La nuova urbanistica parte dall’Emilia Romagna

nuova legge urbanistica regionale emilia romagna

(di Marcello Balzani)

L’urbanistica non è una disciplina easy e smart.
Non lo è mai stata, e difficilmente si può immaginare un mondo in cui la tutela e l’uso del territorio percorrano connessioni intelligenti al punto da tradurre in modo comprensibile per tutti quanto può essere descritto o tradotto sulla cartografia di un’area metropolitana, di un comune o di una vallata di una Unione di Comuni.

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La Regione Emilia-Romagna ci sta investendo risorse e fatica, mettendo in cantiere un progetto di legge (da approvare entro giugno) su questo tema e cercando di individuare anche una serie di attività coordinate che accompagnino la cosiddetta nuova legge urbanistica regionale durante la sua applicazione.

Sappiamo bene che, al di là dei tempi tecnici di approvazione, perché una legge regionale che disciplina la tutela e l’uso del territorio possa generare ed estendere i suoi effetti (benefici, si spera), passano almeno cinque anni e solo dopo dieci, nella migliore delle ipotesi, si cominciano ad individuare alcuni risultati concreti e valutabili in senso qualitativo.

Così è: se l’edilizia ha il passo corto, l’urbanistica è lenta, forse lentissima paragonata ai ritmi delle trasformazioni in atto.

Ci sono ovviamente motivazioni funzionali, si potrebbe dire “di tradizione” perché non si possa procedere più rapidamente. Tutto il sistema delle costruzioni e delle trasformazioni territoriali richiede investimenti non banali in cui il regime dei suoli non è indifferente al processo generatore dei valori immobiliari. Se andasse veloce non si potrebbero capitalizzare rendite fondiarie, non si potrebbero ammortizzare tecnologie che per essere affidabili (dato che sono pensate per abitare) richiedono un ordine di grandezza di verifica temporale assolutamente superiore al decennio, ecc.

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Alcuni paradigmi della nuova legge: consumo di suolo a saldo zero, promozione del riuso e della rigenerazione urbana, deroghe al DL 2 aprile 1968 n. 1444 (fondamentali per intervenire sul tessuto urbano esistente), promozione di concorsi di architettura e di progettazione partecipata (per ridurre i conflitti e rendere più consapevole le comunità delle trasformazioni), tutela e valorizzazione del paesaggio (il grande sconosciuto che si configura come la risultante di tutte le altre azioni), attenzione ai gradi di sicurezza e di vulnerabilità dei territori (prevenzione e mitigazione degli eventi di dissesto idrogeologico, riqualificazione antisismica), valorizzazione dei territori agricoli (non si dovrebbe più impegnare una ricca, per produzione agroalimentare, area bianca per espandere le aree urbanizzate e quindi dedicare finalmente attenzione alle vocazioni e alle tipicità agricole), tutela e valorizzazione degli “elementi” storici e culturali.

Tutto bene. Ma come si può mettere in atto questo processo virtuoso?

Il PUG (Piano Urbanistico Generale) definisce previsioni relative al riuso e alla rigenerazione del territorio urbanizzato e alle nuove urbanizzazioni (che dovrebbero essere pochissime nel saldo zero) che si attuano attraverso accordi operativi. Il Comune dovrebbe “promuovere la presentazione di proposte di accordi operativi attraverso la pubblicazione periodica di avvisi pubblici di manifestazione di interesse”, nei quali dovrebbero venir resi espliciti gli obiettivi prioritari da perseguire nell’attuazione delle previsioni del PUG.

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Gli accordi operativi sono come dei piani attuativi in cui, al di là di tutte le tutele e il rispetto di vincoli e la capacità descrittiva tecnico-progettuale delle proposte, deve risultare evidente (e quindi valutabile) l’interesse pubblico alla loro realizzazione.

Insomma, l’urbanistica dello zoning va in soffitta, scaduta nei termini e nei modelli (praticamente efficace solo a creare un’urbanistica dello stato di fatto più che della previsione e in cui si procedeva per variante su variante al Piano), e viene sostituita da quella operativa in cui le trasformazioni nascono nella realtà e dall’accordo fra i portatori di interesse pubblici e privati.

Finalmente un modello flessibile e aperto, che richiederà tuttavia una qualità di progettazione e una struttura di competenze non banali, soprattutto a scala territoriale dove gli uffici delle PA non sono così organizzati quanto nelle aree metropolitane e nei comuni capoluogo di provincia.

È facile comprendere come un’urbanistica che si concretizza per accordi operativi richieda dati e letture integrate, conoscenze interdisciplinari, autorevolezza e reputazione per poter gestire e coordinare gli accordi sul territorio: assomiglia al modello francese, con la differenza che tutta la tradizione di agenzie ed enti (di analisi, di banca dati, ecc.) sul territorio che possono aiutare ad individuare una strategia di sviluppo condivisa mancano o sono deboli (tecnicamente e politicamente), parziali (per competenze) e a macchia di leopardo (per ambiti territoriali di conoscenza e supporto).

Anche la stagione degli architetti-urbanisti consulenti del Comune (o dell’Unione dei Comuni) per redigere-progettare un Piano Comunale probabilmente sta per terminare irrimediabilmente.

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Ecco quindi che risulta importante e fondamentale sviluppare attività coordinate che accompagnino la nuova legge urbanistica regionale durante la sua applicazione. Attività (tecnologiche, formative, sugli aspetti economico-finanziari, sui nuovi servizi) a cui dovranno concorrere il più ampio spettro di attori (PA, Ordini e Collegi professionali, Università, Associazioni di cittadini, Associazioni di categoria industriale e artigianale, produttori, sistemi finanziari, ecc.).

È una grande opportunità che richiederà un grande impegno. La legge è nello sfondo. Una disciplina urbanistica definisce uno scenario, lo inquadra, rende possibile una realtà. Ma poi sono le persone (con i loro desideri, le loro competenze, le loro responsabilità) ad attuare il processo di trasformazione per migliorare i nostri luoghi di vita e di lavoro, per offrire opportunità di sviluppo sostenibile, condivisione sociale e rispetto e valorizzazione delle memorie.

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