Snob, spaventati, incompetenti: gli Architetti secondo gli inglesi

Gli architetti non sono capaci di seguire un progetto dalle fasi iniziali a quelle di messa in esercizio: non hanno le giuste competenze tecniche. Sono questi i risultati dello studio condotto dal RIBA, il Royal Institute of British Architects, risultato di un progetto di due anni guidato dal presidente uscente Stephen Hodder e che ha coinvolto un centinaio di clienti del regno Unito provenienti da settori diversi in interviste one-to-one e tavole rotonde. I risultati verranno resi noti nella loro completezza a fine settembre.

L’architetto sembra avere qualche difficoltà ad essere multitasking. Questa è l’idea che hanno i committenti inglesi, che accusano i professionisti di non di non volere e non essere in grado di seguire tutto un progetto, dall’inizio alla fine.

C’è insoddisfazione da parte dei clienti, sopratutto degli appaltatori, nei confronti degli architetti, le cui competenze sono ritenute “a compartimento stagno”. Da un lato ci sono gli architetti concettuali che si pensano solo a ideare il progetto, dall’altro quelli tecnici, che seguono la parte legata alla messa in opera e al funzionamento di tutto il sistema.
Questa è la rigidità cui fanno riferimento i committenti interpellati che, dopo aver pagato (profumatamente, dicono loro) l’architetto che fa il progetto, devono affidarsi ad altri esperti per la verifica di tutti gli aspetti tecnici in fase operativa.

Secondo il resoconto RIBA, le motivazioni di questa mancanza sono molteplici: lo snobbismo dell’architetto, che ritiene non di sua competenza l’essere costretto a sporcarsi le mani con aspetti tecnici ed ingegneristici; la paura di trovarsi davanti al fatto compiuto che, nel passaggio alla pratica, molte sue idee teoriche possano risultare fallimentari; la mancanza effettiva di competenze, causa una formazione accademica carente e una carenza di esperienza sul campo.

Allora.
Snobismo: forse in Inghilterra la situazione è diversa, ma in Italia ci sono tantissimi Architetti che lavorano sempre in cantiere in cantiere in pratica. Naturalmente non mi riferisco a Fuksas ma agli architetti che fanno il lavoro di tutti giorni.
Un po’, però, ammettiamolo, se abbiamo la nomea degli snob, un motivo ci sarà. Alcune volte, e mi è successo, incontri colleghi che pensano che chiedergli di fare qualcos’altro, oltre al progetto, sia come chiedere di fare il geometra.
Paura: molte archistar spesso progettano cose irrealizzabili, è vero, ma se consideriamo l’architetto che fa la professione, che progetta il residenziale, i restauri o altre cose più “normali”, dubito che questa paura lo attanagli.
Mancanza di competenze: non posso dire che tutti gli architetti siano competenti (ho incontrato colleghi con seri problemi da questo punto di vista, per motivi vari: non si tengono aggiornati, non hanno più la passione di una volta, inerzia..), ma le generalizzazioni sono sempre pericolose e sbagliate.

Stuart Lipton, uno dei principali sviluppatori immobiliari britannici, sostiene che sarebbe necessaria una revisione del corso di laurea in Architettura, troppo improntato sugli aspetti teorici e poco su quelli pratici e tecnici, indispensabili per occuparsi di costruzioni.

Ma un investitore immobiliare, per quanto esperto, ha le competenze per dire cosa bisogna studiare nelle Università di Architettura? Capisco pensare all’inserimento di alcuni corsi che preparino di più gli Architetti a gestire il mercato, che è molto cambiato negli ultimi anni, ma spostare l’attenzione dell’Università solo sulle esigenze degli immobiliaristi mi sembra troppo. Sta di fatto che l’Università va cambiata, aggiornata, su questo non ci piove. Questo aggiornamento dei corsi andrebbe fatto sempre però, di continuo, non perchè l’ha chiesto uno “sviluppatore immobiliare”.

Hodder, nella prefazione del documento, scrive che bisogna “ritrovare le chiavi per aprire i cuori e le menti dei clienti. Abbiamo bisogno di cogliere le opportunità per rafforzare la percezione del nostro valore”.

I vostri cuori sono chiusi?

 

di Enrico Patti

Foto: Victor Enrich, City Portraits, una serie di foto di architettura manipolate per creare strutture impossibili.

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Un commento su “Snob, spaventati, incompetenti: gli Architetti secondo gli inglesi

  1. Quelle 3 caratteristiche che segnala Hodder io le ho effettivamente ritrovate in molti “colleghi” ma non mi sento di generalizzare. Io per primo sono sempre stato affetto dal complesso del “non lo saprò mai seguire da cima a fondo” e ad un certo punto ho mollato la presa in quanto ho constatato di non essere più appassionato come all’inizio. Ma sono rimasto in contatto con certe realtà e dopo anni credo di aver notato che l’architetto (contemporaneo) non è spaventato dal dover essere multitasking bensì dalla calca all’uscita delle università, alla sempre più scarsa assistenza dell’albo a cui però si devono versare ingenti somme, alla mancanza di istruzione sulla vera professione (quella che si deve praticare al di là del foglio o del mouse) e dall’affermarsi di quella vecchia diceria secondo cui l’Architetto è un tecnico a 360° ma è necessario solo quando c’è bisogno di estro e artisticità fine a se stessa. Per tutto il resto vanno benone Geometri e Ingegneri. E sono anche più economici a quanto pare. Di questo si deve ringraziare la pubblicità fatta dai nostri mostri sacri e dalla committenza pubblica; la casta per il fatto di non concedere opportunità a chi le merita ma a chi le eredita; le archistar che creano solo grandi e spesso sproporzionate aspettative sia nei finanziatori che negli utilizzatori delle opere; i finanziatori dei cantieri di Dubai per l’umiltà con cui fanno capire l’utilità di questa professione; e, non ultima di importanza, l’università italiana foraggia lo spezzettamento della competenza con decine di mini-lauree e che cresce degli appassionati trasformandoli in disadattati perché l’Italia ha un patrimonio storico-architettonico unico ma su cui si spende (e anche poco) solo dopo terremoti, scandali immobiliari e dissesti idrogeologici.

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