Progettisti in fuga, il Brasile: luci e ombre della terra promessa

Prosegue la serie dei “progettisti in fuga” che abbiamo inaugurato un po’ di tempo fa. Non è una serie di articoli che ci rende felici, ma è una rubrica realistica. Del resto, noi facciamo tutto per un click in più e questi articoli ne hanno avuti molti. A parte gli scherzi, l’argomento interessa: è segno che la situazione nel nostro paese è degenerata e che l’estero rappresenta la via di fuga lavorativa (e non solo ovviamente), per chi può permetterselo. Avevamo scritto che i master sono più qualificanti all’estero, e questo è uno dei motivi per cui i cervelli progettuali italiani scappano (leggi Architetto o designer, fuggi dall’Italia: anche i master sono migliori se puoi permetterteli).

 

Abbiamo scritto sul progetto di internazionalizzazione degli Architetti italiani (leggi Lavoro all’estero, Architetti: ecco nuovi strumenti per conoscere subito le richieste) e sul database degli architetti italiani per trovare lavoro all’estero.

 

L’argomento è importante, tanto che anche l’ottavo Congresso nazionale Inarsind si apre nel segno delle opportunità internazionali per gli studi: il 10 (domani) e l’11 ottobre a Taormina (dell’Hotel Villa Diodoro di Taormina) ingegneri e architetti si confrontano anche su questo tema. Non solo le problematiche più stringenti della libera professione, principalmente legati ai dubbi e alle modalità della recente riforma, ma anche le nuove opportunità legate alla crescita e all’internazionalizzazione degli studi.

 

Ecco cosa ci dice la nota ufficiale del Sindacato: “La crisi economica rende molti professionisti disponibili alla ricerca di lavoro all’estero e ci si interroga sui canali che possano aprire una tale possibilità, sulle modalità di ingresso nel mercato internazionale”.
In questo senso, gli interventi e la tavola rotonda scelti per il programma del congresso si muovono nella direzione della “riduzione del deficit di informazioni che esistono sull’argomento” e sull’offerta di “un ampio panorama sulle esperienze già collaudate”.

 

E non finisce qui. Il Brasile, in occasione dei preparativi per la Coppa del Mondo FIFA 2014 e in vista dei Giochi Olimpici attesi per l’estate del 2016, sta attraversando una fase di grande sviluppo infrastrutturale. Moltissimi studi stranieri ne hanno approfittato: gli architetti inglesi di Populous, che hanno progettato l’Arena das Dunas a Natal, e gli studi HKS e Gensler, che hanno aperto sedi a San Paolo.

 

Gli esperti dell’AIA (The American Institute of Architects, che seguono alcuni progetti americani in Brasile) pensano che il Brasile sia una sorta di terra promessa, perché al boom economico non è seguito un adeguamento dei servizi e delle infrastrutture: architetti, paesaggisti e ingegneri possono intervenire in questi settori, in aeroporti, stabilimenti produttivi, sanità, illuminotecnica e piani urbanistici. Per esempio.

 

Secondo le statistiche del governo brasiliano, dal 1999 al 2009, 31 milioni di persone sono entrate a far parte della classe media brasiliana. Ora la classe media conta 95 milioni di individui, cioè il 52% della popolazione totale. Il Brasile, solo di poco più piccolo rispetto agli Stati Uniti, possiede solo il 13 per cento della quantità di linee ferroviarie rispetto agli Usa: la maggior parte delle merci viene trasportata dai camion, ma solo il 14% delle strade brasiliane è asfaltata. Di lavoro da fare ce n’è.

 

Secondo un portavoce dello studio di architettura americano HKS, molto attivo in terra brasiliana, in Brasile è possibile inoltre “esplorare le soluzioni di architettura meno ortodosse, in una cultura d’impresa conosciuta per la sua flessibilità e gli accordi informali”.

 

Bene, ma non è tutto oro quello che luccica quindi. Ritardi e cambiamenti improvvisi in cantiere, senza consultare l’architetto, succedono spesso: la flessibilità sul lavoro ha, per definizione, risvolti negativi da tenere in considerazione. Un’ultima nota: il punteggio di corruzione del paese è 43 su 100 (fonte: Transparency International).

 

Il Brasile sarà la terra promessa, ma bisogna andare cauti e muoversi con le antenne dritte.
E poi, ricordiamolo: come successe già anni fa con l’America, se fuggiamo in Brasile, là siamo immigrati. A me sta bene. A voi?

 

a cura di Enrico Patti

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