Una giornata per la memoria

memoria

(di Marcello Balzani)

Sono reduce da due intense ed appassionate giornate di formazione, di questo semestre di “ravvedimento operoso”, a Palermo con Francesco Miceli e a Genova con Paolo Andrea Raffetto, rispettivamente i due Presidenti dei rispettivi Ordini degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori. Due giornate in cui si è cercato, trattando i temi del progetto ambientale dello spazio interno, di recuperare alcune specificità indiscusse della nostra professione che deve essere tecnica, ma, come ha sottolineato Raffetto dalla Sala Nave Blu dell’Acquario di Genova, anche umanistica.

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Una professione, quella dell’architetto, che è diversa da tutte le altre del settore delle costruzioni o delle trasformazioni del territorio, perché entra nel merito (obbligatoriamente) di saperi interdisciplinari e interpreta la realtà da un punto di vista storico, sociale, culturale, ecc… E quando si scrive “eccetera” tutti noi architetti sappiamo di non sbagliare, perché ci rendiamo conto che il nostro scavare nelle stratificazioni non è un atteggiamento come quello dell’archeologo.

Giancarlo Susini, nel suo celebre saggio “La corteccia del gatto”, scriveva che l’archeologo possiede il bisogno naturale (come il gatto) di farsi le unghie nella corteccia. Peccato che andando alla ricerca di ciò che sta sotto spesso distrugga ciò che sta sopra. Forse più che una distruzione, si viene a determinare l’esigenza di un restauro della materia, di una conservazione oggettiva che richiede un altro tipo di percorso.

Un percorso, che è un progetto, di cui gli architetti sono esperti perché (come sappiamo bene) quando sono consapevoli della storia e dei valori che contiene (rappresentare, documentare, interpretare) non si muovono come i gatti. Può essere una sinergia straordinaria quella tra architetto e archeologo, compensativa e complementare, che a volte permette eccellenti risultati.

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Ma sto divagando, torno subito al nocciolo del ragionamento: l’umanesimo. Un atteggiamento che l’architetto adotta dai tempi di Filippo Brunelleschi, facendo propri i saperi della tecnologia e della direzione dei lavori (diremmo oggi) associati alle dimensioni delle scienze umane, sociali, psicologiche, artistiche…

Quindi? Quindi il problema esiste. Porto degli esempi.

  • Esempio 1: mi sono ritrovato con alcuni adolescenti di 15-16 anni a guardare un film western in cui alcuni personaggi erano soldati blu e citavano Abramo Lincoln. Ho messo in pausa il dvd e ho chiesto: sapete chi è Abramo Lincoln (domanda impostata al presente per non indurre in tentazione)? Risposta: un Presidente americano. Ottimo! Quando è vissuto? Gelo. Secondo voi questo film tratta di fatti che sono accaduti quando? A questo punto le mie orecchie hanno sentito di tutto. La guerra civile o di secessione americana (1861-1865) è collocata, se va bene, nei primi anni del Novecento e Lincoln è coetaneo di Mussolini.
  • Esempio 2: nella scuola primaria in questi giorni per la Giornata della Memoria proiettano “La vita è bella” di Roberto Benigni. Ascoltando questa mattina su Rai 3 alcuni cittadini partecipare telefonicamente all’ottimo programma Prima Pagina, vengo a sapere che in alcune scuole italiane i bambini e le bambine che non seguono “religione” sono dovuti uscire dall’aula.

Come faremo a ricordare?
Come si riuscirà, passando il tempo e le generazioni in un mondo in cui la geografia è ubiqua e la storia è assente, a far comprendere cosa c’è sotto il primo strato della realtà del presente?

L’immagine d’apertura di questo editoriale ci porta a Gerusalemme, sotto la cupola progettata nel 2005 da Moshe Safdie, architetto israeliano-canadese, nel cuore del suo Yad Vashem Holocaust Hystory Museum. Yad Vashem è l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah, voluto nel 1953 dal Parlamento Israeliano.

Commemorazione, documentazione, istruzione, ricerca e divulgazione sono le parole chiave del Yad Vashem. Viene tramandata la storia del popolo ebraico nella Shoah e vengono illuminati i Giusti fra le Nazioni, quegli uomini e quelle donne che rischiarono le loro vite per aiutare gli ebrei durante la Shoah. Sotto quella cupola, un po’ Pantheon e un po’ camino vulcanico, bruciano per noi, come la lava, i volti e le storie di tante persone.

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In questa Giornata della Memoria ricordiamoci chi siamo.
Ricordiamoci da dove veniamo.

Chiediamoci perché i neofascismi e i neonazismi ancora sono così latenti nella nostra Europa senza vere guerre da almeno settant’anni.

Chiediamoci come perdere i confini temporali, disperdere le memorie, possa essere il primo passo per omologare lo spazio, condizionare i comportamenti, annullare il senso critico e in definitiva fare a meno anche dell’architettura e del suo potere di conservare la storia restaurando o riprogettando la materia.

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