Progettazione del paesaggio e dell’immagine delle citta: Landscape, Cityscape

(di Marcello Balzani) Di solito quando inizio a scrivere ogni editoriale prima cerco le immagini. Ne trovo tante. Molte di più di quelle che poi potranno essere inserite per motivi di grafica, spazio, impaginazione. So già in anticipo che rimarranno tra le righe parole che non verranno scritte come tra le pagine figure che non troveranno dimora. […] Ma tant’è, è il destino di chi approccia le e-zine curate dal direttore Federica Maietti: trovare al di là del salto della fragile, forse solo all’apparenza, staccionata, un fosso, un rogo o una seppure apocrifa forma di benedizione.

 

Un’esplorazione, che soffre dell’azione accelerante e al contempo restringente dello spazio (scrive Marc Augé in Rovine e macerie), costituisce uno degli elementi fondanti della surrogazione culturale che si nasconde nelle categorie ormai omologhe del Cityscape e del Landscape. Una modalità illustrativa che dai tempi di Gordon Cullen e Kevin Linch agisce sulla produzione di immagini e di ricordi, tipica dell’iperattivismo turistico di cui i paesaggi sono immersi e forse generati. È un turismo che vive di informazioni superficiali. Traducendo alcune categorie di Augé nello strumentalismo schematico di un testo quale è questo che leggete, si potrebbe dire che la forza pervasiva dei nonluoghi rifugio (molto attuali nell’immaginario paesaggistico_turistico) si trasferisce nei nonluoghi dell’immagine (attraverso un processo di copiatura falsificante che sa molto della creazione di simulacri tanto cara a Baudrillard).

 

Ecco quindi perché l’estrema difficoltà di mettere in atto (con regolamenti, processi, progetti) un qualcosa di utile (dalla conservazione fino alla trasformazione) su queste due categorie, Cityscape e Landscape, che sono così fortemente astratte e simboliche mentre appaiono tanto concrete. Come molte categorie simboliche, infatti, vivono e si alimentano di valenze estetiche, linguistiche, narrative ed interiori. Dato che “ogni paesaggio esiste solo per lo sguardo che lo scopre” (Augé), il rapporto testimone/osservatore è il cardine su cui si fonda la struttura delle apparenze e l’iperproduzione di paesaggi (stimolati e stimolanti) nell’ammiccante gioco voyeuristico sul web né è un potente esempio.

 

Se Burckhardt  trent’anni fa scriveva che “il paesaggio è dunque un specie di perce­zione mai esattamente spiegata, perché il geo­grafo scienziato parte dall’idea che ci sia un’ar­monia prestabilita che gli per­mette di giudicare ciò che è tipico in questo paesaggio e ciò che è estraneo”, oggi potremmo affermare che non è tanto l’estraneo ad avere un ruolo quanto piuttosto il delta relazionale che si attiva tra il processo di uniformazione e quello di spettacolarizzazione e le ottocentesche categorie del paesaggio naturale, urbano e rurale si perdono nella nebbia del banale. […]

 

Scriveva Jean Marc Lamunière in un articolo di Paesaggio Urbano di qualche anno fa ma dall’attuale contenuto e titolo Lo strano fra il bello e il brutto. Se­miologia e ti­pologia dell’architet­tura e dell’agglome­ra­zione: “Dare il giudizio di ‘bello’ ad un’opera, alla sua forma, alla sua espressione come al suo con­tenuto, co­me al luogo in cui è posta, corri­sponde simultaneamente a metterla nell’in­sieme dei se­gni comunicanti che fanno parte della lingua (collettiva), della quale si consi­dera opportuno e forse indispensabile il suo rinno­vamento. Al contrario, dare il giudizio di ‘brutto’ alla stessa opera, alla sua forma (…), etc., corrisponde alla speranza di rifiutarla ri­gettandola nel campo delle esteriorità escluse, quel territorio che noi definiamo spesso con pa­role come barbarismo (lo strano, l’altro, i cui codici sono diversi dai nostri), termini spesso evocati dai trat­tatisti a proposito di nuove architetture delle quali si vorrebbe eliminare quell’influenza perversa. Perciò, il far uscire l’opera da quello stato prov­visorio e ambiguo di ‘strano’ (o come molti di­cono di ‘speciale’), per accettarne finalmente la bellez­za e rifiutarne la brut­tezza, dipende dall’opi­nione che abbiamo della lingua stessa, della sua messa in opera e dal suo consumo: po­vera e da rinnovare o ricca e da non toccare”. 

 

E tanto per non creare equivoci provate a rileggere i paesaggi contenuti nelle Immagini di città o (meglio ancora) l’Infanzia berlinese di Walter Benjamin: “non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. (…) Quest’arte l’ho appresa tardi; essa ha esaudito un sogno, le cui prime tracce furono i labirinti sulle carte assorbenti dei miei quaderni”.

 

Mi fermo. I collage che illustrano al contorno queste parole esemplificano meglio delle parole stesse, perché come scrive Marc Augé “le scritture e il paesaggio sono simbolici: ci parlano di ciò che abbiamo in comune e che, tuttavia, per ciascuno di noi resta diverso”.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Landscape/Cityscape”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, Ana Castaño, Gema Álvarez, Luis Gutiérrez, Mario Díez, Università di Valladolid, vista del progetto Living in a Pixel, elaborato nell’ambito della ricerca Hutopolis: city visions

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