Smart City, non progettiamo a lungo termine: parla Michele Vianello

Il concetto di Smart City viene spesso solo collegato all’idea della digitalizzazione di ciò che già esiste. Ma non è così che si costruisce una Città intelligente. “Smart Cities. Gestire la complessità urbana nell’era di internet”, il libro di Michele Vianello* edito da Maggioli editore, illustra bene quali sono le strade da seguire, senza insegnarcele dal pulpito, semplicemente suggerendocele, con la volontà di diffondere il verbo. È un percorso complesso, senza dubbio, ma necessario. Il futuro della città è fatto di social network, cloud computer, device mobili e… film di fantascienza, dai quali possiamo attingere idee e progetti. Una cosa è certa: l’Italia deve innovare l’ambiente urbano che, diversamente, muore, e deve iniziare a progettare la città a breve termine, non di qui a 20 anni (non è più possibile), rompendo la tradizione della progettazione urbanistica. Ma leggiamo le parole di Michele Vianello.


Architetti.com. In Italia facciamo molta fatica a partire con le Smart Cities. Anche progetti interessanti come il Piano Città rimangono al palo. La Smart City in Italia può esistere o rimarrà sempre una chimera?
Michele Vianello. No, non è una chimera. L’Italia si deve rendere conto che o innova o l’ambiente urbano muore, perché la sostenibilità passa anche attraverso il cambiamento. Cosa fare quindi? La prima cosa è intraprendere l’alfabetizzazione digitale sia per i cittadini sia per la PA, perché comunque è il cittadino che prima di tutto deve usare la Smart City. In secondo luogo, ma non in ordine di importanza, è necessario capire (la Pubblica Amministrazione deve capire) che costruire la Smart City non significa solo restaurare l’esistente digitalizzandolo e fare l’asfalto nuovo ma sensoristica, wi-fi, scelte pratiche. I soggetti principali della Smart City sono cittadini che utilizzano il Coworking, i lavoratori nomadi, le Start Up, e la città va costruita per loro.


A. Ma esistono esempi concreti di Smart City già realizzati in Italia?
MV. A Bologna, a Milano ci sono esempi importanti, ma si tratta di interventi isolati, non organici. Fino a che l’Italia lavorerà con questo limite, la Smart City sarà difficile da realizzare.


A. Chi sono i nomadic worker?
MV. Sono la futura generazione di lavoratori, che non avranno bisogno di spazi stimolanti o condivisi, perché utilizzeranno le proprie piattaforme e il cloud computing. Sono i principali soggetti della Smart City, quelli attorno ai quali essa va pensata e costruita.


A. Il capitolo 5 del tuo libro è dedicato alla pianificazione strategica. Si tratta di un capitolo decisamente “distruttivo”, come scrivi tu stesso. Qual è il problema che rinfacci ai gruppi di progettazione o ai progettisti che si occupano di pianificazione urbana e come dovrebbe porsi l’urbanista di fronte ai cambiamenti tecnologici?
MV. Il problema è che l’urbanista ha in mente e pensa di pianificare a lungo termine: oggi non è più possibile pensare di progettare una città definendone le caratteristiche di qui a 20 anni.

 

Il secondo problema è l’autoreferenzialità: l’irrompere del Social Networking non ci permette di esserlo. In generale si tratta di un problema culturale: gli urbanisti hanno in mente la città dei luoghi, la città del ‘900. In realtà devono tenere in considerazione la città dei Non-Luoghi. Anche le persone che si occupano di Marketing Strategico Territoriale portano avanti una forma di autoreferenzialità che non è adatta alle novità e alla Smart City, la quale ci spinge a guardare non solo al nostro territorio ma anche al territorio degli altri, agli altri.


A. Come si può fare per ovviare a questo problema e per modificare questo atteggiamento?
MV. Si tratta di un problema culturale, come ho anticipato prima. Gli strumenti sono: ascoltare, sistematizzando l’ascolto; monitorare il web e i social network che parlano di quello di cui parli tu; monitorare le fotografie sul web; fare marketing ascoltando i gusti della gente, assecondandoli.


A. Quali sono le caratteristiche architettoniche e urbanistiche che una Smart City deve avere?
MV. Innanzitutto la città deve essere sostenibile. E con sostenibilità s’intende: adottare edifici-sensore, che siano testimoni dell’efficienza energetica e analizzino la qualità dell’ambiente, grazie ai sensori che rivelano la qualità dell’aria e dell’ambiente; utilizzare facciate intelligenti per gli edifici; non costruire ex novo ma riprogettare la città a partire dai bordi; insegnare alle persone e ai cittadini l’utilizzo delle nuove tecnologie cambiando anche le abitudini di vita, facendo formazione sulle tecnologie… e farla agli urbanisti, ai dipendenti pubblici e ai cittadini.

 

Il verde urbano è sicuramente un’altra caratteristica che la Smart City deve avere, che si tende a dare per scontata, ma che in realtà non lo è. Anche in questo caso è necessario formare gli abitanti della città: torna di nuovo il ruolo centrale della formazione, sul quale insisto.
Naturalmente, non sono cose che si possono fare in un attimo, occorre tempo. Ma soprattutto occorrono investimenti privati per le città: bisogna convincere gli investitori che è opportuno e utile investire nelle città, utile alla città e utile ai cittadini.


A. Pandora, l’edificio intelligente da realizzare a Marghera, che dovrebbe essere terminato nel 2015. Quali sono le sue principali caratteristiche architettoniche e tecnologiche?
MV. Pandora è il prototipo di edificio studiato appositamente per la Smart City, progettato come organismo vivente che interagisce con l’ambiente circostante. Ha un bassissimo impatto ed è l’edificio sensore per Marghera. È pensato come lo spazio ideale per ospitare i nomadic eco-worker, senza pareti, a impatto zero naturalmente, studiato per il recupero dell’acqua e per l’utilizzo della fibra ottica. È pronto, e largamente esportabile.


A. Visioni dal futuro. Nel suo libro parla anche di cinema, in particolare cita Avatar di James Cameron. Che cosa dovrebbero copiare le nostre città da quel mondo?
MV. Dobbiamo continuare a sognare, o meglio riprendere a sognare. Io consiglio sempre di leggere i libri e film di fantascienza: Neuromante di William Gibson, Blade Runner di Ridley Scott e Prometheus, sempre di Ridley Scott. Consiglio anche di vedere I Croods, bellissimo film d’animazione di Chris Sanders, uscito quest’anno. Queste opere ci fanno capire che l’innovazione non è un pericolo. Bisogna cercare suggestioni dai film e dalla letteratura, accettare ciò che è nuovo, e ciò che è vecchio, mettere tutto insieme e creare nuove possibilità, per il futuro.

 

*Michele Vianello dirige il Parco Scientifico e Tecnologico VEGA, è stato Vice Sindaco di Venezia e studia da anni l’impatto sociale ed economico che le tecnologie hanno sulle persone e sulla città. Ha pubblicato diversi scritti sull’innovazione, reperibili sul web e in particolare su www.michelecamp.it, il suo blog. Michele Vianello è autore di Pionero.it.

 

Nell’immagine di apertura, Neuromante di William Gibson.

 

Intervista di Giacomo Sacchetti

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