Renzo Piano, ricostruire le periferie è facile ma bisogna farlo con abilità

A parte un paio di congiuntivi che Renzo Piano ha sbagliato, la sua intervista rilasciata a Italcementi tocca temi importanti, sempre a proposito di periferie da riqualificare.

 

Una delle prime cose che dice Renzo Piano è che riqualificare le periferie non bisogna crearne di nuove, perché non sono sostenibili dal punto di vista economico, umano e ambientale. Bisogna tenere presente sempre la Green Belt di Londra, oltre alla quale non si può costruire: questo non significa che la città non si può espandere, ma che deve espandersi non per esplosione ma per implosione. Significa, sempre secondo l’esempio di Londra, che la campgan deve rimanere campagna e che su quella non si può costruire. Significa ricostruire, riusare le zone dismesse, aumentare la densità, perché la città è bella quando è intensa, abitata. “Le città troppo diluite non sono belle” (cit.). Ovviamente, utilizzare l’altezza è necessario, il che non vuol dire per forza costruire grattacieli, come dice anche Piano.

 

Costruire sul costruito, continua Renzo Piano, vuol dire “costruire completando”.

 

A questo proposito l’architetto dice che è “facile” ricostruire: bisogna pulire, fare le fondamenta e andare in altezza. Si, quando ci sono i soldi per farlo, si, e anche quando il progetto è di qualità è una soddisfazione ricostruire… Ma quando il progetto è osceno e non ci sono soldi non è così “facile”.

 

Dopo aver detto che è facile, Renzo Piano un po’ si contraddice e sostiene che ricostruire richiede abilità. Chi ha più abilità tenta di vincere anche le sfide più difficili. La difficoltà non è una cosa negativa: i migliori costruttori saranno quelli che trovano il modo per risolverle, con la propria abilità, e l’abilità del costruttore deve diventare più sottile, e più diventa sottile, più avremo capacità di risolvere i problemi della città, del cantiere e delle persone.

 

A proposito di persone, Renzo Piano dice che bisogna “fertilizzare la periferia”, cioè portarci le persone a vivere, non solo a dormirci. È necessario costruirci luoghi d’incontro, per il tempo libero, rendere la periferia abitabile 24 ore. La periferia deve avere una sua bellezza che deve essere costituita anche da questo: dal suo essere abitabile.
Spesso le periferie sono state costruite con disprezzo, con superficialità. Nonostante questo in loro c’è una bellezza. Non solo quella degli sguardi dei ragazzini “eccetera eccetera… questo è molto romantico”, ma anche la bellezza degli scorci, dei tramonti. Perché questo non è romantico Renzo?

 

I temi toccati sono importanti, come è importante capire bene come bisogna rigenerare le periferie italiane, in modo intelligente e non ottuso, cioè non prendendo la rigenerazione come un dogma ma pensando, riflettendo, trovando modi di costruire per l’uomo, per dargli protezione, per farlo stare bene.

 

Renzo Piano è una fonte d’ispirazione per molti, ma è anche la tradizione, la regola. Per le periferie servono anche idee nuove, fresche, di architetti che non siano la regola ma che si debbano impegnare al massimo per farsi riconoscere un progetto come buono, perché a loro niente è riconosciuto come bello a prescindere. Quelle sono le forze migliori, e servono anche quelle per rifare le periferie, non solo le idee di Renzo Piano. Sarà stato questo il suo scopo quando ha assunto i 6 giovani architetti? Forse, ma è importante che i Comuni diano importanza ai progetti dei giovani architetti, che i concorsi siano davvero selettivi, che vengano premiate le idee migliori, quelle che nascono dall’impegno matto e disperatissimo, dalla ricerca di lavoro e di riconoscimenti, dalla voglia di imparare e di fare cose, dagli architetti che non sono (ancora) famosi e la cui parola non viene presa come buona a prescindere.

 

Per fare un progetto e per presentarlo, quegli architetti (che non sono il 100% degli architetti italiani ma una parte della totalità che non vi so quantificare), quelli che hanno un po’ di talento dettato dall’amore per l’architettura, pensano pensano e pensano. Non voglio dire che Renzo Piano non pensi, ma dallo sforzo massimo nascono sempre le idee migliori, e gli architetti non famosi se non si vogliono sputtanare devono sempre sforzarsi al massimo.

 

 

articolo di Enrico Patti

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