Architetti italiani, i più numerosi ma tra i più poveri d’Europa

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Abbiamo già più volte parlato del fatto che in Italia ci siano troppi architetti. I dati sulla professione architetto contenuti nel nuovo rapporto Cresme (puoi leggerlo interamente, e scaricarlo, QUI) presentato nei giorni scorsi non ci colgono quindi di sorpresa.

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Si apprende così che, nonostante rispetto all’anno precedente ci sia stato un incremento molto basso di iscrizioni all’ordine degli architetti (l’incremento minore degli ultimi 27 anni, con 700 iscritti in più rispetto al 2014), l’Italia resta sempre il Paese europeo con il più alto numero di architetti in attività, collocandosi però al 19esimo posto in Europa per reddito.

Alla fine del 2015, infatti, risultavano iscritti all’albo ben 154.310 architetti (150.934 nella Sezione A e 3.376 nella Sezione B), quindi abbiamo circa 2,5 architetti ogni mille abitanti, contro gli 1,6 che si registravano nel 2000, e contro l’attuale media europea di 0,96 per mille. Secondo i dati raccolti gli architetti italiani rappresentano quindi il 27% di tutti gli architetti europei.

Gli architetti italiani detengono anche un altro primato, quello del più basso potenziale di mercato pro-capite.

Utilizzando una stima della reale domanda di servizi di progettazione, si trova che gli architetti italiani nel 2014 avrebbero avuto a disposizione 105 mila euro a testa, un valore che va comunque poi ulteriormente diviso con le altre figure professionali che opera­no nello stesso settore.

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Reddito medio degli architetti italiani

Per quanto riguarda il reddito imponibile medio, secondo i dati esposti nel rapporto, quello degli architetti italiani sarebbe pari a 19 mila euro, un valore che colloca gli architetti italiani, come già accennato, al 19esimo posto in Europa su 27 paesi, anche al di sotto di Turchia, Slovenia ed Estonia, e comunque ben lontano dai 29 mila euro medi stimati per il livello europeo (con i picchi da 54,7 mila euro della Svizzera, i 44 dell’Olanda, i 43 della Germania).

La situazione difficile del mondo italiano dell’architettura è descritta anche dalle indagini condotte da Almalaurea sui laureati. Secondo questi dati, “a cinque anni dal conseguimento del titolo di secondo livello (età media circa 32 anni) il reddito mensile netto degli architetti risulta meno di 1.190 euro, contro una media generale di 1.360 euro, un dato inferiore anche alle medie di geologi e biologi”.

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“Ma la discrepanza diventa più marcata – continua il rapporto – nel confronto con il reddito medio dei laureati in ingegneria. Tra 2008 e 2014, sem­pre a cinque anni dal titolo, il reddito netto dei giovani architetti (valutato a valori costanti 2015), si è ridotto del 19%, da 1.465 a 1.180 euro al mese. Queste statistiche sono confermate dai dati della cassa previdenziale. Il red­dito degli architetti con età compresa tra 30 e 35 anni è passato da 16.000 euro annui del 2009 ai 13.789 del 2013 (-16% a valori correnti).”

Tasso di disoccupazione e fughe all’estero

In più, anche il tasso di disoccupazione sta crescendo, arrivando al 31% (nel 2008 era pari al 9,7%). Secondo quanto emerge dall’indagine Cresme, proprio per questo motivo  il 44% del campione degli architetti interpellati (oltre 3.000 questionari compilati) ha preso in considerazione la possibilità di trasferirsi all’estero, soprattutto all’interno dell’Unione Europea ma anche verso le economie emergenti, “dove la conclusione dei processi di liberalizzazione nel settore dei servizi sta aprendo scenari di opportunità promettenti”.

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Solo il 6% del campione ha però indicato di lavorare effettivamente all’estero. Come mai un divario così ampio? Spiega il rapporto: “Sembrerà riduttivo ma il fattore di criticità principale emerso dall’indagine era dato dal problema linguistico, e non solo per le diverse lingue che si parlano nel mondo, ma, a parte forse per la componente più giovane della categoria, anche lo stesso inglese rappresenta un problema. Si rilevavano poi difficoltà logistiche, spostamenti e organizzazione delle tra­sferte, senza contare gli aspetti procedurali e burocratici, con problemi, a volte, legati al semplice riconoscimento del titolo professionale necessario per l’esercizio della professione”.

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