Caldo e acqua, natura e Caproni

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Il caldo e l’emergenza idrica dimostrano, con un ritmo sempre più annualmente serrato, la fragilità del territorio e delle infrastrutture. Un rischio diffuso, poco compreso, che dovrebbe rendere consapevole, invece, l’esigenza di una coabitazione equilibrata tra risorse ed esigenze di sviluppo in un momento in cui il pianeta si trova di fronte a sfide climatiche di grande portata. In alcuni mesi di acqua ce n’è troppa e aree golenali urbanizzate, canali e corsi fluviali intubati, grandi superfici urbane (e non solo) asfaltate e cementificate, innescano il disastro. In altri, di acqua ce n’è poca (o pochissima) e l’aridità dei bacini e dei fiumi concentra residui, scorie e veleni, riduce o annulla la produttiva agricola, obbliga le amministrazioni a calmierare le risorse potabili. L’infrastruttura distributiva idrica è (spesso) un colabrodo, vecchia e poco manutenuta, con un costo a metro cubo di acqua potabile insostenibile per molte famiglie.

Il ricaricamento degli acquiferi, ad esempio, per molte realtà anche della nostra costa sviluppata in una lunga penisola, sarebbe fondamentale (e lo chiede con insistenza e cogenza l’Unione Europea) e permetterebbe, oltretutto, di ridurre l’avanzamento del cuneo salino, che porta ad una modificazione degli ecosistemi costieri e trasforma i potenziali ambientali dei territori. L’efficiente e corretta gestione del patrimonio idrico non è cosa da poco: richiede monitoraggi, valutazioni sulle contaminazioni, individuazione dei bacini idrografici, valutazione del rischio in rapporto con le problematiche sismiche, lo studio degli acquiferi superficiali e delle sorgive e una vera e propria modellistica. Molte di queste metodiche vengono sviluppate attraverso progetti europei del programma LIFE, come il Progetto CAMI, che ha messo in evidenza come in questi ultimi anni “si stia sempre più sviluppando la consapevolezza che, anche nelle regioni in cui è abbondante, l’acqua sia comunque una risorsa limitata, il cui uso indiscriminato, accompagnato da una scarsa tutela delle falde acquifere, possa rappresentare una seria minaccia al suo mantenimento ed al suo utilizzo da parte delle generazioni future” o il Progetto WARBO Water Re-Born, che “risponde alle necessità di salvaguardare, proteggere e valorizzare l’acqua e gli ecosistemi terrestri, attraverso la regolazione della ricarica artificiale delle falde acquifere e l’analisi di diverse metodologie di applicazione, così da regolamentarne le applicazioni per la salvaguardia delle risorse naturali”. WARBO si concentra “sui siti che hanno problemi di degrado qualitativo e quantitativo delle risorse idriche, che ospitano ecosistemi di interesse comunitario e nei quali sono necessarie misure urgenti per combattere la scarsità d’acqua, sviluppando protocolli di corretta gestione delle attività di ricarica” (warbo-life.eu/it/).

Se poi guardiamo la realtà urbanizzata è facile comprendere come gli aspetti di contenimento dei consumi, gestione delle acque (potabili, piovane e riciclo) in rapporto alle esigenze dei comparti produttivi, abitativi o di servizio siano ancora percepiti più nello sfondo di una generica esigenza ambientale che come una reale priorità. Inoltre i cicli produttivi (anche edilizi) consumano una grandissima quantità d’acqua che non viene sempre calcolata nel bilancio reale del processo.

Insomma, ogni volta che il caldo morde e brucia appare un contesto in difficoltà e come una popolazione preneolitica sembriamo portati a risolvere il problema guardando il cielo chiedendoci quando una divinità correlata ci concederà la salutare pioggia.

È un rapporto, quello con la natura, che quest’anno è tornato alla ribalta anche nella prova scritta di italiano all’Esame di Maturità, con una traccia definita da una poesia di Giorgio Caproni, uno dei poeti più grandi del Novecento italiano (anche se meno conosciuto perché non riesce ad inanellare le dita di quella singola mano che accoglie i saperi condensanti e digitalmente sintetici delle nostre attuali giovani generazioni, e non solo). Il titolo “Versicoli quasi ecologici”, accenna già ad un distacco, un po’ nichilista, dalla realtà concreta e attiva: uccidere (il mare), soffocare (il vento), fulminare (il pesce), far morire (l’acqua), far sparire (la foresta) sono le azioni incessantemente in corso di sviluppo e l’unica soluzione appare quella di far scomparire l’essere umano dal pianeta terra, colui che è responsabile di aver asfaltato il paradiso. Forse la frase più bella è proprio quella che ci ricorda che noi siamo fatti in realtà di tutto questo (acqua, mare, vento, pino, ecc.) e che seviziare la natura è un atto contro noi stessi.

Ma il caldo aumenta, blocca gli aerei, spegne le fontane, trattiene gli anziani nell’ombra delle case, non fa dormire i bambini, fa crescere a dismisura il prezzo della frutta e della verdura e riduce il buon senso e la ragionevolezza. Quindi l’estate passerà, assolata ed arida, citando statistiche centenarie di cicli climatici apparentemente impazziti, mentre la capacità di adattamento dovrebbe innescare un processo inverso, virtuoso e cosciente, perché non c’è più nessun’altra alternativa possibile per uno sviluppo equilibrato, e la grande sfida dell’acqua è lì a dimostrarlo.

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