Una moratoria del Piano per la rigenerazione urbana

(di Nicola Marzot). Lo sguardo con il quale la cultura del progetto si ostina ad osservare il fenomeno urbano contemporaneo pare viziato da uno schiacciante appiattimento sul tempo presente, legittimato da  quello stesso fraintendimento relativista di cui si è nutrita la Postmodernità intera, nel suo perverso tentativo di sostituire la costruzione della Storia con un pervasivo story-telling, per altro ancora in voga.

 

Nella convinzione che la mancanza di risposte adeguate alla urgenza e indifferibilità dell’attuale condizione possa dipendere da una domanda mal posta, chi scrive ritiene utile proporre un sintetico esercizio di ricontestualizzazione degli accadimenti in corso, secondo una prospettiva ben più ampia di quella che ha visto il progressivo imporsi sulla ribalta internazionale del cosiddetto capitalismo finanziario.

 

Al tal fine paiono profetiche le parole enunciate dal sociologo George Simmel durante una famosa conferenza del 1918, dal titolo Il conflitto della civiltà moderna, in cui, attraverso un’originale elaborazione di motivi desunti dal Manifesto del Futurismo e di riferimenti  espliciti alla Filosofia della Vita di Gabriel Marcel, ammoniva i suoi contemporanei a non trattare lo Spirito della Modernità alla stregua di un’aspirazione convenzionale al consolidarsi di un nuovo stadio di civiltà che avanza.

 

Oltremodo consapevole delle forti implicazioni reciproche tra spazio e società, egli ravvisava nelle spinte socio-economiche, politiche e culturali in atto il tratto inedito quanto paradossale di una impossibile tensione al raggiungimento di una forma stabile del corrispondente rapporto, che si dissolve nel momento stesso in cui sta per essere portata a compimento, in ragione della sua programmatica inadeguatezza a preservare il tumultuoso dinamismo veicolato dalle sue proprie ragioni. Attitudine, questa, che il filosofo Emanuele Severino ha originalmente ascritto alla Tecnica intesa come “illimitata disponibilità al perseguimento di fini”.

 

Il Piano, con l’obiettivo di conferire forma alle forze in atto, indipendentemente dalla loro natura, è stato fin dalle sue origini la scena operante di quella insanabile conflittualità della quale è portatrice  la Modernità simmelliana e di cui il paesaggio urbano della città europea è tutt’ora espressione deflagrata. A poco, in tal senso, sono valsi i tentativi promossi  dalla cultura del Welfare nell’intento di dare esito al progetto di una nuova “cittadinanza sociale” nel secondo dopoguerra, distinguendo chiaramente tra  ruoli e competenze di istituzioni pubbliche, per definizione durevoli, e soggetti privati, destinati ad un fisiologico cambiamento.

 

La crisi economico-finanziaria in corso si iscrive ancora in tale parabola della Modernità, sebbene introduca un importante fattore di innovazione di processo. L’esaurimento delle motivazioni che hanno portato al consolidarsi del “turbo capitalismo”, parafrasando una felice intuizione di Aldo Bonomi, crea infatti le condizioni per una generale risignificazione della forma urbana. Se riconosciamo a Foucault, Deleuze, Guittari e Derrida il merito di aver sviluppato in maniera corale le profonde implicazioni del nesso stringente tra territorio e appartenenza civile, attraverso una lezione anticipatrice che rende giustizia anche dei processi di globalizzazione, si tratta tuttavia di delineare i modi con cui l’urbano possa offrire cittadinanza alle nuove forze emergenti.

 

Ciò non può ovviamente accadere all’interno del sistema delle regole scritto dal Piano vigente, in quanto evidente testimonianza di una fase storica oramai tramontata. I luoghi della dismissione edilizia, che dello stesso Piano costituiscono l’emblematico paesaggio di rovine e la delegittimazione operante dei relativi protagonisti, manifestamente incapaci di rivendicare un ruolo di potere attraverso la costruzione dello spazio, si prestano pertanto ad accogliere una fase di sperimentazione integrale, attraverso un work in progress necessariamente non convenzionale, fondato sulla limitatezza delle risorse disponibili e su di una percezione del tempo capace nuovamente di produrre sedimentazione di senso.

 

Per ottenere questo risultato e perseguire una compiuta rigenerazione urbana, i vacant buildings a e le waiting lands prodotti dalla crisi debbono tuttavia essere sottoposti ad una responsabile moratoria delle norme edilizio-urbanistiche vigenti. Per inserire nuovamente la città nel corso della Storia, oltre ogni fiction promossa dalla Modernità e dai suoi derivati.

 

Nicola Marzot è Vice direttore di Paesaggio Urbano

Scritto da

The author didnt add any Information to his profile yet



Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico