Riuso e riciclo nell’epoca dell’ethos di Peter Pan come nel ritratto di Dorian Gray

(di Marcello Balzani) Le cose hanno una vita diversa dalla nostra. Mi viene in mente, mentre getto sulla tastiera le parole che formano il mio pensiero, una celebre poesia di Jorge Luis Borges in Elogio dell’ombra, proprio dedicata alle cose. Borges enumera decine di oggetti (e non solo) che circondano la nostra vita, connette casualità e vocazioni nel descriverle, poi conclude “dureranno più in là del nostro oblio, non sapran mai che ce ne siamo andati”.

 

Artisti come Picasso, Marcel Duchamp e Man Ray durante l’incredibile stagione delle avanguardie del Novecento, hanno cercato di estrarre il potere passivo dagli oggetti e rivelarlo attraverso nuove pagane liturgie artistiche. Il Pop nell’arte (degli oggetti e della loro comunicazione) ha poi gettato sul tavolo delle rivelazioni ancora più evidenti concettualizzazioni ed oggi è praticamente impossibile credere in una sola vita delle cose che ci circondano. Come si può immaginare un mondo in cui le cose non posseggono fattori di esperienza importanti quanto i nostri che siamo capaci di accumulare negli anni? Attribuiamo alle cose gradi di memoria (e di affetto) analoghi se non superiori (a volte) a quelli che ci legano alle persone.


Per gli architetti le cose hanno sempre avuto potenti alibi formali. Probabilmente si potrebbe riscrivere (divertendosi molto) la storia dell’architettura partendo non già dai poteri attivi (funzionali, significativi, tecnici) ma da quelli passivi, nascosti nelle sostanze segrete che compongono l’edificato, per mezzo del magico passaggio di traduzione materiale che solo il progetto sa compiere. Ma questo è un altro livello del problema.

 

Ora ricadiamo all’interno delle cose e torniamo a chiederci di quella durata oltre il nostro oblio di cui parla sapientemente Borges.

 

Quando penso al riuso e al riciclo non mi viene in mente il possibile (quanto desiderato) sogno della raccolta differenziata o la metodologia LCA (Life Cycle Assessment), ma vedo il mondo che mi circonda nel suo procedere al di là del mio tempo. Il tempo appare in effetti il soggetto principe, il testimone emergente per la rigenerazione, per una resurrezione o forse (meglio) per una metamorfosi. Senza un differenziale temporale così diverso dal nostro le cose non avrebbero un’altra vita da vivere. All’interno della casa dove ora scrivo l’editoriale riconosco molti componenti (mattoni, travi, pavimenti) che sono appartenuti alle case che prima formavano l’isolato urbano e che sono state parzialmente demolite per rigenerare un unico edificio più complesso. Le sostanze segrete appaiono a chi ha l’occhio per vedere e non si percepisce, nella consistenza coerente, un difetto o una fatica nell’appartenere a tutto ciò. Cosa lega questa continuità temporale? I destini di cui sono intrise le cose trasmettono trasparentemente la loro disponibilità all’esercizio dell’adattabilità temporale se nell’atto di creazione si formula, fin dal principio, questa seconda, terza, molteplice opportunità di vita.

 

Non è banale. Le cose posseggono poteri. Alcuni non sanno che esistono. Altri sono pronti ad estrarli […]. Altri ancora riconoscono i differenziali temporali e rendono le energie (grigie) ammortizzabili negli anni come per un decadimento radioattivo.
Il riuso poi aiuta a comprendere sul piano comportamentale la medesima azione che si innesca su quello materiale, perché i poteri appartengono anche agli spazi che, non per ironia (mi raccomando!), sono oggetti (o cose) anch’essi. Forse negli spazi il gradiente è ancora più forte ed è triste vedere come ancor’oggi si erigono architetture che non potranno mai avere una seconda vita. Sono architetture che appaiono già destinate alla prima morte (che è quella spaziale) perché l’orologio biologico che il progettista impone è così corto nei numeri da non dare speranze. Perché tutto questo accade? Cosa ha prodotto la perdita di sensibilità che le poche righe della poesia di Borges ci stimola a verificare?

 

Sicuramente una sindrome neotenica che sviluppa un ethos infantilistico diffuso. Il famoso antropologo Desmond Morris nel capitolo introduttivo di un illuminante saggio dal titolo L’animale donna, la complessità della forma femminile scriveva che gli esseri umani sono la “specie di Peter Pan” e vedeva in questo il segreto di un successo evoluzionistico indotto dalla “magica combinazione di socialità e curiosità” […].

 

Come scrive Benjamin R. Barber, la fantasia di Peter Pan, nata dalla mente di J. M. Barrie, sembra essere oggi totalmente sovvertita. Quel sogno protezionistico (impossibile perché blocca-tempo) finalizzato alla difesa dell’anima infantile dalle responsabilità del mondo degli adulti, si propone in chiave consumistica […]. È un’ibernazione che nega l’invecchiamento e che quindi non può proporre il riuso o il riciclo trasparente ma deve diffondere il credo del sempre nuovo = sempre giovane.

 

[…] La logica dell’azione responsabile è un grande esercizio di democrazia che riuso e riciclo impongono ma che stentano ad attecchire a meno che la crisi che viviamo non serva opportunamente a distruggere certi circoli viziosi.

 

Forse la logica con cui negli ultimi anni abbiamo destinato fatica ed esperienza per creare cose e spazi è più simile a quella del patto diabolico che Dorian Gray stringe con il diavolo.
Il doppio nascosto oltre il confine chiuso a chiave della propria mansarda. Quello che invecchia e si degrada al posto nostro. Già, perché nello stimolo creativo indotto dagli specialismi consumistici la vita delle cose deve apparire sempre come il volto di Dorian mentre nel ritratto la lebbra del peccato divora la materia.

 

Ma dov’è il doppio?
Il Willian Wilson di Edgar Allan Poe che corre sempre un passo prima di noi?
E in quale luogo abbiamo nascosto il ritratto sulla consapevolezza di ciò che il tempo non fa fatica a compiere?
A volte mi chiedo se gli altri se ne accorgano.
Gli sguardi sbalorditi delle altre specie viventi sul pianeta che guardano la follia del nostro stare sulla terra. Non perdiamo le speranze. Dopo tutto c’è Capitan Uncino.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nella e-zine n. 54 “Reuse/Recycle”

 

Nell’immagine, vista della mostra “Reduce/Reuse/Recycle. Architecture as Resource” nel padiglione Germania, 13. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Foto © Erica Overmeer

 

Marcello Balzani è Direttore di Architetti tabloid e Paesaggio Urbano

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