Quanti Architetti in Italia?

quanti architetti in italia

(di Marcello Balzani)

Oggi è in atto in tutta Italia il test di ammissione per i Corsi di Laurea in Architettura.
Oggi si selezionano gli studenti di architettura che fra qualche anno saranno potenzialmente (dopo un esame di stato o un tirocinio professionalizzante) inseriti nel mercato del lavoro.
Da un po’ di anni il numero degli iscritti al test di iscrizione cala.

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È un calo fisiologico che riverbera quanto sta già accadendo nella scuola media superiore, in tutti gli istituti tecnici che hanno a che fare con il mondo delle costruzioni, e che non si fermerà. Anche negli Ordini professionali per la prima volta il saldo delle iscrizioni comincia da essere sensibilmente negativo.

È una “cosa brutta?

Nelle famiglie italiane e nelle aspirazioni dei giovani ragazzi e delle giovani ragazze appena diplomate l’idea di iscriversi ad un corso di laurea stimolante, creativo, integrato nei ruoli delle professioni carismatiche del nostro Paese oggettivamente non esiste più. Quasi dieci anni di crisi violenta ed incessante del settore hanno prodotto un effetto di distacco che non è colmabile con investimenti mirati sull’orientamento alla scelta universitaria o ammiccanti open day.

Ogni famiglia, in qualche modo, si scontra con la realtà della situazione immobiliare e vive la crisi a più livelli in una modalità che non era mai accaduta fino ad ora, sia sul versante patrimoniale quanto su quello fiscale e soprattutto gestionale e manutentivo. È una fatica, una sofferenza, a volte un dolore e un’impossibilità di far fronte alle cose, che certamente influenzano il senso comune, determinano una negatività apparente e autoalimentano una demoralizzazione che progredisce.

D’altro canto va anche ricordato che il nostro mercato professionale è stato inquinato quantitativamente da un effetto architetto, che aveva condotto già da molti anni a mettere il numero chiuso alle iscrizioni ai Corsi di Laurea in Architettura, esattamente come a quelli di Medicina. Troppi, non tutti interessati alla professione, spesso a supporto di competenze tecniche non sempre progettuali, gli architetti diplomati ed abilitati in Italia non trovavano un parallelo quantitativo in nessun altra realtà simile europea.

Oggi la realtà è molto cambiata.

Laurearsi in Architettura significa pensare di diventare architetto non certo in Italia e non certo per il proprio orticello di casa.

Laurearsi in Architettura pone già da subito molte domande sulla disponibilità di operare in un mercato del progetto internazionalizzato con profili di capacità e competenze molto diverse da quelle che sono state offerte a chi è iscritto agli Ordini professionali da dieci o vent’anni.

Laurearsi in Architettura richiede anche una scelta molto attenta sul dove fare questo percorso di studi e come farlo (cioè con quale grado di frequenza consapevole e impegno cosciente), proprio perché il titolo di studio, per quanto possieda comunque un valore legale, costituisce oggi più che mai un fattore differenziale non banale in rapporto alla possibilità di mercato e al potenziale di innesco professionale nel mondo.

Quanto sta accadendo è una “cosa brutta” dal punto di vista del mercato del lavoro italiano perché prende atto di una situazione di crisi in essere, ma è anche una “cosa utile” perché modifica finalmente il rapporto con la realtà, da un bisogno di quantità ad una necessità di qualità.

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