È pur sempre design

Tutto ciò che faccio non è altro che un proseguimento dei pomeriggi d’inverno passati a disegnare qualsiasi cosa e a inventare architetture precarie e oggetti impossibili con i miei coloratissimi Lego. Ormai sono passati diversi anni, e il gioco si è trasformato in professione, senza perdere però quell’aspetto di “idea casuale” e di divertimento di allora.
Interpreto la grafica come progetto e azione visiva, come organizzazione spaziale di qualsiasi tipo di supporto, bi e tridimensionale, come un “dare un’anima” a qualcosa che altrimenti sarebbe anonimo. Rendere fruibile e visibile in maniera semplice, ma mai banale, un concetto è lo stimolo e il filo conduttore che collega tutti i miei lavori: in sostanza è anche questo il mio mestiere.
L’osservazione continua e le contaminazioni esterne, di qualsiasi tipo esse siano, costituiscono sicuramente una buona regola per potersi dedicare a un buon progetto, quindi ricerca e applicazione devono andare sempre di pari passo. Non a caso dunque le influenze maggiori che ho subito non provengono espressamente dal mondo del design, ma derivano, in maniera più ampia, da una necessità reale di ripulire il marasma di informazioni visive che saturano la quotidianità, in modo da riuscire a riassegnare valore a un linguaggio non necessariamente “parlato”.
Il mio lavoro può essere suddiviso in due aspetti separati tra loro ma al contempo strettamente influenzati. Da una parte, i miei interventi legati all’attività di progettista/artista sono una valvola di sfogo per poter sperimentare e creare nuove modalità di “lettura”: l’utilizzo di elementi semplici e immediati per affrontare concetti complessi attraverso le installazioni site-specific cui do vita rendono partecipe l’osservatore, lo inglobano e lo spingono a codificare l’intervento, ricco di contaminazioni provenienti dal mondo della comunicazione visiva. Dall’altra parte, le varie competenze professionali di progettista grafico, dall’allestimento all’identità visiva, dall’editoria al multimediale, sono frutto anche della ricerca e della sperimentazione accumulate nelle mie esperienze artistiche. Avere un’impronta identificativa e lavorare anche in funzione di questa contribuisce a rendere completo il mio lavoro, perché solo in questo modo il “mio design” ha un collegamento con la natura artistica, e per certi versi artigianale, della figura del progettista grafico: una specie di ritorno a quando il progettista era allo stesso tempo un artigiano, un tecnico e un teorico. Nella mia formazione ho avuto la fortuna di incontrare molte persone interessanti e stimolanti, che mi hanno fatto capire l’importanza della passione per ottenere un prodotto di qualità sul lavoro; un po’ come si faceva una volta, quando le “rotelle” che bisognava fare girare erano quelle del cervello e non quelle del computer. Oggi il design e la figura del designer hanno svariate sfaccettature, diversi campi d’azione, ma sono tutte accomunate dalla reale capacità di concretizzare le idee, in maniera professionale, per arrivare al prodotto finale.
I miei committenti si occupano di design, arredo e complementi, progettazione integrata, allestimenti, hi-tech, editoria, musica, multimedia, cultura, arte.
Il design probabilmente non salverà il mondo, ma sicuramente può contribuire a farlo vivere meglio.

 

Wladimiro Bendandi

 

Immagini:
Warning!
Man in a box
Thisisnotanartwork
Studio

 

Informazioni
www.d-plus.it
www.xy-z.it

 

(Articolo tratto da Dossier Habitat n. 39)

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