso, che poi veniva riportato sui disegni. Per un progettista di giardini, la migliore prova di non aver sbagliato i percorsi è tornare dopo anni e vedere che non si è costituito alcun “desire path”…

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