Urban design, Paesaggio Urbano in rete

(di Marcello Balzani) Dov’è la realtà? Dov’è la vera vita?
Appassionato da sempre del Fantastico, non quello celebrato dal Fantasy, quanto piuttosto quello non definibile del combinatorio, del probabilistico, del vertiginoso, del pre-strutturale, dell’indeterminato, dello speculare, del gioco, del rovescio, ecc., sono corso in libreria ad acquistare le Carte inaspettate di Julio Cortázar pubblicate da Einaudi tra le raffinate Letture: una chicca per chi si è fatto le ossa  con Rayuela, Storie di cronopios e di famas, Ottaedro.

 

E tra le tante scoperte che l’inaspettato propone, c’è anche una breve ma aderente prefazione di Antonio Tabucchi, che […] ci offre un’ipotesi di risposta alla domanda posta sull’orlo dell’editoriale. “[…] ‘La vera vita è altrove’, ha scritto Rimbaud, ma questo altrove è accanto a noi, a un millimetro da dove ci troviamo, ma parallelo al nostro sguardo. O è retrostante. E ciò che è parallelo al nostro sguardo o sta dietro di noi non è visibile: per percepirlo ci vuole uno sguardo obliquo, o ‘gli occhi sulla nuca’, come Cortázar”.

 

Ecco, credo che tutto ciò, per una fantastica assonanza, abbia molto a che fare con l’urbano, il paesaggio e la città.

 

Nulla come il contestuale, il relazionato, il complesso è diverso dall’oggettuale e dall’autoreferenziato. E quindi nulla come l’urbano (design o paesaggio che sia) richiede di possedere gli occhi sulla nuca per essere intravisto. Immersi in esso, al di là di ogni possibilità o capacità selettiva e per quanto armati di strategie metodologiche gerarchicamente ricombinate (basterebbe rileggere il grande Gordon Cullen), non riusciamo quasi mai a distinguere […] i rapporti di forma, di scala, di ruolo, di significato. Tutto sembra deformato tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande e solo l’immaginazione può aiutarci a ri-conoscere qualcosa (e mai tutto insieme), probabilmente con alcune strategie fatali (Baudrillard) di supporto.

 

Forse l’argomento era già in nuce nella post-antichità pre-industriale ma è venuto fragorosamente allo scoperto quando il consumismo è stato accreditato come il grande volano dello sviluppo. L’oggettificazione diffusa ha prodotto una “ridondanza senza freno” che disinvoltamente interseca e immedesima (non solo letterariamente) i corpi e lo spazio, in una totale assenza di trascendenza. Scrive a questo proposito Baudrillard: “è come se il corpo non si opponesse più a un mondo esterno, ma cercasse di digerire lo spazio all’interno della propria apparenza”. Ed è proprio l’apparente effetto digestivo […] a mostrare lo stadio di salsa in cui tutti rimaniamo ostentatamente immersi, vocati ad un’obesità inscritta nelle regole perse del corpo sociale e mai circoscritta da limiti (salvo i risultati inibitori dell’attuale crisi).

 

Il sovrabbondante, l’ossessivo, l’isolato (sia come urbano che come habitat), l’esibito, l’urlante, compongono una velleità seduttiva che funziona molto bene quando concretamente si oggettifica nella clonazione consumistica (dal prodotto di design all’architettura) ma risulta esposta alla ramificazione randomizzata degli errori (di mutazione, di connessione, di sovrapposizione, d’integrazione, di comunicazione, d’interpretazione) quando si espande nell’urbano.
Torna, quindi, potentemente Cortázar.
La fabbricazione della città (per fortuna!) non funziona.

 

Non ha mai funzionato, neppure per la città ideale rinascimentale, quando la teoria era modello di una pratica fondativa e non solo nel cervello degli umanisti ma anche dei principi. A certe scale, appena si esce dal gioiello racchiuso in piccole e proporzionate mura dove l’occhio riesce a triangolare ogni spazio, il flusso degli eventi (quelli tra Monopoli e Simcity) prende il sopravvento.
Ecco quindi perché serve Urban Design e perché Paesaggio Urbano entra nel web
con un proprio sito internazionale mentre Urban Design (da contro/sotto titolo di testata e sezione speciale di rivista) diviene una parte delle E-zine di www.architetti.com.

 

Non è per tradire una vocazione d’origine o per dissipare un’energia redazionale (che è già poca e finalizzata alla sussistenza) quanto piuttosto per tentare di rendere leggibile quell’altrove che è intorno a noi (anche partendo da Istanbul, Linz, Tirana, Malta, Ahmedabad, Amburgo, Parigi, Saint-Louis du Sénégal).

 

Lo sforzo in atto non vuole neutralizzare i conflitti, gli opposti, i punti di vista critici. Non è un valore assoluto compensativo. Anzi, tende al contrario proprio ad ampliare lo spazio di confronto, a sviluppare il grado di leggibilità (perché leggere rimane sempre una delle cose più belle che si può fare nel vivere la vita) e a innescare il bisogno di sguardi paralleli e retrostanti che oggi appaiono sempre più relegati ai confini del mondo globalizzato. È più facile urlare argomentazioni esplosive, iperaccecanti (Virilio) per accendere e accedere quindi all’uditorio. Difficile è la strada di piccoli scarti, dei millimetri, della descrizione che non disperde l’ironia del contenuto nell’involucro ammiccante del contenitore.

 

Cortázar ci ricorda come un “infinitamente piccolo acquista dimensioni inusitate, ciò che ingombrava il nostro spazio con la sua mole si allontana a una distanza stellare” (Tabucchi). E per noi che tendiamo questa strada partendo da un racconto (la forma  più semplice nelle sintesi ma anche più difficile letterariamente) crediamo di poter offrire il nostro contributo perché venga allo scoperto la vera vita.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Urban Design”


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid


Per approfondimenti
www.paesaggiourbano.net

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