Struttural_mente

(di Marcello Balzani) Non so se è corretto affermarlo, ma penso che il termine struttura possa essere definito un particolare significante fluttuante. Rapino una geniale argomentazione di Lévi-Strauss per indurre un ossimoro: struttura apre alla mente immagini razionali, funzionali, determinate e svelate, mentre l’analogia che impongo rimanda a un’evanescenza linguistica che nessun approccio, significato, uso metaforico, può costringere o bloccare.

 

[…] Struttura è una di quelle parole che, diversamente dall’imprinting di fabbrica, conduce ad aprire tante porte nel lungo corridoio dei temi e dei tematismi culturali e non solo.
La struttura, che può essere al contempo concettuale, informativa, edilizia, urbana ed intima, appare sul palco del linguaggio, con la definizione di “insieme di relazioni razionali e interdipendenti”. L’espressione rende evidente il valore “aperto” del termine, dato che implica un’interna molteplicità, che non è tuttavia banale, trattandosi di una molteplicità di relazioni. Ecco svelata la potenza adattativa: in architettura, come nel linguaggio, i rapporti tra realizzazioni e strutture sono variabili, ma sono sempre le strutture che rendono stabili e, si potrebbe dire, comprensibili le realizzazioni.

 

In un momento, non troppo lontano da questo nuovo Millennio in cui ci troviamo, si congetturò lo strutturalismo, una teoria che poneva le basi di uno straordinario razionalismo localistico (Pomian), inteso come esigenza di “località”, ovvero come accettazione o ammissione di cittadinanza ad una molteplicità di teorie che trattano ognuna un oggetto ben delimitato: per Saussure erano parole e lingua, per Jakobson suoni e fonemi, per Hjelmslev sostanza e forma, per Lévi-Strauss sistemi di parentela e correlate strutture elementari, per Chomsky performance e competenza, per Thom morfologie empiriche e sistemi sottostanti. Fu un momento di ricerca e di sperimentazione che permise di gettare le fondazioni di altri e diversificati percorsi culturali.

 

Allora si dichiarò che “l’unico modo per afferrare il significato della nozione di struttura è comprendere che essa si manifesta all’interno di un discorso scientifico e che deve il suo senso unicamente alle funzioni assunte all’interno di questo discorso” (Boudon). Quindi si diede (finalmente!) valore ai dati, ai caratteri rilevabili, agli elementi misurabili di un oggetto; […] “ogni struttura è struttura di qualcosa di determinato (…) e che per dimostrare la realtà della struttura si devono guardare i dati di un oggetto di cui la struttura è modello”.

 

Fin qui tutto bene, anzi, forse anche troppo! Dato che l’approccio strutturalista venne applicato oltre l’applicabile e a volte senza essere compreso, generando distrazioni e distorsioni.
Ma l’ossimoro è sulla soglia, aspetta di entrare.
E mi serve richiamare la logotecnica, con cui Françoise Choay identificava una povertà di linguaggio strumentalmente finalizzata alla conservazione del potere tecnico, per sottolineare con più evidenza come struttura sia, esemplificatamene, sinonimo di edificio (struttura alberghiera, ricettiva, polifunzionale, ecc.) e al contempo un elemento portante di fondazione per trasmettere i carichi orizzontali dalla (si ripete il termine in altro rapporto di contesto) struttura architettonica al terreno.

 

Per non parlare del rapporto tra struttura e tipologia e tipologia strutturale, che non sempre fonda i propri metodi descrittivi su coerenti e condivise “basi di dati”, che si vorrebbero ben delimitate. Se poi si tenta di comprendere la struttura urbana (sistema di relazione tra attività umane e ambiente), mi piace ricordare l’interpretazione strutturale-funzionale di Foley, Webber e Wheaton che tentavano un’interpretazione comportamentista e flessibile forse oggi più utilizzabile nella nostra contemporaneità in cui l’estensione metropolitana modifica incessantemente i metodi di lettura. Scriveva allora Paolo Ceccarelli nell’introduzione all’edizione italiana delle loro riflessioni: “l’idea di una struttura fisica elastica, globale, prodotta dal combinarsi di strutture spaziali, con gradi differenti di definizione e di rigidezza non è concettualmente negata; appare soltanto impossibile in termini pratici e difficile da immaginare”.

 

Ci sono solo voluti quarant’anni di ri-strutturazioni e de-strutturazioni e ce l’abbiamo fatta! La struttura è fluttuante!


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Struttura”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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