Renzo Piano, la Sfortuna e Umberto Veronesi

(di Marcello Balzani)

Perché queste tre figure in fila? Cosa le lega insieme?
Non sono certo il titolo di una stampa del Dürer o di un film di Sergio Leone, piuttosto costituiscono una filiera, ovvero la base di un percorso ragionato che in questo ultimo mese comincia ad attecchire. Mi spiego meglio.

Il 23 novembre scorso ho avuto modo di partecipare ad un interessante incontro su piano “Casa Italia” organizzato presso l’Università di Bologna e magistralmente coordinato da Marco Savoia, che ancora mi chiedo come sia riuscito a far confluire in poche ore tutta la densità di proposte e contributi tecnici, operativi e scientifici dell’Alma Mater e delle altre Università della Regione Emilia-Romagna.

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L’incontro su Casa Italia

L’incontro vedeva, infatti, il Rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone, designato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri Project Manager del piano “Casa Italia”, raccogliere il contributo dell’Ateneo, di Bologna principalmente, ma anche di Modena e Reggio Emilia, Ferrara e Parma per la definizione di questo importante progetto, assieme al Rettore dell’Università di Bologna Francesco Ubertini e al giurista bolognese Andrea Cammelli, anch’esso del gruppo operativo del piano “Casa Italia”.

Una tappa che Azzone aveva messo in calendario dopo quella di Napoli per presentare il piano per la messa in sicurezza del territorio nazionale in una visione a lungo termine e in chiave di prevenzione, non solo sul rischio sismico, ma anche per tutta la riqualificazione del patrimonio edilizio, in un “momento aperto a tutta la comunità universitaria della Regione Emilia-Romagna”. Azzone chiedeva quindi di focalizzarsi soprattutto sui temi della prevenzione per trovare la modalità di rafforzare il Sistema Paese e permettere di dare continuità all’attenzione su questo tema (direi io ormai di rilevanza sociale) al fine di passare dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione.

Per innescare il processo virtuoso si pensa di sviluppare prototipi di intervento sul territorio, che possano definire dei comportamenti scalabili anche in rapporto alle condizioni d’uso dei fabbricati (abitati e non). Renzo Piano è stato coinvolto proprio su questo aspetto: realizzare 10 cantieri “edili e sociali”, per dimostrare come possa essere possibile concretamente far crescere la “sicurezza degli edifici senza che gli abitanti escano di casa”. Il concetto di cantiere edile e sociale allarga quindi la tematica tecnica a quella non solo urbanistica ma urbana, e sul ruolo della valorizzazione dei tessuti urbani e della città. Il confronto è poi avvenuto su quattro tematiche: dati e informazione, linee guida di intervento preventivo, finanziamento e procedure, e comunicazione-formazione.

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Chi vi scrive è intervenuto circa alla fine dell’intenso pomeriggio bolognese proprio su questa ultima tematica, affermando l’importanza che dovrà essere data non solo alla formazione di nuovi profili tecnici operanti in tutti i diversi campi della filiera (pubblico, privato, impresa edile e di produzione di componenti, immobiliare, condominio, ecc,) ma anche alla comunicazione verso i cittadini per il radicale cambiamento di approccio.

Se si vuole aprire una nuova stagione di consapevolezza cosciente che metta al centro la cultura della prevenzione del patrimonio edilizio (pubblico ma soprattutto privato). Bisogna smetterla di parlare di sfortuna. La sfortuna non c’entra nulla e il terremoto è incolpevole. Fino a quando nel pensiero comune della stragrande maggioranza del nostro Paese rimarrà l’idea che la sorte avversa e la cattiva fortuna possano fare la differenza nel colpire un territorio piuttosto che un altro non sarà semplice mettere in atto in cambiamento.

Gli italiani sono un popolo di giocatori (del Lotto e del Totocalcio), ma su questo particolare aspetto dell’esistenza è come giocare alla Lotteria di Babilonia del celebre racconto di Borges dove chi vinceva poteva anche perdere la vita nell’infinito gioco d’azzardo. Diverso è affrontare finalmente il problema come si è fatto, anche attraverso il grande contributo di Umberto Veronesi, sulla lotta ai tumori.

Salute umana e salute degli edifici

Oggi chi si reca dal medico e poi in ospedale per una diagnosi preventiva lo fa perché non vuole il tumore. Fino a non molti decenni fa era esattamente il contrario: il pensiero comune diffondeva il tenebroso e inquietante mormorio che non conveniva guardare dentro le cose (ovvero dentro i nostri organi e i nostri tessuti) perché qualcosa si trovava sempre e poi era peggio. Era meglio aspettare confidando nella fortuna di non essere colpiti da questo male allora veramente incurabile.

Oggi sappiamo che ci si può fidare della diagnostica preventiva, ci si può fidare dei protocolli terapeutici. Oggi sappiamo che la prevenzione (diagnostica e terapeutica) in molti casi ha combattuto l’insorgenza tumorale, proprio perché individuata per tempo.

La salute è quindi al centro della nuova narrazione che deve essere proposta.

Il tema dell’abitare sicuro è più potente di quello dell’abitare energeticamente sostenibile, anche se sono ovviamente complementari. È più potente perché mette in gioco la vita e non solo la sua qualità. Il ruolo della ricerca (e quindi dell’Università) non sarà banale. Per la lotta ai tumori è stato ed è fondamentale sapere che la ricerca universitaria promuove un percorso serio e scientificamente coerente.

Lo dovrà essere anche per l’abitare sicuro: dire la verità sullo stato di salute del patrimonio edilizio non sarà semplice, ma se ci siamo riusciti per quanto riguarda i protocolli diagnostici che agiscono sulla nostra vita e sull’invecchiare bene perché non possiamo riuscirci anche per i luoghi e gli spazi in cui questa vita si conduce e si sviluppa nel corso degli anni?

Lunedì scorso sul Corriere della Sera è apparsa un’intervista di Gian Antonio Stella a Renzo Piano che riprendeva un po’ questo mio ragionamento, presentato ad Azzone la settimana prima: chissà forse si sono parlati… o forse è solo arrivato il momento giusto, perché anche Renzo Piano proponeva l’analogia con la prevenzione della salute. Comincia ad attecchire un pensiero alternativo e se ci riusciremo il piano “Casa Italia” non sarà calato dall’alto ma potrà svilupparsi dal basso, da una richiesta che parte dalle persone che chiederanno di sapere per difendersi e vivere in sicurezza.

Chiederanno di sapere la verità su cosa ci sia dentro il muro.

 

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