Terremoti in Casa (Italia)

da Corriere.it - terremoto centro italia 2016 amatrice

(di Marcello Balzani)

I terremoti vengono.
I terremoti vanno.

Siamo un paese industrializzato che può vantare duemila anni di terremoti storicamente individuati e certificati ed è evidente che non abbiamo risolto il problema. A meno di non trasformare la Sardegna in un’immensa Isola di Manhattan in cui condensare tutti i nostri sessanta milioni di abitanti, l’Italia, se non risolve il problema, non è sicura.

L’Italia è tutta attraversata dal medesimo problema ed è solo il tempo (nella frequenza degli eventi) a generare il dato di rischio. Sarebbe molto più semplice accettare questa realtà e prendere atto, come scrissi nel 2013 ad un anno dal Sisma dell’Emilia, che i terremoti svelano gli inganni, ma non ne sono responsabili.

Perché nulla come un evento sismico, vissuto diffusamente nel proprio territorio, rende emergente il desiderio di disinganno. Appare un volto che non avremmo voluto vedere ed è come se il 41° frammento di un “Vangelo apocrifo” scritto da Jorge Luis Borges “Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra” penetrasse con forza nella nostra carne: come un bisturi alla ricerca di un altro significato.

Perché nello sfondo di ogni ricostruzione post-sisma dei territori di pianura o di appennino appare altrettanto cogente il riflesso verso tutte quelle altre realtà delle regioni italiane non colpite ma che condividono i medesimi modelli di progetto e di processo realizzativo così intrisi di tanta ingannevole sicurezza.

Le cose che scrivevo tre anni fa sembrano calzare perfettamente anche ora per il terremoto del Centro Italia:

  • l’inganno emerge in un modello di sviluppo che non prende in considerazione la stratificazione e il consolidarsi di portati storici spesso deboli ma mai banali anche in rapporto alle problematiche del paesaggio e alle strutture e geomorfologie dei suoli e del territorio;
  • l’inganno emerge nella fragilità dei sistemi di regole sia nella fase di programmazione urbanistica che nelle fasi di adozione e strutturazione degli strumenti e dei processi di controllo e verifica;
  • l’inganno emerge nelle qualità dei materiali, nelle semplificazioni di messa in opera, nella perdita di attenzione al dettaglio, nella ridotta integrazione tra attori professionali del progetto e attori imprenditori della realizzazione con ovvie mancanze di trasparenza durante la messa in luce dei conflitti (tipologici, morfologico-architettonici, strutturali, impiantistici);
  • l’inganno emerge in una ridottissima se non assente capacità di innovazione tecnologica di tutta la filiera, soprattutto nei segmenti del recupero e della ristrutturazione edilizia;
  • l’inganno emerge, violento e poco rassicurante, nell’incapacità di raccontare e rendere esplicito il valore del patrimonio costruito attraverso la verità sulla propria consistenza e qualità costruttiva in rapporto allo stato di conservazione e quindi sulla vulnerabilità.

Ma c’è una novità.

Finalmente un governo italiano non parla solo di ricostruzione nelle aree del cratere ma cerca di affrontare il problema in una logica estesa su tutto il territorio nazionale. Si sente finalmente parlare di interventi di finanziamento corposi e sistematici per decine di anni. Si sente un respiro diverso nel modo di valutare il problema della sicurezza e della qualità del patrimonio costruito: la nostra Casa Italia dimenticata da tanti anni.

Perché è esattamente così che accade. Subito al di fuori dell’area del cratere nessun cittadino, imprenditore e amministratore pubblico viene motivato o incentivato a compiere quelle azioni di recupero e di messa in sicurezza che sembrerebbero necessarie e scontate, perché non è certo il fatto di non essere identificati da un retino colorato rosso su una mappa a proteggere la propria vita e il proprio patrimonio. Ma è così che accade. Ed è accaduto anche per i capannoni dell’Emilia e per i centri urbani (storici e non) piccoli e grandi di tutta la Regione.

Cambiare punto di vista è importante. Non parlare solo di ricostruzione nelle aree del sisma ma di ricostruzione di tutta l’Italia appare un passo epocale e rende finalmente l’idea della dimensione del problema, che non si affronta con fatalismo e scaramanzia, dando la colpa alla tragicità degli effetti generati dagli eventi della natura, come se non si fosse coscienti che, dopo duemila anni, esistono tecnologie e modalità costruttive affidabili per difendersi.

Il progetto Casa Italia, se verrà definito ed istituito, passando finalmente dalle parole (seppure coerenti e consapevoli) ai fatti concreti, può costituire un passaggio importante per il nostro Paese, nella necessità non più rimandabile di rigenerare e recuperare il patrimonio costruito e la dignità.

Nell’immagine, vista dall’alto di Amatrice dopo il terremoto Centro Italia 2016, da: Corriere.it.

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