Verso l’accecamento dell’architettura

(di Marcello Balzani) L’idea “balzana” è quella di non dire tutto (o forse di non dire molto) ma, un po’ come accade con i lampi di luce che impressionano il nostro organo sensore e il da lì collegato cervello memorizzante, cercare di lanciare alcuni flash che scorrono tra le parole di Virilio, Arnheim, i ricordi di Leonardo e il rapporto tra luce (sorgente, movimento, velocità) e l’ombra (forma, contenuto, superficie della materia) il tutto nel “gioco ironico” della Light Architecture© che nell’attuale sforzo di ipermodernità cerca di fondere lo spazio virtuale con la realtà concreta.

 

[…] Ci provò Galileo Galilei quando propose di annerire le parti in ombra di una statua per eliminare il chiaroscuro e renderla piatta, senza rilievo. Scrive Roberto Casati: “se la luce è lo strumento della visione, l’ombra sarà il suo antagonista. Ci si nasconde nell’ombra perché nell’oscurità lo sguardo non penetra. Ma è vero che la vista non può fare a meno dell’ombra: l’informazione contenuta nell’ombra è un ausilio fondamentale della visione. (…) La nostra visione è talmente stregata dal chiaroscuro che se ci trovassimo di colpo in un mondo senz’ombra ci sembrerebbe senza spessore, senza sostanza.” (R. Casati, La scoperta dell’ombra, Milano, Mondadori, 2001).

 

Invece per gli architetti (che disegnano ancora “a mano” oppure ormai irrimediabilmente “in lavatrice”) è importante ricordare come in diretto rapporto con la scienza della rappresentazione il problema dell’ombra (originale o congiunta) sia detta propria, se è quella che non si stacca dal corpo, oppure detta ombra portata o separata, se è quella che viene proiettata sul piano (nominato anche sbattimento); mentre la linea, della zona d’ombra, è il “luogo” in cui i raggi ombrosi, come dice Leonardo nel canovaccio del Libro delle ombre (ca. 1490) non si vedono ma in cui un oggetto si immerge in una cosiddetta luce nera, degli effetti di penombra o di sfumatura dell’ombra (quando la sorgente è definita da una somma di sorgenti puntiformi non coincidenti).

 

Sul piano percettivo la manifestazione della velocità risulta direttamente collegata alla sensibilità degli organi sensoriali di avvertire i mutamenti; Arnheim ricordava, attraverso una serie di efficaci paragoni, quanto risultino spesso inavvertibili molte trasformazioni del quotidiano e come, in realtà, i condizionamenti ambientali e le esperienze educative sviluppate in determinati contesti sociali, influenzino l’individuale attribuzione d’intensità (più o meno veloce) connessa al movimento.

 

In realtà il concetto che qui si vuole proporre riguarda fondamentalmente due aspetti principali, collegabili all’approccio visivo:
– individuazione delle relazioni spazio/temporali che si instaurano tra osservatore e scena urbana durante il processo di avvicinamento (direzione, intensità del movimento, focalizzazione di un punto di arrivo);
– correlazione tra osservatore e velocità del mezzo di trasporto, considerato come espansione del corpo e delle sue funzioni motorie (bicicletta, motocicletta, automobile, natante); in questo caso la percezione del paesaggio da parte di un viaggiatore che percorre il territorio lungo un determinato asse cinematico viene influenzata dalla variabile temporale, che vincola l’angolazione di osservazione, la permanenza di queste immagini nella memoria temporanea, la profondità di campo della visione, la leggibilità degli accostamenti e delle contiguità tra gli elementi spaziali (ritmicità, linearità, continuità).


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Luce=Ombra”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

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