Gerusalemme per l’Unesco è solo araba

gerusalemme est risoluzione Unesco

(di Marcello Balzani)

I luoghi santi di Gerusalemme Est sono arabi.

Il Monte del Tempio e il Muro del Pianto saranno nominati solo nella versione islamica della moschea Al-Aqsa. Lo ha definito una controversa risoluzione dell’Unesco, presentata da Algeria, Marocco, Egitto, Libano, Sudan e Qatar, che a maggioranza ha votato per questa semplificazione storica, dal sapore negazionistico.

Com’è accaduto altre volte, le risoluzioni Unesco, ahimè, acquistano un forte sapore di deterrenza politica e mettono in luce la fragilità di un’istituzione internazionale che dovrebbe essere meno contaminata da tali interferenze.

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La risoluzione fa perno sull’ingerenza di Israele (che agisce come una potenza di occupazione su Gerusalemme) nella gestione unilaterale degli scavi archeologici e sulla sovrapposizione spaziale nella Spianata delle moschee per permettere di raggiungere i rispettivi luoghi sacri e di preghiera.

Mentre in Europa si erigono muri per difendersi dalle “contaminazioni umane” generate dalle migrazioni fra continenti, cercando di proteggere la propria identità, anche lo spazio storico di una delle città più antiche e stratificate del mondo erige dei muri culturali che separano invece di condividere.

Al di là delle problematiche di diritto internazionale (che vede ancora attiva una improbabile giurisdizione giordana su tali aree) e che possa essere anche possibile un’attività provocante di attivisti della destra integralista israeliana nel far sentire la propria presenza nel percorrere lo spazio urbano che mette in relazioni luoghi che parlano arabo, cristiano ed ebraico e che correlano vicende della storia descritti nei testi sacri per tanti credenti di tutto il mondo, rimane terribilmente esplicita l’incapacità di raggiungere un compromesso che, in una situazione del genere, risolva il conflitto piuttosto che esprimerlo.

Solo la conservazione della memoria (di tante memorie diverse in questo caso) consente il restauro della materia (che ancora ci permette di essere parte di una realtà fisica, storica, architettonica ed artistica straordinaria nella Gerusalemme di oggi) e permette di risolvere un conflitto che è sempre latente nella scelta conservativa.

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Decidere di salvare un bene culturale è una decisione che deve trovare un consenso non semplice e facile da raggiungere rispetto alla scelta della sua distruzione per negare la storia da vincitori o vendicare torti perché si è stati vinti. Diversamente si prendono a cannonate i Buddha di Bamyan e in Libia e in Mesopotamia i resti archeologici di straordinarie città antiche vengono rasi al suolo.

Benjamin Netanyahu, premier israeliano, lo ha definito un “teatrino dell’assurdo”. Mounir Anastas, vice ambasciatore palestinese all’Unesco, ha ricordato che “Israele è una potenza occupante di Gerusalemme Est”. Irina Bokova, direttrice generale dell’Unesco, ha preso le distanze dalla risoluzione dichiarando che questo spazio è “indivisibile” e per questo motivo iscritto nella lista del Patrimonio mondiale.

L’Italia, come quasi tutti i Paesi europei, si è astenuta, anche se (forse) la sua forte memoria cristiana a Gerusalemme non sarebbe stata esente da una diversa presa di posizione.

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