Progettazione ed esigenze reali, una riflessione

(di Marcello Balzani) La costruzione del reale: un lusso per pochi? Tornare a formare gli architetti capaci di comprendere i fenomeni prima di intervenire con il progetto.

Non è semplice definire i confini del reale.

Un problema tipico di molti aspetti che ci riguardano nel ruolo di architetti, per esempio, è proprio quello di saper distinguere tra realtà e verità, tematica tanto cara ai colleghi avvocati e giuristi.

La realtà costruttiva, realizzativa, la cosistenza formale, su cui poi intervengono dati, misure, misurazioni, stime devono spesso (ma bisognerebbe forse scrivere sempre) possedere anche un sapore di verità, all’interno di un specifico ambito tecnico o all’interno di un contesto descritto per cogenza tecnico-normativa.

La situazione che oggi si profila, attraverso lo sforzo che il sottoscritto (come altri ovviamente) sta mettendo in campo nel largo fiume della formazione (incessante e permanente, quindi continua) che richiede la nostra Professione di Architetto, mostra, dal proprio osservatorio privilegiato (per quanto particolare comunque diffuso su tutto il territorio) una difficoltà:

  • a comprendere e a descrivere i fenomeni prima di simulare un progetto di trasformazione o di intervento;
  • a costruire il reale all’interno di una dimensione non solo estetico-formale ma anche tecnico-prestazionale; o meglio a creare i giusti collegamenti che non rendano questi due aspetti del reale antagonisti o vicendevolmente cannibalizzanti.

Sembrano due ragionamenti banali….

Da un lato queste cose si insegnano normalmente nel corso di studi (universitario e/o di perfezionamento, ecc.) e dovrebbero essere quotidiane in un corretto e qualificato processo di esperienza professionale in uno studio di architettura.

Dall’altro bisogna anche chiedersi cosa è accaduto in questi ultimi anni all’interno della professione tecnica e di quanti ostacoli di ogni tipo si frappongano tra il corretto lavoro di un professionista tecnico e la possibilità di portare a compimento con soddisfazione un percorso progettuale verso una concreta realizzazione (collaudata e liquidata economicamente).

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In una valutazione estensiva e non certo di nicchia o qualitativa (che vede evidenti ed ovvie eccellenze e saperi integrati e fortemente abilitanti) si consolida, ahimè, la percezione di un progressivo scollamento della Professione dell’Architetto del recupero di capacità progettuali coerenti sul piano della realtà e, quindi, tutelanti sul piano della verità.

Insomma viene dedicato molto tempo per progettare come se i fenomeni su cui si interviene fossero chiari e definibili nelle metodologie descrittive (anche per criteri e metodi di rappresentazione). Si pensa di risolvere tecnologicamente problemi con dispositivi che posseggono un’evidenza di scelta rispetto ai fenomeni (percettivi, microlimatici, di degrado, ecc.) senza tener conto di quanto pesa la realtà.

È come se il mondo si stesse ribaltando: la soluzione descrive il fenomeno, la tesi conforma l’ipotesi. In questo le tecnologie informatiche (con la loro fragilizzazione e scarsa incubazione nelle nostre memorie fatte un tempo di tanta esperienza) non ci vengono sempre in aiuto e riducono i confini del reale mentre espongono l’architetto a dichiarazioni false e poco veritiere.

In questo caleidoscopio contorsionismo formativo in cui tutto è ammissibile purché produca ore (e quindi crediti formativi) a volte mi chiedo se la consistenza del reale sia ancora possibile o solo un lusso per pochi.

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