Il disegno, l’architettura e i nativi digitali

disegno

(di Marcello Balzani)

In tutto il mondo sta accadendo la medesima cosa. Lo posso affermare a ragion veduta perché sono tenuto a confrontarmi con molti soggetti interessati alla cosa. Sembra incredibile, ma da quando le tecnologie della comunicazione hanno pervasivamente introdotto il loro mantra, di una pratica sociale in cui la meditazione si compie superficialmente e in un ambiente vocato all’easy+smart, nelle scuole inferiori e superiori di tutto il mondo si insegnano meno ore di disegno e di tecniche della rappresentazione e comunicazione visiva.

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È incredibile perché sembra un controsenso. Come è possibile? Ragazzi e ragazze mostrano con sempre maggiore incidenza problemi posturali, non sanno tenere correttamente in mano una matita e faticano, soprattutto i nativi digitali a scrivere in corsivo prediligendo lo stampatello. Quando giungono alla formazione superiore il problema poi esplode, proprio nei corsi di laurea in architettura dove il deficit di abilità di base risulta essere di anno in anno sempre più rilevante.

Fra poco giungeranno all’università questi tanto citati nativi digitali: ragazzi e ragazze nati dopo il 2000 che non hanno mai sentito il click di un tasto che fisicamente viene schiacciato su una tastiera per comporre un testo, perché sono venuti al mondo quando l’interfaccia touch screen era già diffusa.

Essi possiedono una predilezione per l’innovazione tecnologica generata dalla fusione del display/schermo con un digitalizzatore! L’interfaccia grafica si attiva in uno schermo tattile in cui la rapidità di sfioramento sul vetro di uno smartphone o di un tablet rende completamente diverso quel rapporto fisico che si attiva quando si prova a creare un segno (che poi in fondo è sempre un’incisione) sulla carta e sul cartoncino.

Nel “muro di vetro” (secondo una fortunata citazione di Zygmunt Bauman), ovvero su quel vetro temperato di tablet e smartphone che divide i due universi, quello fisico/reale da quello digitale/virtuale, certi effetti possono essere surrogati, anche acusticamente: il click di un polpastrello che tocca un tasto alfanumerico può essere generato dal software, come l’effetto di un’incisione sulla carta a seconda del tipo di durezza di una punta di matita.

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Ma questo “metamorfismo del foglio/matita“, ovvero questo tipo di trasformazione tra reale e virtuale di un’azione fisica che genera un effetto grafico, utilizzando strumenti digitali e non più reali (fogli di carta e matite), può facilitare coloro che hanno incubato nei corretti anni dell’apprendimento la densa e complessa esperienza creativa delle problematiche geometrico/spaziali e del disegno dal vero, ma non renderà abilitati coloro che non hanno mai vissuto la fisicità (o sarebbe meglio dire la corporeità) dell’azione rappresentativa.

Mentre si impara tutti a leggere e a scrivere correttamente come si dovrebbe, appare sempre più evidente che in questo nostro mondo dell’immagine non si insegni altrettanto bene (e quindi non si riesca più necessariamente ad imparare) a disegnare e a decodificare nel modo più corretto ciò che testo non è.

Ma perché? Perché sta accadendo tutto ciò?

Bauman ci ricorda che la fragilizzazione delle memorie e delle esperienze (in quanto non più così incubate come un tempo secondo percorsi di apprendimento più complessi ed articolati negli anni) riduce la potenzialità creativa, che invece sembra apparentemente ipersviluppata dall’offerta imitativa nella rete web. Si pensa che si possa essere autoapprendenti in questo campo? Che basti condividere attraverso un video su youtube un’esperienza vissuta per imparare a replicarla?

Per quanto riguarda l’architettura e gli architetti, che ne sono gli artefici, è evidente che non si può, e non si potrà nemmeno in futuro, fare a meno del disegno. Inoltre si è ormai verificato più volte, in diversi gradi e percorsi di apprendimento, che si può diventare dei bravi e competenti rappresentativi digitali se si è passati in qualche modo dall’apprendere e sperimentare il disegno fatto a mano, ovvero dall’aver compreso e rappresentato lo spazio architettonico attraverso un saper fare, che segue alcuni passaggi che sono, inoltre, molto interconnessi con lo sviluppo anche cognitivo della persona.

In alcune università del mondo si sta investendo molto sulle competenze digitali acquisibili nel corso di studio, in altre il test di ammissione si accompagna ad una prova pratica di disegno, che (incredibilmente) sta diventando un modo per rendere elitario e classista il corso di laurea in architettura. Solo le famiglie che hanno i soldi per pagare al loro figlio (nativo digitale quindi non abile nella rappresentazione a mano) un insegnamento privato aggiuntivo di disegno durante o dopo il diploma superiore, lo vedranno superare questo (banale, ma nella realtà sempre più difficile) test… Ed essere selezionato per l’ammissione se supera i quiz di cultura generale e specifica.

Le conoscenze di un minimo di disegno possono anche diventare un filtro con cui differenziare anticipatamente gli studenti di architettura. Sono contraddizioni e conflitti che le trasformazioni generano e la capacità di adattamento e di risposta dei modelli di formazione è troppo lenta rispetto alle esigenze richieste e alla velocità con cui si rinnovano.

Mentre si immagina un futuro tutto digitale con l’architettura open source e senza architetti (Carlo Ratti) qualcosa ci fa percepire che anche l’architetto artigiano, portatore di conoscenze pratiche e applicative secondo processi di apprendimento coerenti possa avere un nicchia di qualche utilità. Mi fa venire in mente l’architetto magico del Medioevo (si pensi a Villard de Honnecourt), quello attivo prima dello spartiacque rinascimentale, in cui i saperi del disegno erano veramente considerati come delle formule magiche che permettevano di tradurre i simboli (sulla carta pergamena) in realtà fisica costruita come le cattedrali gotiche.

Comunque vada il disegno sarà e resterà fondamentale per gli architetti, probabilmente anche per compensare le sindromi posturali e disgrafiche dei futuri studenti di architettura selezionati dalla generazione dei nativi digitali.

Tra le pieghe del foglio

Tra le pieghe del foglio

Claudio Umberto Comi, 2016, Maggioli Editore

Più che un vero e proprio saggio è una raccolta di scritti che esprimono, in primo luogo, delle opinioni. Disegno, architettura e, come vediamo oggi l'architettura, sono i tre temi che agiscono ed interagiscono in questo libro che è compiuta espressione di in un’epoca...



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