Audrey Azoulay a capo dell’UNESCO

Audrey Azoulay a capo dell’UNESCO

Nella sera del 13 ottobre 2017 Audrey Azoulay (Parigi, 1972) è stata eletta direttrice generale dell’UNESCO. Il tutto capita mentre gli Stati Uniti d’America e Israele annunciano di abbandonare l’organizzazione delle Nazioni Unite che è stata creata proprio con il prioritario scopo di promuovere la pace attraverso l’educazione, la scienza e la cultura.

Ma, come si sa, la Cultura (dal punto di vista della politica internazionale) è più simile ad uno sport olimpico che a quella straordinaria combinazione di espressioni umane connesse ad appropriate e coerenti scelte di civiltà, diversificate e sviluppate sul nostro pianeta dalla specie infestante. Come sport olimpico esprime poteri muscolari ed è soggetta alla tendenza (tutta umana) di alterare la natura (delle cose) con un mirato doping. Implicazioni e comportamenti dal sapore tipico della competizione (ma si potrebbe legge conflitto), ideologica ovviamente.

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Audrey Azoulay è la ministra della Cultura francese del governo di François Hollande. Nel canto del cigno del suo mandato, il Presidente francese, a sorpresa e non senza qualche effetto provocatorio, candidò la sua ministra alla direzione generale. È probabilmente una elezione di mediazione che getta un ponte anche verso i paesi arabi, che candidavano Hamad bin Abdulaziz al-Kawari, ex ministro del Qatar, e che ha perso per pochissimi voti, sembra anche con il ruolo deciso dei rappresentanti italiani nel Consiglio esecutivo. La mediazione è nell’origine della quarantacinquenne Audrey Azoulay: una ebrea marocchina nata a Parigi, il cui padre è stato consigliere della famiglia reale del Marocco.

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Mentre la scelta deve essere ancora confermata dall’Assemblea generale i primi di novembre, la direttrice in nuce si è già esposta affermando l’opportunità, in un momento di crisi dell’organizzazione mondiale, di restaurarne la credibilità. Il restauro è un atto importante. Intervenire sulle preesistenze implica consapevolezza e soprattutto sensibilità non da poco nell’ascoltare e comprendere i segni delle testimonianze. In un momento in cui la storia è soggetta allo sfuocamento, al riverbero e alla dispersione, quello che si percepisce è piuttosto la progressiva estensione dell’alterazione e del degrado (dei pensieri come delle forme, e quindi anche delle organizzazioni). Processi che sembrano attecchire troppo bene, conducendo troppo spesso alla distruzione delle memorie, piuttosto che alla loro conservazione e valorizzazione.

L’immagine in alto è di Selbymay (Own work) [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons

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