Perché l’architettura milanese anni Cinquanta è così brutta?

Architettura milanese anni Cinquanta
Luigi Bandini Buti, autore del testo

Perché l’architettura milanese anni Cinquanta è così brutta? Per colpa degli architetti o del regolamento d’igiene? L’immagine della città è la fisionomia che le viene data dai manufatti all’interno dei vincoli dati dall’uomo e dei limiti e delle opportunità date dalla natura. E’ quell’insieme di oggetti e spazi che ci fa apparire una città accogliente o sciatta, gioiosa o triste, operosa o sonnacchiosa. L’immagine della città non è data dall’architettura delle eccellenze, ma soprattutto dall’edilizia, cioè dalla parte più diffusa e forse meno nobile del tessuto.

Lo stesso vale per le campagne. La campagna dell’Umbria non è caratterizzata dal pur eminente “Carapace” di Arnaldo Pomodoro, ma dalle ville e villette in stile caprese, finto rustico (non ne manca neanche qualcuna tirolese) e dalle abitazioni piene di tetti (alla ricerca del Guinnes dei primati in fatto di numero di falde) dei geometri (e non solo) locali.

A Milano è lo stesso. La sua immagine diffusa non è caratterizzata dagli edifici di Gio Ponti, dei BBPR, di Caccia Dominioni. Essi hanno creato modelli importanti per lo sviluppo della cultura del progetto ma poco influenti per il paesaggio urbano diffuso. I modelli poi sono spesso mal interpretati. Non posso perdonare all’architetto Gardella di aver inventato dei nuovi rivestimenti fortemente materici utilizzando il violaceo gres industriale che prima aveva impiego solo nei manufatti per le fognature. Non per l’acuto uso che lui ne ha fatto, ma per i tristi condomini dei suoi tristi epigoni.

Si studiano e si pubblicano le eccellenze, che sono la matrice della cultura, ma meno si studia l’edilizia corrente che è la vera matrice dell’immagine diffusa dei luoghi. Non si insegna ad imprenditori, tecnici più o meno laureati, amministratori pubblici e privati cosa si dovrebbe fare per il rispetto della città.

Una ricerca

Nel 1971, quando ero giovane, sulla base della constatazione dell’enorme influenza che hanno avuto per l’immagine di Milano i regolamenti edilizi, sviluppai con altri colleghi una ricerca per il CNR su un tema che allora noi giovani architetti sentivamo molto importante. Il fatto era che l’immagine della città di Milano, in pieno boom economico, era determinata dal regolamento d’igiene.

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Lo sapevamo noi che a scuola progettavamo edifici urbani ed eravamo premiati dai nostri professori se raggiungevamo la massima volumetria consentita dal regolamento, meglio se la superavamo con cavilli interpretativi. Questo è quello che ci insegnavano e molto poco ci insegnavano sulla immagine della città, quell’aspetto del vivere civile così importante ed evanescente, frutto della sommatoria di interessi, visioni, approcci diversi.

L’architettura milanese degli anni ’50 si sviluppa in un clima di stretto razionalismo, tanto caro alle imprese di costruzione che lo interpretavano come assenza di tutto; e facciate in economico into­naco tinteggiato!

Mi ricordo le liti con “quelli di Roma” che avevano come idolo Wri­ght e non come noi Le Corbusier. Vani miti e vane diatribe perché il destino delle città si giocava in altri campi. Basta dare uno sguar­do a una parte qualsiasi della città per individuare immediatamente le architetture anni Cinquanta. Uguali fra di loro, povere di materiali, nate vecchie e senza anima.

Ma forse è stato il prezzo del boom. Prezzo alto che dobbiamo riscattare.

Luigi Bandini Buti, autore di “Io c’ero. Riflessioni di chi ha vissuto gli anni d’oro del design e dell’ergonomia italiani“, da cui questo testo è tratto, si è laureato in architettura al Politecnico di Milano nel 1955 e ha cominciato la sua carriera collaborando con i più importanti architetti milanesi, fra cui Ignazio Gardella e Marco Zanuso.

“Io ho una caratteristica molto peculiare: sono abbastanza vecchio per poter dire ‘io c’ero’.
Mi capita spesso di parlare dei periodi passati, e mi accorgo che a molti interessa sapere come sono nate certe idee e certi progetti e che tutto sommato non se ne sa molto.
Per questo nel tempo ho fissato su carta quei momenti e adesso li ho messi insieme (e aggiornati col senno di poi).”

Io c'ero

Io c'ero

Luigi Bandini, 2016, Maggioli Editore

LUIGI BANDINI BUTI Laureato in architettura al Politecnico di Milano nel 1955, comincia la sua carriera collaborando con i più importanti architetti milanesi fra cui Ignazio Gardella e Marco Zanuso. Con Franco Albini collabora alla direzione artistica della prima linea...



Nell’immagine, Luigi Bandini Buti. Fotografia di Epirazzi, Opera propria, CC BY-SA 3.0.

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