E adesso è l’ora del Bonus Verde

bonus verde giardini

Nella manovra snella (come viene definita dal Premier Paolo Gentiloni) della Legge di Bilancio approvata il 16 ottobre 2017 dal Consiglio dei Ministri, è stato inserito anche il Bonus Verde, un nuovo tipo di bonus fiscale, che riguarda la possibilità di detrazioni fino al 36% per spese riguardanti giardini e terrazzi, ovvero per le aree di pertinenza delle unità immobiliari private, che vedano una riqualificazione e un recupero a verde. Il Bonus Verde può essere utilizzato anche per parti comuni condominiali e per i giardini storici.

Stefano Boeri, intervistato sul Corriere della Sera del 17 ottobre da Corinna De Cesare, ricorda non solo l’importanza ambientale di un atteggiamento che permetta di far convivere “un’architettura in pietra con piante e arbusti”, ma anche gli aspetti di sostenibilità e di compensazione attiva con l’assorbimento di anidride carbonica naturalmente operato dal peso verde dei nostri più antichi antenati viventi del pianeta. L’architetto Stefano Boeri, come racconta nell’intervista, ha partecipato alla discussione sull’introduzione della norma in un incontro alla Camera dei Deputati, in cui ha avuto modo di esprimere la tendenza in atto in Europa che porterà ad aumentare del 20% la superficie a verde in copertura.

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La tematica è di grande interesse e sviluppa varie modalità di affrontare il problema.

Da un lato quella tecnologica che pensa al verde come ad una componente architettonica o della scena urbana. Una componente che deve trovare il proprio spazio, con il supporto di attenzioni costruttive e di gestione/manutenzione assolutamente non banali. Mettere il verde dove non ha voglia o interesse a stare richiede molta cura e molti supporti.

Dall’altra parte c’è la modalità alla Gilles Clément, il grande paesaggista francese autore de “Il giardino il movimento” e di “Manifesto del terzo paesaggio” (tutti editi da Quodlibet) che percepisce (e difende) gli spazi verdi come spazi della diversità. Sono veri e propri luoghi in cui, come per gli ambiti residuali urbani abbandonati, prende il sopravvento la dinamica naturale, in cui si eleva il valore dell’improduttività, in cui si valorizza la “crescita e lo sviluppo biologici, in opposizione alla crescita e allo sviluppo economici”, in cui si sperimenta l’imprecisione e in cui il giardiniere e gli impianti di irrigazione non possono mettere piede. Non sono un’utopia, esistono. Appena un luogo viene temporalmente abbandonato, il giardino in movimento nell’arco di qualche anno lo occupa. Sono spazi in cui la “natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire”.

Tra questi due estremi ci sono poi tutte le modalità intermedie.

Il giardino, come il paesaggio, è un artificio. A volte straordinari artifici che la nostra specie crea e mantiene nel tempo attraverso un calibrato processo di adattamento. Sono artifici che rappresentano bene come, dalla rivoluzione neolitica in poi, gli esseri umani hanno dominato le altre specie viventi, le hanno allevate, coltivate, per un interesse non solo e non più di sostentamento individuale.

Vi racconto una storia: nel mese di agosto ero per le strade di una località turistica romagnola con un’amica che, vedendo le radici dei pini marittimi piantati a bordo marciapiede deformare l’asfalto, si è sentita in dovere di reagire verso queste alberature così poco rispettose della nostra sicurezza e della funzionalità stradale. Le ho chiesto, per un attimo, di cambiare punto di vista, e di provare ad immedesimarsi nel dolore e nella segregazione di quegli apparati radicali, adattati a vivere in quelle condizioni superficiali cercando sostegno nella spinta (inversa) contro massetto e manto bituminoso. Tutto è sembrato allora acquisire un altro valore. Le due facce della stessa medaglia.

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