Terremoto in Emilia: cruda (materia) e cotta (memoria)

(di Marcello Balzani). Scrivo questo editoriale poche ore dopo che la natura ha fatto rilevare potentemente ancora una volta la sua forza sulla nostra debole crosta in cui la specie umana infesta il pianeta, come scriveva Robert Wright. 

 

“Per chi soffre, il tempo non esiste;
si annulla a forza di precipitarsi,
perché ogni ora di supplizio
è una tempesta di secoli”.
da Marguerite Yourcenar, Fuochi, 1957

 

“Questa città che credevo il passato
è il mio avvenire, il mio presente”.
da Jorge Luis Borges, Arrabal, 1921

 

Nei prossimi giorni probabilmente il bilancio dei danni sarà più chiaro, quantificato e diffuso. Resta il fatto che tra Ferrara, Modena e Bologna, in una pianura bonificata e antica, i segni della distruzione appaiono e rendono più netta la nostra debolezza quando le testimonianze storiche e monumentali crollano seppur parzialmente mentre i luoghi del lavoro (quei capannoni tanto decantati del diffuso produttivo emiliano) soffrono il medesimo destino. Anche se assediati dalle difficoltà economiche il ruolo di competenza della nostra professione appare netto: un itinerario inciso nel deserto in cui tempeste di sabbia cercano di annullarne il senso. Una sterilità pervasiva del dibattito politico che ogni volta rende merito al peso del silenzio, quando fossati e dune artificiali disegnano ogni giorno un giardino del progetto per specie in via di estinzione. Un gigante balbuziente si muove a stento, svegliato nel buio della notte, e tutti vorremmo che il sogno di maggio fosse un altro.

 

Il titolo assegnato a quest’editoriale sembra un ossimoro tra Lévi-Strauss e Bergson.
Fra il crudo e il cotto, ovvero fra natura e cultura, diceva Lévi-Strauss c’è un piccolo, piccolissimo passo. Ma, ahimè, è spesso un passo indeciso, a volte precario e instabile. Il gesto (il movimento, l’atto) vibra e non si mette bene a fuoco. Probabilmente è bisognoso di conferme. Parlando di cibo (uno dei linguaggi più incredibili dell’umanità come è quello dell’architettura mi verrebbe da dire) Lévi-Strauss cerca relazioni interne, dinamiche di esclusione, leggi d’associazione, ruoli d’opposizione, formazione di protocolli d’uso e sembrano termini riconoscibili anche al tema del progetto: parole e significati che gli architetti conoscono bene. Non per niente la dimensione culturale, che si esprime nel nostro fare e saper fare, non è banale e limitata all’emergenza dell’incessante quotidiano. L’alimentazione vale per il corpo come per lo spazio di vita, la città e le forme costruite che la popolano.
Poi noi architetti sappiamo bene che le cose/case cadono.
Cadono non solo per gravità, creando la principale motivazione dell’esistenza della nostra professione assieme a quella degli ingegneri, senza la quale non si capisce bene perché si dovrebbe tener su qualcosa…
Cadono anche tragicamente sotto l’azione del sisma che fa della gravità un attore feroce…

 

E poi ancora (ma forse sarebbe da dire prima di tutte le altre situazioni) cadono all’interno di un diedro cartesiano (o mongiano) nel quale convenzioni secolari stabiliscono regole utili e necessarie per realizzare nulla di più che semplici impronte di oggetti, proporzionate e riferite: proiezioni. Ma questo sistema di riferimento, che irrompe nello spazio con la rigidità dell’ortogonalità mostra i suoi limiti nel diretto confronto con il reale. E allora lo spazio si deforma (con onde e tagli) non solo per aspirare ad esporre proprietà intramateriche o ipermateriche (che costituiscono le sostanze delle cose come dell’universo) ma anche per indurre quell’esperienza qualitativa che sola può rendere comprensibile il rapporto tra le cose. Quel delta che rende possibile l’avvicinamento al reale e la sua condivisione. Se la vita è vissuta all’interno della caverna platonica in cui ci è permesso solo percepire le ombre (proiezioni) della realtà che ne scorre al di fuori, allora l’atto progettuale (artistico?) può far vibrare le cose e renderle leggibili, anche solo per un attimo in cui pieghe e increspature sembrano trasmettere energeticamente l’azione vitale, organica, biologica dell’esistenza. Come diceva Bergson in Materia e Memoria questa relazione non è mai frontale ma “obliqua e clandestina” ed è proprio nella capacità di farla risaltare ed esprimere che si può comprendere come sono spesso le cose a modulare il nostro tentativo di durare (Merleau-Ponty). Il tempo, dopo tutto, è esitazione e se la memoria è un debole tentativo di difesa, la materia (quella che si sacrifica nel difficoltoso rituale della conservazione, della ricostruzione o, il più delle volte, della negazione del processo interpretativo) può nella traduzione del progetto costituire una concreta intuizione della durata.
Durata della materia come della vita. E oggi a poche ore dal sisma di Ferrara, Mantova e Bologna lo possiamo ben dire!

 

Il ragionamento che flette il rapporto del progetto architettonico sull’antico è straordinariamente attuale e trova correlazioni con molteplici modalità comportamentali e comunicazionali che la nostra attuale società produce nella religione pervasiva dell’iperconsumo. È infatti proprio il progetto della memoria ad imporre una visione retrospettiva: “lo strano potere che ci è proprio di prendere il passato, di inventargli un seguito”, come scriveva Merleau-Ponty ragionando sull’idea di progresso tracciata e intuita da Bergson. Un seguito tuttavia rappresentabile (e può tornare utile Monge e la sua caverna/diedro, seppur limitatamente, all’analisi, al rilievo e alla diagnosi).
Inoltre sarebbe da un lato anacronistico nell’epoca liquida del consumismo immersivo non vedere in quest’azione metarappresentativa anche un’umida ironia che pervade la materia come se fosse impregnata da un’atmosfera controllata. Ogni prodotto (o progetto?) infatti sembra attivare, attraverso magici ammiccamenti, una plurisensorialità non solo percettiva ma anche concettuale. L’apparenza infatti (quella che ormai non inganna più) entra in gioco utilizzando nello spazio troppo spesso il gigantismo o la surrogazione metamorfica.

 

La fluidità, che apparentemente aiuta a consolidare tante similitudini temporali, pone ovviamente in essere la doppia ambivalenza del tempo: misurabile (con le scansioni più o meno sofisticate della natura e dell’artificio strumentale) e percepibile in una dimensione che è al contempo cronobiologica ed emozionale-intima-psicologica. Ecco quindi le impronte, i resti fossili, le ossa e gli ossi che appaiono annunciare l’esistenza di un universo parallelo, che invece è già in noi, attorno a noi, nella sovrapposta esistenza della città dei vivi con quella dei morti.
Una scena del crimine annunciata.
Una scena del crimine incessantemente ripetuta.

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