Rapporto sulla Previdenza privata: gli Architetti non sono quelli che stanno peggio

Approfondiamo la lettura del Quinto Rapporto sulla Previdenza privata e privatizzata, elaborato dal Centro Studi AdEPP.

Per gli Architetti e gli Ingegneri iscritti a Inarcassa è stata confermata per il 2016 la possibilità di versare il contributo minimo Inarcassa dividendolo in 6 rate bimestrali, anziché in 2 rate semestrali. Le rate saranno di pari importo, senza interessi dilatori.
Il piano di scadenze è quindi il seguente: 29 febbraio, 30 aprile, 30 giugno, 30 agosto, 31 ottobre e 31 dicembre 2016. Il problema sta nel fatto (e questo Inarcassa sembra non capirlo) che per molti Architetti è impossibile pagare il contributo minimo, anche se diviso in 6 rate.

Sempre stando al Rapporto sulla Previdenza privata, l’anno scorso sono stati almeno 8mila gli avvocati che hanno deciso di dire addio alla professione di avvocato, cancellandosi dagli elenchi dell’ordine. Il motivo è sempre quello: l’impossibilità di pagare i contributi minimi richiesti dalla Cassa Forense. Non si tratta di una cifra proibitiva (850 euro l’anno, 70 euro al mese) ma per molti troppo alta, visto che si aggiunge a tutte le altre spese legate all’esercizio della professione.

Le difficoltà economiche riguardano quindi tutto il mondo delle professioni.

I professionisti italiani sono le vittime più silenziose della grande crisi economica iniziata tra il 2007 e il 2008. E a testimoniarlo è arrivata, appena prima di Natale una ricerca dell’Adepp, l’associazione che riunisce le casse pensionistiche dei professionisti italiani, da quelle degli avvocati, appunto, fino a quelle di ingegneri, geometri o ragionieri.

Proprio secondo i dati Adepp, tra il 2005 e il 2014 il professionista italiano ha, in media, mantenuto a fatica i suoi livelli di reddito nominale: se si tiene conto dell’inflazione, la perdita in termini di reddito reale sfiora il 24%.

Non tutti hanno subito così tanti danni. Secondo il rapporto sulla Previdenza privata Medici, infermieri e veterinari si sono salvati: negli ultimi 10 anni il loro reddito reale è cresciuto del 7,1%. Commercialisti e ragionieri, un tempo considerati insensibili alle fluttuazioni del ciclo economico, hanno perso il 14%.

Ingegneri e architetti, alle prese con la più grande crisi edilizia dal dopoguerra, hanno perso il 22%.

Ma il peggio non è mai morto. La peggiore crisi ha colpito gli avvocati, con un drammatico -35% del reddito depurato dall’inflazione (a guardare il reddito nominale il calo degli avvocati è del 23%).

Le categorie più colpite dal calo dei redditi sono: biologi, consulenti del lavoro, notai, psicologi, avvocati, architetti. Quando il Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti gridò che “gli architetti sono i nuovi poveri” esagerò un po’ quindi. Sono quelli nella condizione peggiore tra i tecnici ma più poveri di loro sono i biologi. Non è che il Presidente calcava la mano per cavalcare la crisi e ottenere consensi troppo facili?

Andiamo avanti. I dati allarmanti per i professionisti (tutti, in generale) non finiscono qui però:
– la disoccupazione è al 30%,
– il reddito d’ingresso è intorno agli 800 euro e 1500 dopo cinque anni di professione,
– il tempo d’attesa per ottenere il pagamento delle parcelle è di 172 giorni nel caso di privati, 217 nel caso di cliente pubblico.

Infine, il 57% degli studi professionali ha debiti con banche, istituzioni finanziarie o fornitori.

Se da un lato il reddito dei professionisti è in calo, dall’altro aumenta il numero degli iscritti alle casse previdenziali. Tra il 2005 e il 2014 il numero degli iscritti all’AdEPP (Associazione delle casse di previdenza private) è aumentato del 20,02%, per un totale di 1.469.637 unità.
L’Ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici e degli odontoiatri (Enpam) ha registrato il maggior numero di adesioni, pari al 24,25% del totale degli iscritti all’AdEPP, seguito dalla Cassa forense(15,23%) e dalla Cassa nazionale di previdenza e assistenza per ingegneri e architetti liberi professionisti (Inarcassa) con l’11,40% degli iscritti. Il Sistema delle Casse è in crescita anche in termini di entrate: + 65,19% dal 2005 al 2014.
Veniamo a un altro problema: l’età. Un giovane professionista guadagna in media 12.469 euro lorde all’anno, poco più un trentacinquenne (17.852 euro lorde all’anno), si deve arrivare alla fascia 45/50 anni per trovarsi di fronte a poco più di 40mila euro lorde all’anno.

E poi ancora, altri problemi, di natura differente. Ci sono picchi del 50% in meno di reddito tra una professionista donna e un collega uomo: il nostro Paese è diviso in due.

Denuncia il Presidente AdEPP Andrea Camporese: “Quelle tremende distanze di reddito tra giovani e meno giovani e tra uomini e donne”, che emergono ancora (anche nei quattro rapporti precedenti era emerso) dal rapporto AdEPP, “ci gettano addosso una responsabilità fortissima che non può essere evitata. Un professionista in Calabria guadagna il 65% in meno di un collega in Lombardia.

È evidente che la vivacità e la storia del tessuto economico influiscono, la distanza resta comunque inaccettabile, frutto di dinamiche che nulla hanno a che fare con l’esercizio di una responsabilità di prestazione che vale per il suo contenuto intrinseco”. Un valore riconosciuto e ribadito a più riprese in Europa ma che fa fatica ad essere ancora considerato in Italia.

Continua Camporese: “Abbiamo cercato di sfondare una porta, e ci siamo riusciti, per trasmettere un concetto: chi fa libera professione non è un privilegiato, è un soggetto che assume grandi rischi sul mercato e spesso funziona da ammortizzatore sociale assumendo altre persone nel proprio studio. Bruxelles se ne è accorta l’Italia un po’ meno, ma il processo è oltre il punto di ritorno. 260 milioni di euro di finanziamenti tramite bandi europei ai liberi professionisti italiani sono un segno chiaro e distinto della linea futura. Lo spazio unico delle professioni in Europa è realtà, votata dal Parlamento, foriera di rischi e opportunità. Non capirlo sarebbe ottusamente antistorico, subirlo, con i secoli di storia che abbiamo alle spalle, sarebbe semplicemente buttare dalla finestra un pezzo del patrimonio della civiltà continentale”.

Il Report si apre con queste parole di Camporese: “Rischiano di sviluppare anticorpi negativi rispetto a un sistema (quello previdenziale, ndr) che ha un solo lampante difetto: non offre sufficienti opportunità di ingresso, non appare sufficientemente paritetico, fa scomparire il tema della protezione sociale in un orizzonte considerato lontanissimo e irraggiungibile. In ultima analisi i giovani sentono di essere stati danneggiati dai diritti delle generazioni precedenti, da un mercato del lavoro asfittico in cui la domanda è molto inferiore all’offerta e il prezzo da pagare è alto e ingiusto”.

Camporese conclude: “Il sistema delle Casse privatizzate ha fatto molto, non si tratta di un giudizio viziato dal ruolo, ma di un semplice confronto di dati. “

Tra tutti i dati negativi snocciolati dal Report, l’unico positivo in pratica è quello dell’aumento di cassa delle Casse di previdenza. Non tutti i professionisti sono in crisi profonda, ma molti si, e gli architetti tra questi anche se non sono quelli messi peggio. Come si può dire che il Sistema delle Casse “ha fatto molto”? Evidentemente non è sufficiente. I provvedimenti (anche diluire in 6 rate bimestrali dei contributi minimi) di Inarcassa dimostrano una sensibilità non completamente a fuoco da parte della Cassa di Ingegneri e Architetti: sanno che ci sono difficoltà ma non fanno nulla per proteggere gli iscritti. L’importante per loro è continuare a fare cassa. Non si fa nulla per coniugare l’esigenza di assicurare una previdenza futura e le esigenze del momento difficile. Il Sitema previdenziale non ha un solo grande difetto.

Occorre una collaborazione più fattiva tra la classe politica che fa le leggi e le Casse di previdenza. Che senso ha aumentare le entrate se poi scompare il tema della protezione sociale e l’orizzonte lavorativo diventa lontanissimo?

di Enrico Patti

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