Il BIM nuovo gap generazionale

BIM gap generazionale
© Pawel Loj

Mi sono iscritta ad architettura senza pensarci davvero, come se fosse un evento naturale, esito spontaneo della mia maturità al liceo artistico, e mi sono ritrovata fra coloro che hanno affrontato questo percorso di studi con velleità certamente più artistiche – appunto – o umanistiche, se preferite, che tecniche o tecnologiche.

Non c’è bisogno che mi diciate che mi sono sbagliata: ci ho messo un po’, ma l’ho capito da sola. Immaginate però quale sarebbe stato lo stupore della me stessa studentessa universitaria ventenne se si fosse improvvisamente risvegliata a qualche anno di distanza non solo quotidianamente immersa fra linee di AutoCAD, computi Excel, diagrammi di Gantt o WBS, ma alle prese con il nuovo nemico pubblico numero uno: il BIM.

Qui chi non sa ancora bene che cos’è ‘sto BIM resterà deluso perché non sono certo titolata a spiegarglielo io, e chi ne sa molto più di me resterà deluso perché in fondo non è di BIM che voglio parlare, ma del gap generazionale che – è facile immaginare – il Building Information Modeling sta già causando. Do quindi per scontato che di BIM vi siate ormai fatti, anche lontanamente, un’idea generale.

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A Milano (ma credo ovunque) da un po’ di tempo i grandi studi si stanno per forza di cose convertendo alla nuova religione: chi è più avanti se ne vanta e fa da relatore ai convegni, chi è più indietro si trova a dover correre ai ripari. Che poi, diciamocelo, in Italia non c’è ancora nessuno studio in cui la filiera del BIM funzioni appieno: il momento in cui tutti gli attori coinvolti saranno pronti – progettisti a vario livello, consulenti, fornitori, imprese – è lontano.

Non so che cosa questo significhi per gli architetti che lavorano più che altro da soli o per gli studi più piccoli, ma in quelli di cui ho esperienza più diretta la corsa al BIM si traduce nella ricerca di figure esperte che sappiano di che cosa si sta parlando e possano impostare un metodo di lavoro e di giovani modellatori Revit* (sostituire con qualsiasi altro programma del caso) che sappiano usare lo strumento base; a questo si affianca poi la formazione dei project manager o dei responsabili di progetto con più esperienza.

Quali sono i punti deboli della questione?

Primo, le figure esperte – che non solo abbiano studiato, ma che abbiano anche accumulato esperienza pratica – sono ancora poche. La maggior parte di coloro che si dichiarano esperti sulla carta vengono da master di formazione per BIM manager / BIM strategist / BIM evangelist che molto spesso non possono sfornare professionisti già pronti per affrontare progetti complessi dalle tempistiche sempre più ristrette senza provocare qualche danno e lasciare caduti sul campo. In ogni studio ci sarà qualche progetto beta che verrà “sacrificato” per sperimentare il nuovo sistema di lavoro.

Secondo, i giovani modellatori sono giovani. Questo significa che in pochi hanno già quelle conoscenze tecniche e pratiche che vengono dall’aver accumulato un po’ di esperienza non solo di progettazione, ma anche di cantiere, per poter condire gli elementi del modello con tutte quelle informazioni che fanno la differenza fra un disegno CAD e un modello parametrico. E non lo dico per la solita volontà di bistrattare i millenials tipica di questi tempi, ma perché – per come è impostata la gerarchia negli studi di architettura di una certa dimensione – è un tipo di esperienza che si fatica ad avere anche quando si è diversamente giovani.

Terzo, i project manager / i responsabili di progetto si affannano a trovare il tempo (e la voglia) di continuare la propria formazione per stare al passo con quello che sarà il futuro della professione: non è detto che debbano imparare anche a gestire un programma di modellazione, per esempio, ma devono certamente essere consapevoli di cosa possano chiedere al sistema, di che risultati possano aspettarsi e in quali tempi. Difficilmente saranno più in grado – anche solo potenzialmente – di gestire l’intero processo produttivo da soli.

Il progettista 40enne e il giovane modellatore

Il più frustrato in questa catena alimentare non è però nessuno di questi tre attori: ce n’è almeno un quarto che è messo peggio è che è la vera vittima del gap generazionale del BIM. Parliamo del progettista 35-40enne che, non si sa se per demerito, per mancanza di iniziativa personale o per pura e semplice ingiustizia del sistema di questi grandi studi, si è sempre e solo occupato di sviluppare la progettazione esecutiva/costruttiva di singole aree di grandi progetti tramite disegno AutoCAD e che ora si trova nella scomoda posizione di dover decidere se buttarsi a fare corsi su corsi per riciclarsi come modellatore Revit* (o chi per esso), trovandosi poi a competere con i giovani smanettoni, contro i quali difficilmente avrà la meglio, oppure se decidersi finalmente a dare una svolta alla propria figura professionale e trovare il modo di impiegare meglio il proprio know-how (sempre che sia riuscito a costruirsene uno).

Di certo anche il giovane modellatore si trova in una posizione alquanto particolare e dovrebbe prendere coscienza di quanto potenzialmente il suo ruolo abbia in questo momento di transizione un valore altissimo (e, ovviamente, mai riconosciuto economicamente) per i vari studi di progettazione e società di ingegneria. A mio parere, i “nuovi caddisti” hanno oggi la possibilità di negoziare condizioni di lavoro migliori di quanto non avessero i loro predecessori. Non essendo sostenitrice del nonnismo, mi piacerebbe molto che ci riuscissero.

Penso alla rivoluzione portata da AutoCAD negli studi di architettura ormai più di vent’anni fa e mi domando se la sensazione di spaesamento di chi ci si è dovuto adattare all’epoca sia stata la stessa di quella che provo io oggi. E, scusate, non sono affatto refrattaria al progresso, anzi sono pienamente consapevole dell’apporto che il BIM può dare al nostro lavoro, ma vi confesso che che questo sistema è quanto di più lontano dall’idea che avevo di questa professione quando ero all’inizio, e parliamo di meno di 15 anni fa. Ma d’altronde potete facilmente immaginare quale sarebbe lo stupore della me stessa architetta trentasettenne se si risvegliasse improvvisamente qualche anno addietro seduta ai tavoli del politecnico fra fogli da lucido, rapidograph, normografo e letraset. E poi tutti di corsa in copisteria.

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11 commenti

  1. Salve,

    Ho 31 anni e sono uno dei cosiddetti BIM Architect, lavoro a Londra su progetti dove tutti i collaboratori del team di progettazione o quasi lavorano in “full BIM”. Credo di aver accumulato una certa esperienza in questo settore nonostante la mia giovane (!) eta’, soprattutto rispetto allo standard italiano.
    Sono d’accordo su quasi ogni punto del suo articolo. Quello che posso dire con certezza e’ che la figura dell’architetto che non conosce il software e’ la norma qui in UK, e cosi deve essere. L’architetto deve conoscere come progettare una casa e come costruirla, non come modellarla. L’essenziale e’ stare al passo dei tempi riguardo i “processi” e non gli “strumenti”. Il BIM e’ un processo e NON uno strumento. Non comparerei la rivoluzione di Autocad con quella del BIM, Autocad e’ solo un diverso strumento per disegnare le stesse cose che si disegnavano in 2d su un foglio. Il BIM per (s)fortuna di chi lavora in Italia e’ completamente differente e un corso di un anno in “BIM Management” non risolvera’ niente se non far perdere soldi e tempo a aziende/singoli/studi professionali. Il giovane modellatore che “conosce Revit” rimane un giovane modellatore e avra’ ben poco potere, soprattutto fra 2/3 anni quando tutti avranno finito quei corsi di una settimana in “BIM” (agghiaccianti).

    Saluti 🙂

    PS: i professionisti esperti in Italia sono pochi, perche’ i contratti offerti sono meschini.

    • Mi piacerebbe sapere da Enrico C (visto che vivi all’estero ed hai già accumulato una certa esperienza con il BIM) che consiglio daresti a tutti quelli che vivono il gap di competenze (singoli professionisti) e come uno studio medio-piccolo dovrebbe procedere per implementare l’uso del BIM all’interno della loro pratica.

      Grazie in anticipo e in bocca al lupo con la tua carriera 🙂

      • Ciao Angela,

        Come si diceva nell’articolo molti studi usano un progetto pilota per testare competenze e standards.
        Inutile dire che si sbagliera’ all’inizio ma le cose si affinano col tempo/esperienza.
        Serve ovviamente all’interno dello studio una persona che conosca le norme guida europee sul BIM e che faccia un piano a medio lungo termine per la implementazione di un protocollo BIM, BIM Standards, BEP…normalmente e’ il BIM Manager/BIM lead.

        Vorrei dire che le realta’ medio/piccole italiane sono anche piu’ flessibili e questo non bisogna dimenticarlo, quindi e’ piu’ facile implementare un nuovo sistema di lavoro con nuovi standards/procedure.

        La frase preferita di uno dei miei Director era “il BIM e’ come i motori di un aereoplano, ci mette un po’ ad andare a regime ma poi va molto piu’ veloce di una Formula 1.”

    • Ciao Enrico, sono Marta, autrice del post.
      Hai ragione a precisare che il BIM sia un processo e NON uno strumento: in tanti hanno le idee confuse già su questo punto base. E forse io per prima l’ho definito strumento da qualche parte, ma concordo con te che non sia una sottigliezza inutile.
      Sono d’accordo con te anche nel dire che un architetto deve sapere come progettare e costruire un edificio, e non come modellarlo, e questa affermazione implica che quello del modellatore sia un lavoro completamente diverso.
      Purtroppo qui in Italia, si sa, di architetti ce ne sono troppi rispetto alla richiesta del mercato (banalizzando la questione, l’italiano medio si rivolge all’architetto solo quando costretto a presentare una pratica e non perché riconosca il valore del suo lavoro). La figura più ricercata del momento dagli studi medio-grandi è invece proprio quella del modellatore e in tanti cercano quindi di riciclarsi in questo campo.
      L’ideale sarebbe unire le proprie competenze professionali, la conoscenza del processo BIM e le nozioni tecniche dei software: insomma, più facile a dirsi che a farsi.

      • Ciao Marta,

        Vorrei aggiungere solo che in Italia ci sono un marasma di figure professionali che si occupano di TUTTO. Il geometra progetta, disegna, fa il rilievo, si occupa delle pratiche, fa il modellatore, fa i rendering, fa le grafiche, fa i siti web… Cosi anche l’architetto e l’ingegnere e mio cugino (ma per molto meno).

        Questo ha saturato il mercato di figure mediocri che sanno fare tutto e lo fanno anche malino.

        Piu che unire le proprie competenze personali direi che bisognerebbe unirsi in societa’ specializzate in qualcosa, oppure con specialisti al proprio interno che fanno UNA cosa ma fatta bene.

        • Conosco tanta gente che si è rivolta proprio a “tuo cugino” 🙂

          Sì, è vero, in Italia sono tanti gli aspetti legati alla nostra professione che vanno così così: quello che resta da fare, per chi è rimasto, è provare a far funzionare le cose, anche partendo dalla propria esperienza personale, o anche iniziando a metterle in discussione, come stiamo facendo noi.

  2. Io sono un architetto restauratore e uso il bim di Allplan da quando avevo 35 anni, cioè da 10 anni. Io provengo da una lunga esperienza di cantiere, maturata in famiglia (papà muratore/artigiano, niente di che, nessun architetto/ingegnere in famiglia). Il Bim non ha interferito per nulla nel processo creativo (parto sempre con matita, schizzi, concetti, ecc). È solo che quando devo rappresentare il lavoro, invece che mettermi li con un tecnigrafo elettronico tipo AutoCAD, che mi schiva solo la china, io costruisco il mio cantiere nel modello, lo costruisco esecutivo, e il lavoro di produzione di piante, prospetti, sezioni, viste, si genera automaticamente. (Non solo: misura i vani, genera tabelle e volumetrie, adatta le altezze in automatico se modificate qualcosa strada facendo, e molte altre funzionalità..). E soprattutto producendo un lavoro qualitativamente migliore. Con l’estensione “design to cost” si associa un prezzo ad ogni elemento è si generano computo e costi ma va bene per il nuovo, sui restauri io preferisco valutare in modo tradizionale. Non vedo il problema. Da poligonali e triangolazione, passo al modello, verifico la sovrapposizione dei piani, controllo i fuori piombo, verifico il miglioramento statico…è fantastico, ma perché no?? Il Bim non mi ricordo quanto mi è costato ma mi pare qualche migliaio di euro, avevo fatto un minifinanziamento, io non ho grandi disponibilità. E poi un corso di 10 lezioni (450 euro) e poi l’ho usato tanto finché ho imparato. Chiaramente non ci si improvvisa (se non sai come è fatto quello che vuoi costruire, non c’è verso con il Bim) ma questo ormai in nessun lavoro. Non so se Revit è più complesso.

  3. Ciao Caterina, sono Marta, autrice del post.
    Complimenti per aver saputo anticipare i tempi, di certo non è da tutti.
    Quando parli di “BIM di Allplan”, ti riferisci alla modellazione 3d fatta con Allplan, immagino.
    Certamente io non metto in dubbio che utilizzare un programma di modellazione (che sia Revit o Allplan o Archicad o XXX poco cambia) velocizzi la produzione di elaborati grafici, tabelle, etc. e che sia utile anche nella computazione (sempre se modellato con certi criteri). Questo ben venga. Il BIM – inteso come processo nel suo insieme – va però oltre la modellazione, attraverso i vari livelli LOD, e prevede che tutti gli attori coinvolti, fino all’impresa che costruisce, sappiano destreggiarcisi, altrimenti è inutile. E’ su questo aspetto che siamo ancora indietro e che ci toccherà lavorare sodo.
    A me tutte queste nozioni nerd rubano energia che investirei più volentieri in altro, ma questo è solo il mio punto di vista personale! 🙂

    • Mi sembra che il punto su cui bisogna lavorare sodo in italia è sempre quello della flessibilità.
      Quando parlo di BIM intendo un modello dell’edificio che mi restituisce delle informazioni.
      Un modello che scambio con l’ingegnere per metterci le strutture e che inserisco di nuovo nel mio progetto, ad esempio. O con l’impiantista.
      Dove estraggo delle informazioni da condividere e definisco quali parti hanno la priorità su altre.
      Un modello dove pianifico la manutenzione dell’organismo edificio nel corso del tempo.
      Per quanto riguarda i LOD, Allplan esporta in IFC e io riesco a lavorare quasi con tutti. Chiaramente io non lavoro con Renzo Piano o con Zaha Hadid e non so che necessità hanno loro ma so per certo che ad esempio da Foster il software per disegnare o per modellare hanno il loro, in continua evoluzione e modifica, e credo che la parte dove si impara non sia di fatto mai finita.

  4. Ciao, sono Marco, over 40… Concordo su tutta la linea con Enrico, molto più giovane di me… Sono anche io di fronte al grande gap di cui si è parlato, anche se uso Archicad e potrei implementarlo senza dover saltate a Revit. Visto che sto guardando posizioni aperte a Londra, vorrei chiedere a Enrico come si chiama la “figura dell’architetto che non conosce il software”, ma progetta: project designer? Senior designer o semplicemente “architect”?

  5. Buongiorno a tutti mi chiamo Marco ho 44 anni e dal 2008 ho iniziato ad approcciare al mondo BIM e attraverso REVIT. Sono d’accordo con tutto quello che ho letto fermo restando che secondo me nulla è più veloce della matita e della carta. una volta tracciata l’idea ci sarà qualcuno che poi saprà tradurla nello strumento in voga in quel momento…. ora il Bim. Ho usato il termine strumento di proposito perché il vero processo e quello della mente che progetta…..come poi il costrutto mentale di relazioni tra elementi tecnologici, aspetti emotivi e interazioni funzionali venga tradotto in muri solai e tetti o finestre e porte (siano virtuali che reali) dipende appunto dallo strumento che si utilizza. E attenzione DIPENDE va scritto in maiuscolo e grassetto. Gehry non avrebbe realizzato niente di simile a Bilbao se non lo avesse prima pensato. Poi lo strumento gli è venuto incontro e gli ha permesso di concretizzare l’idea. La necessità del bim oggi nasce dalla paura. La paura che pervade questo mondo, soprattutto le forze economiche di questo mondo, che per la paura cercano di avere un controllo assoluto su tutto quello che si intende portare alla luce. Philip Johnson in una delle sue ultime conferenze disse che le parole d’ordine per la nuova generazione di architetti avrebbero dovuto essere “passione e gioco”. Io uso il Bim ad un buon livello, ma non vi trovo ne la prima ne la seconda. Siate architetti e non disegnatori. Un’idea di valore dovrebbe sovrastare e far scavalcare ogni difficoltà economica o tecnologica. Il Bim ci può permette di usare le tecnologie che conosciamo. Per andare avanti ci vuole di più. Passione e gioco, carta e matita.

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