La città di domani secondo Carlo Ratti

Sono passati tre anni da quando Carlo Ratti ha pubblicato “Architettura Open Source. Verso una progettazione aperta”, innescando un dibattito critico non banale. Ora, con Matthew Claudel, Ratti torna in libreria con "La città di domani. Come le reti stanno cambiando il futuro urbano".

carlo ratti

La città non si progetta. Ci hanno provato nel Rinascimento e nell’Illuminismo. Ci hanno creduto architetti ed urbanisti della nuova stagione modernista fondando una città simbolica nel cuore tropicale del Brasile o Le Corbusier nel Punjab. Continuano a crescere megalopoli in Cina dall’apparenza di provvisorietà tale è il ritmo di rigenerazione. In molte parti del mondo tessuti territoriali si fondono e creano città continue, quando Detroit ed altre città della Rust Belt stanno vivendo un processo di de-urbanizzazione senza precedenti. Ci hanno provato con le città giardino ottocentesche e con la stagione innovativa delle New Town dagli anni Cinquanta in poi, immaginando modelli efficienti e in equilibro. Hanno tentato in tanti: Berlino come Delhi, Parigi come San Pietroburgo.

Ma la città (ahimè o per fortuna) non si progetta. Quando il governatore spagnolo Mendoza sbarcò nel Nuovo Mondo aveva in borsa un’edizione (in latino, dato che era un manuale scritto per il Principe) del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti. Doveva rifondare Città del Messico. Aveva sottolineato alcune parti con molta attenzione, ma le cose andarono, come sappiamo bene, in un altro modo.

Insomma per quanto uno sforzo ideale possa produrre una città ideale (Palmanova, Sforzinda, Sabbioneta o la ristrutturazione di Pienza, tanto per fare alcuni nomi italici) il domani, quello di cui scrive Carlo Ratti nel suo nuovo libro, è già presente nella città di oggi e fa di tutto per non permettere che le cose vadano secondo un progetto. Quando si gioca a Monopoli (il gioco da tavolo più famoso sulla città, creato nei primi del XX secolo) la forma della città non esiste, esistono solo gli scambi commerciali e le speculazioni immobiliari (da Vicolo Corto a Viale dei Giardini) mentre quando si gioca a SimCity (il videogioco sulla città creato nel 1989 da Maxis) si tenta di creare una forma, di procedere secondo gli approcci fondativi dell’urbanistica e dell’ingegneria infrastrutturale, poi il metabolismo (e l’entropia) modificano ogni possibilità di governo.

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Insomma entrare nel merito della città, cioè di quel termine/significato, che rende concreta l’idea stessa di civiltà (imposta al pianeta dalla nostra specie), non è semplice; esattamente come appare un’impresa titanica estrarre dalla realtà le componenti più determinanti per approcciare il futuro della città. La città è una particolare capsula di Petri, in cui possono valere gli indicatori di Rem Koolhass di Junkspace, come quelli della concreta utopia solidale di Marinaleda.

Sono passati tre anni da quando Carlo Ratti (+14) ha pubblicato il suo volume “Architettura Open Source. Verso una progettazione aperta” con Einaudi, innescando un dibattito critico non banale, anche su queste pagine e in quelle cartacee del tabloid Architetti da me diretto. Sono passati tre anni e Carlo Ratti (con Matthew Claudel, ricercatore presso il Senseable City Lab del MIT, fondato e diretto da Ratti stesso) è tornato sugli scaffali delle librerie, sempre con Einaudi, con il testo “La città di domani. Come le reti stanno cambiando il futuro urbano”.

>> Scarica qui il numero 4/2014 del tabloid Architetti in cui si parla anche di “Architettura Open Source. Verso una progettazione aperta” <<

Per Carlo Ratti la città presa in esame, sfatiamo subito il campo dagli equivoci, è la metropoli o l’aggregato metropolitano. I piccoli centri sono figli di un dio minore e devono soffrire gli effetti di questa minorità, ovvero acquisire progressivamente la sindrome dei grandi centri, e precipitare dalla provetta (in cui sono nati) alla capsula di Petri in cui gorgogliano tessuti e cellule di ben altra natura. In fondo questa discontinuità dimensionale (dalla Bigness di Rem Koolhass all’atomizzazione del villaggio spagnolo) è solo apparenza: tutti siamo connessi al medesimo mondo digitale, che sta trasformando la realtà del quotidiano, tutti stiamo vivendo nel postumano del nostro smartphone. O almeno così scrivono Ratti e Claudel.

Ratti e Claudel, “La città di domani”

Il volume segue una traccia in quattro parti con epilogo. L’indice costituisce già (come deve essere) la struttura del pensiero. Nella prima parte, La città di domani (e di oggi), si propone l’idea del Futurecraft (l’arte di costruire il futuro), del rapporto che si instaura tra i nuovi mattoni (i Bit) e quelli esistenti (gli atomi) per uno spazio di abitazione e di comunicazione, e, infine, della Wiki city, in cui l’Internet of Things (IoT) e le senseable cities (che sono il naturale ripensamento delle smart cities) facilitano la catalizzazione di uno speculative design che dovrebbe condurre a “ridefinire a livello collettivo il nostro rapporto con la realtà”.

Nella seconda parte, Flussi metropolitani di informazione, si parte dai Big Data (urbani), per passare ad una idea di Cyborg society, in cui il postumano è già tra noi. Scrivono Ratti e Claudel al proposito: “grazie agli smartphone, la vita quotidiana e le modalità di percezione della generazione Internet hanno assunto valenza di stato postumano, con implicazioni di carattere architettonico, spaziale e, in particolare, urbano”. Un ultimo capitolo di questa parte, Architettura viva, riprende alcuni ragionamenti di “Architettura Open Source”, per raggiungere l’obiettivo di delineare un futuro in cui gli “edifici attivi” possono essere “al contempo un sistema di sopravvivenza ambientale, un catalizzatore sociale, un coacervo dinamico di esperienze.”

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Nella terza parte, Senseable city, Ratti e Claudel delineano il futuro della loro esperienza di ricerca su tre tematiche: Mobilità, Energia e Conoscenza. Mentre la quarta parte, Guardando avanti, propone una tematica interessante, ovvero quella di hackerare la città, perché un mondo online sarà un mondo in cui gli hacker avranno molte possibilità di giocare. Ma quello che interessa agli autori è il cosiddetto “capello bianco“: un hacker etico che agirà da correttivo, amplificherà il potenziale della piattaforma (sociale) e, proponendo un maggior “diritto alla città”, permetterà di aprire la città con l’antica visione della co-creazione urbana, in cui l’ubiquitous computing potrà “dar vita a una nuova cittadinanza”. Una cittadinanza che renderà partecipati nuovi tipi di forum in cui convergeranno spazio fisico e spazio digitale: elementi essenziali per lo svolgimento della nuova vita urbana.

E se nella “Città di domani” di Ratti e Claudel le persone “sono sempre più consapevoli delle ombre digitali che proiettano e saranno legittimate ad assumere un ruolo attivo nell’abitare i luoghi in cui vivono, offrendo il proprio contributo fisico e digitale”, per cui “dalla quantificazione dell’individuo si passa alla quantificazione della città”, è anche altrettanto vero che non ci saranno (molto probabilmente) storia, memoria, conservazione, tradizione e cultura. Incredibilmente queste parole non compaiono, quasi per nulla in 100 pagine di libro scritte.

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La cultura è un atto di scelta. L’umanità ha sempre operato in questo modo e le città (di oggi e di domani) ne sono uno straordinario esempio. Difficilmente le città potranno non rapportarsi (consapevolmente o meno) ad un’idea culturale che potrà anche essere un progetto culturale e sociale. A meno che una tecnocrazia non risulti più efficace della (ahimè oggi sofferente) democrazia: sempre di più (in giro per il nostro pianeta) si sta considerando questa possibilità e un mondo online potrebbe essere un terreno di gioco non solo per i “capelli bianchi” ma anche per i “capelli neri“.

I consumatori (consumati) rimangono il principale obiettivo delle emergenti tecnocrazie. Non sappiamo più il numero di telefono dei nostri figli: ce ne accorgiamo appena si scarica un cellulare con il nostro archivio e la nostra agenda. Non abbiamo più neppure la pazienza di aspettare che si aprano le porte automatiche di un ascensore, che appaiono sempre troppo lente per il nostro tempo. E, neppure tanto inconsciamente, desideriamo che le nuove reti (di fibra superveloce) cambino il nostro futuro (intimo e sociale, privato e pubblico) urbano.

Nell’epilogo gli autori scrivono che “gli esiti della tecnologia dipenderanno dalle nostre azioni (e reazioni)” e che questo loro libro ha il compito di innescare un dibattito consapevole ed informato sulla “trasformazione del presente”, in cui “l’impegno pubblico” sarà determinante. Le città sono, da sempre, i luoghi in cui si scatenano i conflitti e dove i conflitti (prima o poi) si risolvono, spesso anche attraverso una (complessa ma straordinaria) azione di recupero consapevole, che permette di combattere il seduttivo ed ammiccante progetto dell’amnesia.

Nell’immagine, Carlo Ratti nel 2015 a Berlino. Copyright re:publica/Jan Zappner.

2 commenti

  1. Un sacco di sciocchezze che in definitiva sono un “laissez faire” più o meno mascherato. La Carta d’Atene sopravvive con la sua sciocca idea futurista ed è l’esatto contrario di quanto scriveva M. McLuhan sulla fine dell’azione centrifuga ottocentesca e meccanicistica e la nuova era centripeta determinata dall’elettricità e dai nuovi media. La città non ha bisogno di espandersi perchè non se lo può permettere più e non può nemmeno riaggiustarsi perchè i bisogni sono cambiati. L’inquinamento deteminato dalla stupida urbanistica di un secolo fa sta distruggendo il pianeta e tutti i cataclismi che sta provocando sono frutto della stessa idiota urbanistica che si insegna nelle università del pianeta. L’iperbolico costo di questa urbanistica sta distruggendo le economie di interi continenti. Io credo che si possa fare della poliarchitettura non nuove città ma nuovi edifici-città. Vengono costruite navi da crociera per 10000 persone e non siamo capaci di costruire edifici per 30000 persone? In una nave c’è tutto divertimento, lavoro, produzione e vita familiare ed era il sogno di Le Corbusier. Si può costruire una città di villette a due piani con giardino sul tetto e fotovotaico per 30000 persone con tutti i servizi, sanità, scuola, commercio, ecc… e aziende di produzione per il lavoro di tutti gli abitanti in un pezzetto di terra di circa 1400m di lato in un edificio di tre piani di 1000 metri di lato. Tutto a pochi passi di distanza e verde sopra e attorno alla città. Niente inquinamento rifiuti totalmente raccolti e trattati e riciclati con i reflui…..ecc..ecc… Io l’ho chiamata KILOMETROQUADRO e potrebbe dare case di proprietà e lavoro per 30000 persone anche senza un soldo, con il massimo dell’efficienza e del risparmio. Si costruirebbe da sola come un enorme lego pagandosi da sola e creando ricchezza per i suoi abitanti , per le sue aziende, per il territorio…… Magari nel 2067…….

  2. Le città progettate sono fallite perchè non hanno mai imparato dai millenni di storia delle città giunte fino a noi con i centri storici. Per millenni l’uomo ha vissuto in città in cui la propria abitazione era il luogo di produzione e l’unico che l’aveva capito era Leonardo che progettava la città su più piani. Nessuna città progettata l’ha mai fatto e tutte sono fallite in modo più o meno clamoroso. Roma entro le mura Aureliane aveva 1 milione di abitanti che producevano tutto quello che occorreva , persino le pietre di costruzione della città stessa e Pompei ci mostra come era. Tracce di tutto questo c’è nei nomi dalle strade di Roma. di Milano, di tutte le nostre antichissime città dove un tempo si producevano spade, tessuti…. e tutto quello che occorreva, magari anche il Perseo del Cellini fuso in bronzo nella fornace di casa sua nella città di Firenze.

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