Torino. (Ri)fare città tra storia, paesaggio e partecipazione?

Torino Parco Dora e attività sportive (foto M. Comparato)

(di Paolo Francalacci)

Cambiamento e società

Torino esprime oggi l’urgenza sociale del cambiamento e ci porta a riflettere sugli interventi urbani dei quali la città è stata scenario tra “grandi” e “piccoli” eventi [1].

L’INU, dopo il recente XXIX Congresso di Cagliari “Rifare paese” [2], mediante Urbanpromo, intende illustrare esempi di rigenerazioni urbane significative, tra cui Torino, dove si terrà, negli spazi del Polo del ’900, la sesta edizione dedicata all’abitare sociale Urbanpromo social housing (vedi anche anche l’housing sociale a Porta Palazzo e l’articolo sulla riqualificazione delle Officine Grandi Riparazioni di Torino).

Proprio sul piano sociale e culturale sono emersi – a mio avviso – alcuni segnali che mi hanno colpito e che provo a sintetizzare di seguito, grazie anche al contributo dell’UCM – Urban Center Metropolitano, cui è rimasto l’arduo compito di “accompagnare e presidiare la trasformazione di Torino” (www.urbancenter.to.it[3].

Cittadini e luoghi: la provocazione del PAV (Parco Arte Vivente)

Il Parco Arte Vivente (PAV) è una sfida per un nuovo modello di sviluppo e di società. Inaugurato nel 2008, traduce ciò che può apparire una utopia in una pratica possibile, attivando la dimensione relazionale e partecipativa. Non a caso il giardino Jardin Mandala è di Gilles Clément (2010) a rappresentare proprio una sorta di Jardin en mouvement (teorizzato da Clement nel 1994).

Il PAV è allestito in una ex area industriale dismessa di oltre due ettari, sottratta all’espansione urbana e restituita alla cittadinanza come spazio pubblico.

In sintesi, per usare un concetto espresso da Nicolas Bourriaud, il PAV si può intendere come “un luogo di negoziazione tra uomini e cose”, un modello di sviluppo sostenibile e durevole tra le pratiche artistiche e lo spazio d’esposizione che intrinsecamente le produce e le propone.

Quest’anno, con EcologEAST- Arte e natura al di là del muro, il PAV continua la ricerca sui pionieri del rapporto tra pratiche artistiche e ambiente naturale attraverso una “costellazione di esperienze, complementari tra loro, nate sotto il Socialismo“.

Naturalmente anche altre città propongono esperienze analoghe ma, in pochi casi, la localizzazione e la vivacità delle iniziative acquista la valenza culturale e il significato che assume nell’esperienza torinese, dove il PAV diviene una vera e propria costola della città.

Il PAV sfida, infatti, la trasformazione di Torino e, anche visivamente, si contrappone ai nuovi interventi che, a mio avviso, stanno producendo simboli ancora non del tutto compresi: il grattacielo autosufficiente di Piano (che sembra ricercare la sua legittimazione nella fisiologia tecnica e nella funzione economica) e la nuova sede degli uffici regionali di Fuksas (che appare un fascinoso non finito): metafore e simboli delle difficoltà che il governo ha incontrato nel contestualizzare e rendere condivisibili le singole grandi opere.

Mostre, eventi e pratiche artistiche diffuse

Al PAV si affiancano una varietà di contenitori e proposte. La caratterizzazione degli spazi culturali ed espositivi di Torino è molto complessa, come in ogni città. Stiamo tuttavia attraversando un periodo di cambiamento così rilevante che alle sedi tradizionali pubbliche, dove espongono gli artisti selezionati da riconosciuti esperti in materia, si vanno sempre più affiancando luoghi espositivi con eventi temporanei, privi delle tradizionali censure.

Si intrecciano, così, fenomeni diversi che vanno dal recupero di edifici privati o contenitori abbandonati, alla organizzazione di reti di gallerie d’arte, alla generazione di spazi occasionali e temporanei dove è fondamentale esprimere la propria presenza individuale e far sentire la propria voce: HERE.

Tre contenitori industriali ospitano fondazioni d’arte: MEF, MERZ, FSRR.

1) L’ex SICME ospita il Museo Ettore Fico (MEF) che rappresenta un esperimento di pubblicizzazione del privato come risorsa culturale per la città. La parete vetrata del salone superiore sembra proiettare lo spazio del Museo nel contesto sociale ed urbano della Spina 4. Il MEF guarda all’arte moderna e a quella contemporanea, senza però escludere incursioni nell’arte antica.

Recentemente una mostra ha proposto l’intera produzione artistica di Renato Birolli con oltre novanta opere “dall’Espressionismo lirico alla ricerca sul colore e sulla luce”. Contemporaneamente,  per la prima volta in Italia, viene presentato il lavoro di Florence Henri (1893-1982) con opere tra dipinti, fotografie, montaggi e collage.

Attualmente è in fase di allestimento la mostra ANTJE RIECK, Stones & Roses (a cura di Lalita Salander) che “esamina l’idea di trasformazione, trascendenza e metamorfosi, posizionando il corpo umano come un recipiente poroso in dialogo con il suo ambiente”.

2) Nel quartiere di Borgo San Paolo, la Fondazione Merz, ex centrale termica Officine Lancia, nasce nel 2005 come centro d’arte contemporanea, con l’intento di ospitare mostre, eventi, attività educative e portare avanti la ricerca e l’approfondimento dell’arte avendo sempre presenti gli insegnamenti di Mario Merz, maestro dell’arte povera alla continua ricerca dei principi che regolano l’universo e le energie della natura.

Recentemente negli spazi della Fondazione è stata allestita la mostra Society, you’re a crazy breed, di Botto&Bruno, contestualmente ad opere di Mario Merz, a cura di Beatrice Merz e Maria Centonze. “Sono le periferie di Botto&Bruno, lo spazio di accumulo di una sorta di degrado delle culture e dello spirito umano” (…). In questo scenario di degrado gli artisti lasciano affiorare alcune pause come luoghi di riflessione e ristoro per l’anima con scritte e immagini che si impossessano di questi spazi simbolo e rappresentano “i messaggi, i sogni, le istanze che trapelano su ogni muro di ogni dove, sulla terra”.

Attualmente è in corso l’allestimento di una mostra con opere di Mario Merz.

3) Ancora nel quartiere di Borgo San Paolo, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, nata nel 1995, promuove un osservatorio sulla ricerca e sulla produzione delle avanguardie nel panorama dell’arte contemporanea internazionale.

Attualmente la Fondazione presenta I See a Darkness (una mostra collettiva di lavori video di sette artisti internazionali dove “L’oscurità come condizione necessaria per l’apparizione dell’immagine proiettata, e dunque per la visione, è allo stesso tempo metafora di uno stato psicologico dominato dalla melanconia, dal desiderio, dal ricordo”) e Passo Dopo Passo (mostra che “prende in esame opere d’arte di epoche diverse, sia storiche che contemporanee, insieme a pratiche artistiche che riflettono sulle condizioni di movimento, apertura e chiusura, paura e aspettativa” legata alle questioni migratorie del nostro paese, a cura di Tenzing Barshee, Molly Everett, Dorota Michalska).

4) Nel sistema torinese, alle fondazioni si affianca una rete di gallerie (torino art galleries) ubicate in tutto il territorio, da Barriera Milano, a San Paolo, a Lingotto. Alla galleria In Arco ho potuto vedere la mostra fotografica LATITUDES / Abitare la distanza che raccoglie le visioni di quattro fotografi intorno ai temi classici del viaggio, del paesaggio, della ricerca dell’identità, della scoperta dell’Altro” (a cura di Gabriella Serusi).

5) Alle sedi ufficiali, dentro e ai margini della città, grazie al web ed ai social network, si è sviluppata una nuova dimensione artistica, individuale e collettiva allo stesso tempo, che sembra sfidare gli spazi artistici tradizionali.

Infatti le sedi istituzionali si confrontano con questa nuova dimensione diffusa e pubblica dell’arte che appartiene ad ogni individuo su un piano di pari dignità. Così ogni giorno, alle 12 in punto, si può entrare in uno dei luoghi simbolo dell’arte moderna: “Vuoi parlare alla GAM (Galleria Arte Moderna) [di Torino ndr]? In the future, everybody will be world famous for fifteen minutes” (Andy Warhol). Tutti gli interventi vengono registrati e pubblicati su youtube.

6) Alcuni luoghi tuttavia divengono simboli di questa nuova stagione dove la pratica artistica e la partecipazione civile ricercano continuità e coerenze. Uno di questi è senz’altro l’esperimento della Cavallerizza occupata.

I luoghi occupati. L’esperienza della “Cavallerizza Bene Comune”

Esprimono efficacemente il significato della cittadinanza attiva e di presidio, alcuni luoghi di Torino attualmente occupati, per ragioni diverse: dalle occupazioni culturali e simboliche per rivendicare i beni comuni alle occupazioni per  necessità abitative e culturali.

Io, grazie ad una artista di Torino, Sandra Assandri, antropologa visiva, ho potuto visitare La Cavallerizza, complesso patrimonio dell’Unesco e oggi parte delle residenze sabaude, costruito tra il 1740 e il 1742, accanto a Piazza Castello. La Cavallerizza è occupata da un gruppo di cittadini denominatosi Assemblea Cavallerizza 14:45 (dall’orologio fermo sulla facciata) per contrastare un progetto di investimento immobiliare e per conservarla come luogo pubblico di cultura e di scambio.

Al suo interno ho potuto assistere ad uno degli incontri nell’ambito dell’iniziativa “incontra, immagina, progetta” un processo di progettualità partecipata che ha coinvolto centinaia di cittadini nell’elaborazione di proposte per lo sviluppo di una Cavallerizza rinnovata, ed un referendum “SalviAMO Cavallerizza” per proporre l’abrogazione della cessione della Cavallerizza Reale alla società di cartolarizzazione.

Lo scorso mese di maggio, nella Cavallerizza occupata, si è tenuta HERE”, accompagnata da una “X”, una mostra autogestita di oltre 200 artisti visivi, dagli emergenti a quelli del mondo dell’arte nazionale ed internazionale, fino a quelli noti come Sandra Assandri, Nunzio e Piero Gilardi. La sede è segnalata da una “X” visibile anche mediante satellite GPS.

Il messaggio è chiaro. Mettere al centro della pratica artistica la ricerca di un piano di dialogo condiviso, volto alla ricostruzione di una nuova polisensa identità civile, a favore del dialogo, della partecipazione, della integrazione e della non violenza.

Verso nuovi diritti?

A Torino ho assistito ad alcune iniziative, all’apparenza contrapposte, che suggeriscono il tema dell’inclusione dei “diritti in movimento: l’ostensione della Sindone, il Festival GLBT, le occupazioni cittadine (tra cui l’occupazione sopra ricordata del complesso della Cavallerizza reale).

Il Papa, in visita alla città lo scorso anno, il 21 giugno 2015, nel duecentesimo anniversario della nascita di Don Bosco, fondatore della Congregazione Salesiana, pochi giorni dopo l’uscita dell’Enciclica Laudato sii, Sulla cura della casa comune, richiama l’attenzione alla tutela della dignità del lavoro, alla necessità dell’inclusione sociale contro lo sfruttamento economico, della dimensione spirituale autenticamente umana, dei diritti all’acqua, della destinazione comune dei beni.

Cambiare modello di sviluppo, proteggere l’ambiente come la nostra casa, promuovere una “cittadinanza ecologica” e favorire “uno sviluppo sostenibile e integrale”, rivolto sopratutto ai poveri, che non possono pagare le maggiori conseguenze di un impoverimento di risorse e di materie prime, mettere in discussione il modello economico della nostra società per porre, con forza, il tema dell’inclusione sociale e della cittadinanza attiva. “Cosa significa il comandamento ‘non uccidere’ quando un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per ‘sopravvivere’?”

Contestualmente alla ostensione della Sindone, Torino ha ospitato, nel 2015, il 30esimo festival internazionale GLBT e, nel 2016, la 31a edizione del Festival, raccontando, attraverso film e documentari, le realizzazioni artistiche e il punto di vista della comunità GLBT, col patrocinio del Museo del cinema.

Nel 2015 il tema era la nuova famiglia, segno della evoluzione delle forme di tutela tradizionale e della necessità di apertura a qualunque nuova formazione sociale, nel solco della uguaglianza e della non discriminazione che la città vuole sfidare. Il Festival 2016, sotto il claim “Infiniti sensi, precise direzioni”, ha scelto quale simbolo dell’evento cinematografico i luoghi stessi della città come set ideale di un film collettivo: dalla Stazione di Porta Susa, alle statue dei fiumi Po e Dora, alla Fontana Igloo di Mario Merz in corso Mediterraneo, fino a Piazza Castello e alla Mole Antonelliana.

La riflessione è aperta da tempo: “Del resto, chi crede più a bisogni di famiglie fisse sul modulo padre-madre-figlio-figlia? Come si può pensare a criteri inamovibili in una società liquida, per dirla alla Bauman, come la nostra?” (A. Mammi, Single city, L’Espresso, 48/2008, 62).

Quali riflessioni?

Torino appare una città che, dopo un rapido processo di cambiamento tuttora in corso, cerca di riflettere su se stessa e sul proprio futuro.

Non si tratta di sostituire la città storica o quella moderna (che, anzi, vengono valorizzate dalle politiche urbane recenti, ad esempio col nuovo allestimento del Museo Egizio e con la Nuova Galleria Sabauda, con i nuovi progetti della metropolitana e della città della salute) o di porre, semplicisticamente, i modelli di costruzione della città in antitesi tra loro: si tratta, piuttosto, di progettare la città contemporanea e porre le fondamenta di quella del futuro sulla base dei valori che le comunità intendono vivere e delle nuove sfide che la complessità sociale accentua e drammatizza sempre più.

I teorici dell’urbanistica e della storia delle città in Italia hanno sollevato da tempo alcune questioni da porre al centro del dibattito (ad esempio il territorio, il paesaggio, le periferie) con un approccio nuovo che guarda con interesse al concetto di estetica relazionale e di pubblicizzazione di risorse (anche private) a favore delle comunità, riconoscendo le relazioni tra luoghi e cittadini.

Occorre pertanto coinvolgere tutta la città, con il suo territorio e con il suo paesaggio, fissando le coordinate storiche ed ambientali collettive, condivise da tutti, come strumenti di misura del valore pubblico delle scelte e delle trasformazioni individuali.

L’obiettivo è intercettare il bisogno collettivo di identità, di giustizia, di equità, di immaginazione e di memoria del nostro tempo.

Una città che apprende e che si confronta, che si riappropria dei luoghi alla ricerca del miglior equilibrio tra obiettivi sociali e culturali (e quindi anche economici).

Il paradigma tecnocratico e le performance dei sistemi economici devono tornare ad essere lo strumento per veicolare il valore e l’equità sociale delle scelte politiche che le comunità pretendono, per affrontare una vera e propria rivoluzione culturale di cui ciascuno deve, in prima persona, essere attivo protagonista e a cui va riconosciuta la legittimazione di poter parlare e di essere ascoltato.

 

[1] Basta pensare alla nuova stazione di Porta Susa, al Campus Luigi Einaudi, al Parco Dora, ai grattacieli di Piano e Fuksas, oltre alle nuove opere in progetto come la nuova linea della metropolitana e la Città della salute e della scienza (Sità ‘d la Salute) nonché la Esposizione Universale 2015 di Milano cui tutte le Regioni hanno contribuito ed anche la città di Torino.

[2] Congresso INU di Cagliari 28-30 aprile 2016 “Progetto Paese, l’urbanistica tra adattamenti climatici e sociali, innovazioni tecnologiche e nuove geografie istituzionali” (www.inu.it/congressocagliari)

[3] In proposito si rinvia al materiale bibliografico disponibile come ad esempio: Torino 011 Biografia di una città, a cura di Arnaldo Bagnasco e Carlo Olmo, Electa, 2008; Torino contemporanea, Guida alle architetture, UCM, 2011; Torino.The evolving city, UCM di Torino.

Il presente contributo costituisce integrazione ed aggiornamento di un precedente articolo pubblicato su Architetti, Idee cultura e progetto, n. 4/2015, pagg. 4 e 5 che è stato sintetizzato per adeguare il formato alle necessità editoriali.
Ringrazio le Fondazoni MEF e Sandretto Re Rebaudengo per le facilitazioni offerte e per il supporto e la disponibilità del Comitato Cavallerizza Bene Comune.
Ho avuto modo di approfittare di un lungo colloquio con Giulietta Fassino, consulente delle attività culturali dell’Urban Center Metropolitano (UTM) di Torino, che ringrazio della disponibilità.

 

Paolo Francalacci è architetto e funzionario tecnico presso l’Autorità di bacino del Fiume Arno. Ha svolto attività di ricerca ed attività didattica nelle Università degli Studi di Firenze e di Roma La Sapienza (sede di Rieti) e sviluppato attività di consulenza per uffici giudiziari e per clienti privati.

Immagine di apertura, Parco Dora e attività sportive, foto M. Comparato.

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