Nuova luce per Oscar Niemeyer, Mario Nanni per Mondadori a Segrate

Oscar Niemeyer Segrate
Mario Nanni, "Sospeso, leggero ma non troppo", Palazzo Mondadori Segrate, Milano

Oscar Niemeyer amava ripetere che la sede della Mondadori di Segrate era, tra le sue opere in Europa, quella che più gli piaceva e, a cinquant’anni dalla sua costruzione, il palazzo rimane un’icona dell’architettura del secolo scorso, con una visionarietà e una modernità difficilmente rintracciabili altrove. Perciò, per celebrare i 110 anni di vita, l’azienda ha affidato a Mario Nanni, responsabile del pensiero progettuale Viabizzuno, la nuova illuminazione dell’edificio: un ulteriore motivo per visitare quest’area alle porte di Milano, nella quale turisti e curiosi si avventurano raramente.

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L’opera di Nanni, che da quarant’anni lavora con la luce (abbiamo già visto il suo intervento sul Mosè di Michelangelo, ndr), valorizza pienamente il palazzo di Segrate, facendo percepire allo spettatore tutte le novità che Niemeyer seppe condensare in questa sua architettura, quasi scultura. Oltre al lago artificiale e ai giardini firmati Pietro Porcinai, il corpo rettangolare di uffici in vetro e acciaio, “appeso” a un’imponente scocca in cemento armato modellata come un porticato, appare ora immerso in una delicata e poetica luce.

La realizzazione stessa dell’edificio fu un’impresa notevole per l’ingegneria italiana di allora (1968-75), ma furono soprattutto i monumentali pilastri e gli archi parabolici a sezione rastremata, posti a diverse distanze tra loro, a stupire il pubblico. Tale soluzione genera infatti un ritmo quasi musicale, al quale se ne contrappone uno più disteso, prodotto da corpi più bassi e sinuosi, destinati alla redazione. L’insieme appare però maestoso, monumentale, con una vena di classicità che ricorda tanto gli acquedotti romani quanto il razionalismo italiano nei suoi esiti migliori.

Proprio per questo al tempo ci furono pareri contrastanti, e non mancarono critiche e perplessità. L’Architecture d’Aujourd’hui vi vide una “retorica monumentale” alla quale tutto era sottomesso (B. Huet, “Les paradoxes d’Oscar Niemeyer. Le nouveau siège des Editions Mondadori, Segrate-Milan”, n. 184, Marzo-Aprile 1976), mentre su Casabella Giorgio Muratore scrisse di un’intangibilità quasi sacra dell’oggetto architettonico e di un’architettura pubblicitaria. Eppure nemmeno il critico romano rimase indifferente alla monumentalità del complesso, che generava in lui un sentimento di profonda ammirazione. Era proprio questo che voleva Niemeyer: “Perché l’architettura è sorprendere e chi va a vedere la sede della Mondadori rimane stupefatto […]. Questo è importante: creare qualcosa di inedito”.

oscar niemeyer milano

Niemeyer d’altronde si sentì sempre libero di osare, come quando da giovane aveva scelto Lucio Costa come maestro, e poi si era affiancato a Le Corbusier nel 1936, per la progettazione del ministero della salute a Rio de Janeiro. Ma la vera rivoluzione sarebbe arrivata qualche tempo dopo, quando Niemeyer capì che il Movimento Moderno necessitava di una nuova spinta, per evitare che si inaridisse attorno a precetti dogmatici stancamente ripetuti. La soluzione era ancora una volta quella di essere liberi. La sua arma fu il cemento armato, plasmato in forme scultoree mai viste prima, piene di entusiasmo creativo, al punto che Gio Ponti le elogiò sulle pagine di Domus (“Stile di Niemeyer”, n. 278, 1953, pp. 8-9). L’architetto tracciò così una sua via brasileira per l’architettura moderna, che con lui abbandonò le forme un po’ fredde e tecniche tanto diffuse e chiuse per sempre con un rigido funzionalismo, che faceva a pugni con la monumentalità e la ricerca di una bellezza, anche fine a se stessa. Per l’epoca non era scontato il concetto del maestro per cui “ogni forma, che in architettura crea bellezza, possiede una funzione ben definita” (O. Niemeyer, “Architecture”, in Techniques & Architecture, n. 334, p.65).

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Tutto ciò lo aveva capito anche Giorgio Mondadori, che, dopo aver ammirato Brasilia, chiamò l’architetto, indicandogli Palazzo Itamaraty come punto iniziale di ispirazione. Il risultato fu la sede di Segrate. Attorno, purtroppo, il disordine urbano e la speculazione edilizia ci rammentano la rarità di imprese simili nell’Italia di allora, e forse anche di oggi. Pochi ebbero le capacità e il desiderio di investire in bellezza e qualità. Questa, però, è un’altra storia…

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