Iconoclastia globale, nel ricordo dell’11 settembre

Quanto sta accadendo in molte parti del mondo è specchio dei tempi? Le statue, che appartengo alla categoria dei monumenti e che quindi trovano spazio nei luoghi pubblici di importanti città metropolitane, sembrano non avere pace. Un tempo ricovero di piccioni e altri volatili urbanizzati, dimenticati sguardi di pietra o di bronzo sul caotico traffico che incessantemente si riproduce, per i giovanissimi più simili a gargoyle che a immagini di celebrazioni storiche, le statue sembrano aver acquisito un nuovo potere particolare. Un potere che, apparendo nella sua consistenza storia, ha tutto il diritto di essere messo in discussione.

Durante le rivoluzioni le statue sono le prime a cadere. Lo ricordiamo per tanti leder autoritari del Novecento, anche recente, di cui vengono frantumate le pietrificate membra per sempre sotto gli effetti devastanti di tanti tsunami iconoclasti. Diverso è quando, in tempo di pace, si mette in discussione il significato, aggiornato ai bisogni collettivi della contemporaneità, del patrimonio storico monumentale o della toponomastica urbana.

Ne parla il saggista Ian Buruma su La Repubblica di oggi, 11 settembre 2017 (“Il potere dei monumenti”, traduzione di Marzia Porta, p. 23). Una data topica per l’umanità. Non solo per la distruzione delle Torri Gemelle ma anche, nello stesso anno, dei Buddha di Bamiyan.

Buruma ci ricorda “l’agghiacciante spettacolo dello scorso agosto, quando dei neonazisti hanno sfilato per le vie di Charlottesville, in Virginia” per non dare seguito al desiderio collettivo di abbattere la statua del Generale Robert E. Lee, che durante la Guerra Civile americana, da confederato sudista, si batté a favore del mantenimento della schiavitù. Ma cita anche il colpo di cannone metaforico che ha preso in pieno la statua dell’Ammiraglio Nelson in Trafalgar Square a Londra, perché anche lui era stato favorevole alla tratta degli schiavi. Ma si potrebbe andare avanti ricordando anche quanto è accaduto ad alcune statue di Cristoforo Colombo in America Latina o a Oxford per sculture di Cecil Rhodes, un fautore dell’imperialismo razzista.

È sempre successo, l’iconoclastia che frantumò le statue dei culti politeisti greco-latini e d’importazione asiatica appena l’Impero Romano si convertì al Cristianesimo. Oppure la cromoclastica e l’iconoclastica de Protestantesimo che non solo mandò in frantumi, come ricorda Buruma, statue di santi e raffigurazioni sacre in tutta Europa, ma cancellò per sempre i colori dalle chiese riformiste. Una forma di distruzione simbolica che ritroviamo in Cina (sui templi buddhisti), in Africa (anche sulle chiese Missionarie) e che abbiamo vissuto, per altre modalità e azioni non certo da riferirsi ai conflitti umani, pure nelle aree di del cratere emiliano, quando il terremoto del 2012 annullò la potenzialità liturgica di oltre 400 chiese e parrocchie.

Ma torniamo al ragionamento iniziale. Buruma si chiede dove fissare il limite: “le figure storiche andrebbero giudicate in base alla quantità di sangue di cui si sono macchiate? O sarebbe forse il caso di stabilire parametri cronologici? I monumenti che celebrano personaggi infami di cui oggi si conserva viva la memoria e il cui ricordo può ancora causare dolore ai sopravvissuti devono essere eliminati. Gli altri andrebbero consegnati alla storia. Ma nemmeno così funzionerebbe. Col passare del tempo, l’argomentazione a favore della conservazione di una scultura di Hitler in un luogo pubblico (ammettendo che ancora ne esistano) non acquista nuovo vigore”.

Il Fascismo, durante il Ventennio, fu molto abile a salvare le sculture e le immagini dei fasci della Repubblica Romana del 1849, perché potevano essere tranquillamente confusi con quelli littori, ma andò a scalpellinare i berretti frigi repubblicani perché avevano poco a che vedere con la visione aulica della simbologia fascista

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L’architettura si pone continuamente questo problema, ogni qualvolta progetta sulle (nelle, con le) preesistenze. I conflitti emergono. Come il tempo è un dato emergente anche i conflitti che in esso si stratificano non riescono mai ad essere sepolti o annegati. Quando poi i conflitti sono intrisi di sangue e di violenza, i poteri simbolici possono diventare superpoteri e per questo produrre altre nuove forme collettive di angoscia e paura. La storia dimostra che l’atto distruttivo (di luoghi o di statue) non è mai una soluzione. La distruzione non risolve il conflitto. Se l’annullamento simbolico apparentemente elide l’evocazione e la presenza, questa assenza, se nasce da un profondo non risolto “dramma interiore” (individuale o collettivo), troverà altre strade per emergere.

È interessante al proposito come nel progetto di restauro architettonico tanta attenzione venga data al ripristino della lacuna o alla nuova interpretazione che della cicatrice (architettonica, urbana e a volte anche territoriale) può essere offerta.

Non c’è una ricetta unica. “Non esiste la soluzione perfetta a questo problema”, scrive a conclusione Buruma, “proprio perché non si tratta di una semplice questione di immagini scolpite nella pietra”. Già, ma il progetto, il percorso di conoscenza che cerca di ricostruire le tracce, dare valore ai testi architettonici ed artistici, permettere di interpretare la realtà (anche quando la testimonianza imbarazza), forse, potrebbe essere una strada.

Nell’immagine, uno schizzo di Andrea Bruno, da Paesaggio Urbano n. 6/2011.

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