Restauro vs Ristrutturazione, ovvero il dilemma conservativo

Nell’ambito dell’immenso capitolo del ‘recupero edilizio’, quanto mai auspicabile, mille volte invocato ma mai concretamente avviato da azioni politiche lungimiranti, si pone un dilemma conservativo: restaurare o ristrutturare?

Le risposte che si registrano sono sempre confuse o ambigue. Nel primo caso è proprio la terminologia a non essere usata correttamente perlopiù da parte di giornalisti poco informati sul tema oppure da parte del politico di turno che, appena si addentra in tematiche specifiche, tradisce tutta la sua inadeguatezza culturale. In tal senso, appare assai improbabile che la Fontana di Trevi a Roma sia stata recentemente ‘ristrutturata’, così come altrettanto improbabile appare la possibilità di ‘restaurare’ la facciata di San Lorenzo a Firenze seguendo il progetto di Michelangelo (1518 circa).

Nel secondo caso, quello dell’ambiguità, sarà sufficiente fare qualche ricognizione nei Dipartimenti di Architettura, italiani o esteri, e costatare con quale disinvoltura egotica i docenti di ‘composizione architettonica’ (ma loro amano definirsi ‘progettisti’ anche quando vestono i panni accademici) abituino gli studenti ad un approccio ‘emozionale’ verso le preesistenze, basato sulle ‘suggestioni’ che se ne possono ricavare, anziché su un rigoroso approccio storico-critico. La cosa è a tal punto grave che viene da chiedersi se tutto ciò sia frutto di un consapevole [anche se non condivisibile] convincimento di poter operare sulle preesistenze con lo stesso atteggiamento dell’uomo del passato, oppure, come io sospetto, sia il frutto di un progressivo impoverimento culturale degli architetti che, conoscendo sempre meno la storia dell’architettura, non ne colgono i valori e finiscono per puntare su astratti concetti di ispirata ‘creatività’.

Anche a costo di far storcere il naso a qualche collega di restauro, vorrei subito affermare che sia il ‘restauro’, sia la ‘ristrutturazione’ hanno entrambe una piena legittimità operativa, oltretutto difficile da perimetrare esattamente; una cosa però deve essere chiara da subito: le finalità sono diverse.

Il ‘restauro’, infatti, persegue un recupero ‘conservativo’, mentre la ‘ristrutturazione’ mira ad un recupero fortemente trasformativo della struttura esistente; ciò non vuol dire che il ‘restauro’ non possa produrre, inevitabilmente, una ‘trasformazione’ materico-figurativa, tuttavia essa rimarrà sempre confinata in un ambito conservativo. Ecco perché bandirei definitivamente dal novero dei restauri, anche sotto il profilo storico, i cosiddetti interventi di ‘ripristino’ che altro non sono che brutali interventi di ristrutturazione in contesti che avrebbero preteso ben altre attenzioni.

Qual è, in definitiva il discrimine se non il ‘giudizio di valore’ che noi attribuiamo ai manufatti sui quali interveniamo? Giudizio non individualistico, ovviamente, ma rimesso alla coscienza critica collettiva.

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Un possibile diagramma rappresentativo del rapporto tra Restauro e Ristrutturazione (elaborazione: Riccardo Dalla Negra). Nelle immagini di fondo: a sinistra la pesante ristrutturazione dell’Arena di Barcellona (arch.tti Luis Alonso, Sergio Balaguer e Richard Rogers); a destra il restauro e la reintegrazione della Mura di Cittadella (arch. Patrizia Valle)

 

Se ipotizzassimo un piano cartesiano dove sull’asse delle ascisse ponessimo il ‘giudizio di valore’ e su quello delle ordinate il grado di vincolo che i principî conservativi ci impongono, ne scaturirebbe una curva di tipo parabolico (y=xn , n>1), dove all’incremento del giudizio di valore aumenta sensibilmente il grado di vincolo, mentre un risultato pari a 0 equivarrebbe ad esprimere la piena libertà operativa da parte del progettista.

Il vero problema è che si continua a ristrutturare un patrimonio che andrebbe invece restaurato e questo avviene sia da parte del silenzioso esercito di professionisti, sia da parte dei grandi nomi dell’architettura (ed è forse più grave per il riverbero che sempre ne scaturisce).

Mi sono sempre chiesto cosa non funzioni nella formazione nelle scuole di architettura per generare un tale disinteresse verso le preesistenze (o meglio nel dichiararlo negandolo nella sostanza): credo che le ragioni possano essere sostanzialmente due: da un lato, il progressivo disinteresse verso la Storia dell’Architettura Antica, Medievale e Moderna (con qualche eccezione per quella Contemporanea), dall’altro, la mancanza di una seria riflessione sul confine tra ‘storia’ e ‘cronaca’.

Valga, questo, anche per le nuove generazioni di docenti di restauro, sempre più inclini a far sviluppare dai propri allievi temi vicini al concetto di ristrutturazione, piuttosto che al restauro: ne consegue, anziché un serio e necessario confronto verso la cosiddetta ‘cultura della progettazione’, un appiattimento teorico ed operativo che nuoce sia agli allievi, sia alla disciplina.

di Riccardo Dalla Negra
LaboRA/TekneHub, Tecnopolo dell’Università di Ferrara
Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara
Ordinario di Restauro, Università degli Studi di Ferrara
Direttore di Labo.R.A. – Laboratorio di Restauro Architettonico del Dipartimento di Architettura di Ferrara (TekneHub)

Scarica l’invito al convegno Restauro Architettonico e Tecnologia che si terrà mercoledi 6 aprile al Salone del Restauro di Ferrara

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