Panoramica di opinioni sul BIM

opinioni sul bim

L’articolo che ha avuto più successo in termini di commenti e condivisioni fra quelli che ho scritto per architetti.com parla di BIM e del gap generazionale che questo nuovo processo di lavoro sembra portare nel mondo dell’architettura. Persino colleghi dei quali non avevo più notizie da anni si sono fatti vivi per farmi sapere la loro opinione: e questo nuovo articolo a tema BIM ha proprio l’intento di raccogliere tutti questi commenti e di organizzarli in modo da riassumere quelle che oggi emergono come opinioni diffuse fra architetti ed architette sull’argomento. Forse vi ci riconoscerete.

Cosa succede in Italia vs Resto del Mondo

Nei paesi in cui il BIM è già procedura affermata – vedi per esempio la Gran Bretagna – pare che l’architect e il BIM architect facciano due lavori complementari, ma rigorosamente diversi. In parole povere, il primo sa come progettare la casa e come costruirla, il secondo si occupa di modellarla. L’impressione è che invece in Italia ci sia un “marasma di figure professionali che si occupano di tutto” e che sovrappongono le proprie competenze e i propri servizi, probabilmente a causa della complessità (leggi confusione) normativa che regola il nostro settore: l’architetto, l’ingegnere edile, l’arch-ing, il geometra e soprattutto “mio cugino“, che, si sa, è sempre quello più veloce ed economico a fare qualsiasi cosa. Queste figure si occupano di tutto e generalmente lo fanno male: riuscire a specializzarsi e ad organizzarsi in studi o in reti di professionisti competenti in una cosa sola, ma fatta bene, forse potrebbe essere una soluzione.

Gli architetti italiani all’estero che guardano al panorama del nostro Paese vedono un mondo di contratti meschini e di inutili corsi in BIM management che fanno perdere tempo e soldi a singoli professionisti, studi ed aziende: “Forse non avete ben capito la scena italiana: autocad 2D per interagire con tutti e 3D surreali e di impatto, ma a poco prezzo, per il Cliente”.

Il BIM negli studi medio-piccoli

Uno dei dubbi più diffusi è relativo all’applicazione della metodologia BIM ai piccoli studi, che in Italia sono la maggioranza. In generale prevale la convinzione che per una certa scala di progetti – ad esempio per le ristrutturazioni di appartamenti – abbia poco senso lavorare in BIM, considerando “con che imprese, artigiani e fornitori ti rapporti, che a volte non sanno neanche leggere un disegno”.

C’è poi chi pensa che sì, forse non ha ancora senso, ma il momento del cambiamento non può essere lontano e forse è meglio cominciare a prepararsi.

Viene suggerito che il passaggio avvenga tramite un progetto pilota che faccia in qualche modo da cavia per testare il nuovo metodo di lavoro. Certamente all’inizio si commetteranno degli errori perché il BIM va a regime (leggi: accelera il lavoro e fa apprezzare il suo maggiore apporto di contenuti) solo con il tempo e l’esperienza. Serve però una persona all’interno dello studio – il famoso BIM manager – che conosca le norme guida europee relative al BIM e che si occupi di fare un piano a medio-lungo termine (BEP) per implementare il protocollo BIM (gli standard BIM o come vogliamo chiamarli) all’interno dello studio. Questo significa che se il “piccolo studio” corrisponde in realtà al singolo professionista, come spesso avviene, sarà lui che dovrà occuparsi di tutto: e certamente non è facile.

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Chi usa il BIM “da anni”

Sono stati diversi i commenti di chi ha dichiarato di utilizzare la metodologia BIM da 10-15 anni, con l’intento di esortare i colleghi a non lamentarsi dei cambiamenti e di adeguarsi ai tempi.

Il dubbio che mi viene da chi sostiene di utilizzare il BIM da anni è che si riferisca forse alla sola costruzione del modello, ma mi chiedo se tutto il processo – tutti i LOD – del BIM fossero messi in campo perché, per quanto ne so, 10 anni fa di impiantisti, strutturisti, imprese che lavorassero in BIM non ce n’erano, quindi con chi si metteva in pratica questa metodologia?

Comunque i precursori del BIM lo sostengono fortemente: il BIM non interferisce col processo creativo, velocizza la produzione degli elaborati grafici – che si generano automaticamente – poi misura vani, genera tabelle, elabora computi metrici. Certo, poi confermano che ci siano delle eccezioni: per esempio, “chi lo usa per la ristrutturazione di interni è fuori target, chi lo usa per la pura modellazione idem, chi per fare il progettino per la pratica edilizia ancora di più”. Oppure: “noi italiani ci scontriamo spesso con il restauro e le preesistenze, e a mettere i dati in un modello BIM si può impazzire”, in particolare per quanto riguarda la computazione.

Senza neanche leggere l’articolo, mi permetto di dire che…

No, questo commento non l’ho letto, passiamo al prossimo.

La mitica figura dell’architetto-artista

Gli scettici del BIM sono i nostalgici sostenitori di un mitico passato in cui sì che fare l’architetto aveva un senso, i paladini della matita e della carta, i protettori della figura dell’architetto-artista che traccia l’idea con la matita sul tovagliolo di carta al bar e tanto poi “ci sarà qualcuno che saprà tradurla nello strumento in voga in quel momento” perché “il vero processo è quello della mente”: per tutto il resto c’è il bimmista.

Secondo questa versione, il BIM contribuirebbe alla distruzione della filosofia dell’architettura e della passione per la professione: “se ti mancano il talento e la sensibilità, fai edilizia, non fai architettura” perché, si sa, “il BIM accelera i tempi, ma uccide molto altro”.

Che quello dell’architetto non sia esclusivamente un lavoro creativo dovrebbe essere ormai cosa nota e parlare dell’architetto-artista è, a mio parere, un’ipocrisia: a questa scuola di pensiero però posso riconoscere che ormai sempre meno architetti siano per esempio in grado di comunicare “a matita” con il capocantiere. Non è certo colpa del BIM, ma del fatto che in cantiere la gran parte degli architetti nemmeno ci va.

Ma quale artista? I pragmatici dell’architettura

La nostra professione non è solo arte e verve creativa ed essendo prima di tutto un lavoro deve generare un profitto: viene di conseguenza che ogni strumento che migliori ed implementi il flusso di lavoro – e quindi il profitto – non può essere trascurato.

Qui copio/incollo pari pari un commento fra quelli dei pragmatici dell’architettura: se è pur vero che “se mancano il talento, la cultura e l’amore per la professione non si produce nulla di buono, non dimentichiamo che l’architettura è un’arte applicata, non un’arte libera, il che significa che quando un architetto progetta e realizza un’opera deve interfacciarsi con una moltitudine pressoché infinita di attori e di dati tecnici: dal committente, agli uffici tecnici-amministrativi, agli artigiani, ai fornitori, agli altri professionisti e alle schede tecniche dei materiali. La quantità di informazioni e di figure da coordinare negli ultimi anni è cresciuta a dismisura, anche per i progetti di piccole dimensioni, e non è più possibile gestire il processo in modo efficiente con un telefono, un tecnigrafo ed una scatola di matite colorate. Avere uno strumento che consenta di facilitare il processo di realizzazione e di coordinare con maggiore efficienza e minor dispendio di tempo ed energie la complessità del processo di progettazione non può che essere un vantaggio per il bravo progettista. Che deve poi necessariamente fare i conti con il bilancio perché uno studio che non produce profitto non può esistere. Se vogliamo mettere la testa sotto la sabbia e giocare agli architetti/artisti con il farfallino e gli occhiali di tartaruga siamo liberi di farlo. Ma mi intristisce questa refrattarietà tutta italiana all’innovazione, che trova radici profonde nell’inadeguatezza della formazione universitaria”.

Il diktat

C’è infine chi gentilmente ci fa notare che “il solo fatto che si discuta del BIM è la dimostrazione che i professionisti di questo paese sono fermi a 15 anni fa rispetto al resto del mondo”. Smettiamo quindi di confrontarci e di parlarne e passiamo all’azione, perché “mettere in discussione l’evoluzione digitale è controproducente” e “questi dubbi sono tipici di ogni contesto dove c’è un cambiamento“: “siamo passati dal tecnigrafo al PC e dopo questo nulla può più spaventarci”.

Chiudo questo articolo con la parte di commenti che ho preferito, a testimonianza del fatto che a noi architetti ed architette la creatività non manca di certo, almeno a parole.

I paragoni

BIM e Motori

Il BIM è come il motore di un aeroplano, ci mette un po’ ad andare a regime, ma poi va molto più veloce di una Formula 1”.

Imporci di usare il BIM equivale ad obbligarci ad avere una Ferrari per andare a comprare il giornale della domenica”.

Grande sciocchezza l’obbligo del BIM: come se per andare al lavoro ti obbligassero a comprarti la Lamborghini e ti dicessero che tanto hai tutto il tempo per mettere da parte i soldi”.

BIM in lavanderia

Trascurare il BIM oggi sarebbe come lavare il bucato a mano dopo che tutti hanno la lavatrice”.

Per un piccolo studio investire sul BIM non ha senso perché “è come comprare una lavatrice, ma non trovare poi il detersivo al supermercato o non avere la corrente per farla funzionare”.

BIM in cucina

Se faccio un uovo mi basta un padellino, mica serve la cucina di Cracco!”, a proposito del progetto di ristrutturazione di un appartamento.

Demonizzare un processo attribuendo ad esso la responsabilità di uno scadimento della qualità architettonica della progettazione attuale è come dare la colpa alla torta di far ingrassare”.

BIM a Hogwarts

La bacchetta non fa il mago, tuttavia aiuta il mago nel fare incantesimi migliori”.

Dal BIM è tutto: ne riparliamo al prossimo articolo.

>> Per leggere tutti i commenti originali, vedi l’articolo e il post su Facebook <<

The Changing Architect Sergio Russo Ermolli, 2018, Maggioli Editore

Innovazione tecnologica e modellazione informativa per l'efficienza dei processi / Technological innovation and information modeling for the efficiency of processes



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