Gillo Dorfles 107 (al Salone del Mobile 2017)

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Siamo in pieno Salone del Mobile e il sapore del design e dello stile italiano si diffonde oltre i confini della nostra capitale industriale. Sfogliando gli eventi, che dentro e fuori il Salone si distribuiscono lungo il tessuto produttivo e creativo di Milano, si scoprono azioni ibridanti, tentativi anti-minimal, bisogni di super-comfort, estensioni globali, interazioni robotiche, l’estremismo green dello smart living, l’iperspecializzazione dell’artigianato tecnologico ed elitario, tutto nello sfondo del mantra della tradizione stretta con un nodo gordiano all’innovazione. Insomma la Milanesità del design nell’epoca della manifattura 4.0.

Fra i tanti eventi ce n’è anche uno in cui risulta al centro Gillo Dorfles, che il prossimo 12 aprile raggiungerà lo straordinario 107esimo piolo della lunga e ricca scala della sua vita. Gli architetti devono tanto a Gillo Dorfles, portatore di un pensiero critico sempre attento alla scoperta. Dorfles percepì, fin dalle avanguardie degli anni Sessanta del Novecento, come molte interconnessioni artistiche cominciavano a riprodursi in tendenze che andavano modificando il rapporto spaziale (ma anche concettuale e sociale) tra l’uomo e i suoi prodotti. Un pensiero concreto e ricco, che sarà sempre sulla breccia, sul confronto, soprattutto a contatto con i giovani e le giovani esperienze. Un pensiero mai rassicurante e tendente a racchiudersi in se stesso, a crogiolarsi su punti di vista già definiti, perché per Dorfles è sempre evidente una tensione interna, energetica, progettuale, un desiderio (proprio nell’etimologia del termine) che lo porta a confrontarsi con le stelle, a tenere attiva la connessione dell’anima e della mente.

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Le cronache di questi giorni, anticipando il suo genetliaco, annunciano che sta lavorando su una nuova edizione del suo famoso volume L’intervallo perduto, che nel 1980 propose l’interpretazione della crisi delle arti in una condizione in cui lo spazio per una fruizione autonoma non esisteva già più (e non si era ancora ai tempi del web…) in quanto tutto stava diventando sovrapposto e ininterrotto. Ricordo che ne L’intervallo perduto Dorfles proponeva come “fenomeno intervallare” il concetto dell’ostraniante (recuperato e approfondito da un suo saggio apparso nel 1968 in Artificio e natura). Estraniamento, spiazzamento e decontestualizzazione sono fenomeni concreti che identificano il distacco e la disgiunzione tra l’opera (brano, testo, architettura, opera d’arte) e il suo contesto. Secondo Dorfles questo avveniva perché era già visibile una tendenza (iper)specializzata nel processo artistico, che poi verrà perfettamente identificata con l’incessante necessità di efficacia informativa, continuamente bisognosa di “inaspettatezza e novità del messaggio”. Per Dorfles, oggi siamo immersi nell’Horror pleni della (in)civiltà del rumore (sempre per citare un suo volume del 2008) dove la “cosificazione” adultera molte “costanti estetiche” e trasforma gran parte delle “qualità domestiche” degli oggetti e degli spazi (non dimentichiamo mai Baudrillard e il suo système des objets).

Mentre ricordiamo che il giovane Gillo Dorfles, attraverso le Snowsound acustic fibers di Caimi Brevetti, realizza delle vere e proprie tele d’autore con dei suoi disegni proposti su pannelli fonoassorbenti, può essere interessante, per festeggiare in qualche modo anche noi il suo 107esimo compleanno, tentare di cercare nel Salone del Mobile 2017 il “ponte oggettuale” tra antico e manuale (forse nell’artigianato di nicchia) e gli oggetti “nomadi e virtuali” della manifattura 4.0.

Nell’immagine, la firma di Gillo Dorfles su uno dei pannelli Snowsound-Art realizzati su suoi disegni. Dalla pagina Facebook di Caimi Brevetti.

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