Consumo di suolo, rapporto Ispra 2017: servono pianificazione e riuso urbano

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Consumo di suolo: i dati e l’emergenza in Italia

Secondo il rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, pubblicato lo scorso 22 giugno 2017, la quantità di suolo impiegato nel 2016 per la realizzazione edile e di infrastrutture equivale a 23 mila km quadrati, con una cementificazione che tocca i 30 ettari al giorno. Il suolo italiano consumato è il 7,6%. Percentuale che può sembrare ancora accettabile, se non fosse che ammonta al doppio della media europea. Non è la corsa a chi consuma meno suolo in Europa a preoccupare il responsabile dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), Michele Munafò, ma il bisogno di trovare soluzioni immediate per la creazione di strutture ed infrastrutture ottimizzate, funzionali, e che non corrodano il territorio.

Per leggere il rapporto completo di ISPRA e SNPA, clicca qui

Il consumo di suolo cresce ancora, anche se con meno intensità rispetto agli anni passati. La causa, però, non è da attribuirsi all’applicazione di progetti edili sostenibili o a scelte contrastanti l’impatto ambientale: è stata la crisi economica generale, e del settore in particolare, a far calare di qualche punto la percentuale del costruito in Italia, non certo politiche mirate.

Il risultato?

Dal 2012 ad oggi, è come se fosse stata costruita una città delle stesse dimensioni di Roma. Secondo l’ISPRA, si è costruito male, in modo dispersivo e frammentario, senza una pianificazione logica che consideri la densità abitativa e l’impatto ambientale. Da anni, in Parlamento si invoca una normativa ad hoc, che però tarda ad arrivare. Questa assenza si fa sempre più pesante, specie quando i dati parlano di una cementificazione inconsulta che ha riguardato anche aree ad alto rischio di terremoti, parchi, riserve naturali e litorali.

Progettazione e Riuso Urbano: soluzioni e possibilità

Ma quali soluzioni adottare? Su chi grava il compito di fornire alternative valide? Certamente un intervento legislativo, fermo alla Camera da anni, potrebbe fare la differenza, anche in vista di una svolta culturale necessaria. Le nuove parole d’ordine sono pianificazione e riuso urbano: occorre cioè dare nuova vita ed affidare nuove funzionalità a quegli spazi poco (o non) utilizzati.

Si rendono perciò indispensabili oggi figure professionali specializzate, debitamente formate per ricoprire un ruolo fondamentale nella pianificazione e nel riuso urbano nel nostro paese. Professionisti quali architetti, ingegneri, geometri e periti sono chiamati oggi a misurarsi con l’emergente richiesta di profili professionali nuovi e specifici. I corsi professionalizzanti di Pianificazione e Riuso Urbano, che prevedono anche il riconoscimento di crediti formativi (CFP), consentono di formarsi su tematiche fondamentali:

  • Riqualificare gli spazi esistenti, contro l’abbandono e per il loro riutilizzo, ricucendo il tessuto urbano, sempre più ‘spezzettato’ da interventi edili e messe in opera poco funzionali, con riscontri anche sul sistema sociale.
  • Bonifiche e interventi di rifunzionalizzazione: occorre riciclare gli spazi, con particolare attenzione alle periferie, alle zone industriali e rurali, destinate a convivere, offrendo nuove funzioni agli spazi esistenti.
  • Pianificare previa valutazione dell’impatto ambientale, anche con lo scopo di scongiurare i sempre più frequenti dissesti idrogeologici.
  • Analizzare il tessuto urbano, in tutte le sue componenti e necessità (commerciali, governative, abitative, infrastrutturali e ambientali), per trovare applicazioni edilizie sostenibili.
  • Considerare seriamente le soluzioni edili offerte dalle nuove tecnologie a basso impatto ambientale: basti pensare alla bioedilizia ed alle case ecologiche, composte con materiali naturali, economici ed ecologici.

Il WWF stesso, nell’ambito dell’iniziativa RiutilizziAMO l’Italia afferma che, in attesa di un legge in merito, si potrebbe agire da subito tramite la progettazione di aree verdi e di rimboscamento (col duplice scopo di controllare i dissesti idrogeologici e controbilanciare la presenza del cemento), il contenimento dell’urbanizzazione come obbiettivo imprescindibile dei Piani Paesaggistici Regionali e tramite la riqualificazione delle aree industriali e periurbane.

Si può fare tanto per ‘riutilizzare’ l’Italia, rendendola anzi più vivibile; ma una svolta culturale è necessaria e deve passare per la formazione di professionalità dedite a fare del nostro Bel Paese un territorio sano e funzionale.

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