Transforming City

(di Marcello Balzani) La trasformazione è un processo interessante.
Per molti il suo significato si connette a filo stretto con i ricordi dei propri studi di matematica, fisica o di chimica e biologia, con quella performante tenacia che difficilmente lascia sfumare o dissolvere ogni memoria. Trasformare è mutare, dove la preposizione tras o trans  può rendere bene l’idea di cosa si va a compiere al di là della forma o della formazione che possa essere. È talmente intensa l’idea che sta alla base di questo processo che spesso è sinonimo di metamorfosi.

 

Ora, chiarito il ricordo, è bene chiedersi: se è così evidente il processo, come si può parlare tranquillamente di trasformazione della città o meglio di città trasformante o di un’azione indotta trasformando la città, senza avere dei reali riferimenti scientifici del processo? Se guardate qualunque dizionario scoprirete che la trasformazione non è (per definizione scientifica acquisita) quasi mai architettonica e raramente urbanistica! Eppure è evidente che la trasformazione, ponendosi come un cambiamento di stato o di forma, possa avere evidenti similitudini con lo spazio costruito.

 

Il fatto che tanti modelli che tentano di descrivere la città (o di governarne le trasformazioni con i più appropriati strumenti urbanistici e tecnologici) siano tutti talmente parziali o selettivi da diventare fallimentari costituisce un buon indicatore su quanto accade.

 

Forse la risposta è nell’entropia. […] Mentre scrivo queste frasi continuo a sentire la metafora architettonico_urbanistica crescere e configurarsi. Mi sembra di vedere, tra ordine e disordine, tra creazione giustificata e fallimento, l’esempio perfetto dei tessuti urbani prendere forma. Vedo coagularsi nell’apparente spontaneità dell’azione metabolizzante il bisogno di giustificazione che diventa norma, retino urbanistico, rilievo dello stato di fatto. E non posso non sentirmi trasportato (altra parola con il prefisso tras) nello straordinario paesaggio del romanzo La schiuma dei giorni di Boris Vian, dove i personaggi vivono in un luogo governato spontaneamente dall’entropia (morale, spaziale, psicologica, chimica, oggettuale ed anche affettiva).

 

[…] Nel mio editoriale dal titolo “Il paradosso della reversibilità” che introduce la E-zine “Reversibile” di qualche anno fa, scrivo che l’entropia costituisce l’altra faccia della medaglia. L’esperienza ci dice che ci sono processi naturale irreversibili […]. È una realtà che l’architetto conosce molto bene, forse dal primo momento che varca le porte dell’università, da studente di un Corso di Laurea in Architettura, e si imbatte negli esami del biennio in cui con rilievi e disegni è obbligato a tentare di comprendere (con non poca difficoltà) prima cos’è lo spazio, poi cosa sono le forme nello spazio, e infine a rendersi conto di come stanno, come si trasformano, matericamente tradotte, la loro stagione di vita.

 

[…] Rudolf Clausius, con il secondo principio della termodinamica, offre una conferma sull’esistenza di una “sostanziale irreversibilità temporale” in quanto l’entropia aumenta nel corso di ogni trasformazione da uno stato di equilibrio ad un altro e non c’è molto da fare. Sarebbe come dire, per metafora, che ogni volta che si tenta di operare sul tessuto complesso della città, pur con tutte le buone intenzione di dare un senso di ordine alle cose (ad esempio alla mobilità, ai servizi, ai trasporti, che sono i principali soggetti attivi della Trasforming city) l’entropia, ovvero il disordine, aumenta irreversibilmente. Lasciare tutto così come è non è altrettanto un buon esempio in quanto le trasformazioni spontanee sono comunque presenti.

 

[…] Forse possiamo condurre la realtà delle cose ad “invecchiare bene”, come scriveva Kevin Lynch in Il tempo dello spazio, attraverso un progetto cosciente che renda valore alla diagnosi per determinare la terapia (con azioni reversibili) da dedicare ad un malato cronico che ha tutto il diritto di vivere più a lungo possibile con dignità.

 

[…] Rem Koolhaas nel suo saggio Junkspace del 2001 come anche i sistemi edilizi e i processi tecnologici  tendano ad assumere un codice genetico molto simile a quello di un videogioco urbanistico, di un Transforming entropic city. Per Koolhaas, che dalla città come Bigness è passato alla città generica e al Junkspace, il processo di demolizione dell’idea di centro, di antico, di identitario, di contestualizzato, di coerente ed altro ancora, sono il paradigma per definire una nuova categoria di pensiero in cui lo spazio spazzatura si alimenta di condizioni svuotate (di forme, di senso, di significato, di tempo e quindi anche, ahimè, di storia) offrendo una “vacuità reversibile e pervasiva” in cui tutto viene metabolizzato: “ciò che una volta era residuale è promosso a nuova essenza, punto focale dell’intervento”.

 

Se la politica è un “manifesto fatto con Photoshop” mentre il “comfort è la nuova giustizia”, Junkspace vive e si alimenta di entropia: si estende oltre ogni limite come l’effetto di un missile a processo terraforming lanciato da un’astronave di Start Trek su un pianeta dormiente o quasi morto. Junkspace “invece dello sviluppo, offre entropia. Proprio perché è infinito, c’è sempre qualcosa che perde, da qualche parte, nel Junkspace; nel peggiore dei casi, portacenere monumentali raccolgono gocce intermittenti in un brodo grigio…”.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Transforming City”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, vista del progetto Keep it Rio! di Alessandro Nardacci, Alessandro Oltremarini e Federico Marchi, vincitore del premio speciale Farm al concorso Rio de Janeiro CityVision Competition. Two Presents, One future, organizzato da CityVision

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