Professione architetto, internazionalizzazione e innovazione per il lavoro estero

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(di Marcello Balzani)

Un’intervista a Livio Sacchi, coordinatore del Dipartimento Esteri – Internazionalizzazione del lavoro italiano del CNAPPC (Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori), per capire quali sono gli orizzonti internazionali della professione architetto.

Il tuo Dipartimento rappresenta una grande opportunità, perché mette al centro il “lavoro” in rapporto con il mercato estero. Per chi non l’avesse ancora capito il futuro della professione architetto non è sicuramente nell’orticello di casa e tra il sistema di interessi e di relazioni a scala comunale, provinciale o regionale. L’architetto è ormai “stretto” anche nei soli confini italiani e deve obbligatoriamente individuare una vocazione di esportazione dei propri saperi. Facendo perno sulla tua lunga esperienza professionale all’estero, come stai organizzando questo nuovo Risiko?

Su due livelli. Il primo, più semplice, è costituito della divulgazione delle nostre eccellenze all’estero. Il lavoro degli architetti italiani, fatti salvi i pochi nomi internazionalmente noti, non è poi così conosciuto fuori dai nostri confini. Possiamo e dobbiamo fare moltissimo per far circolare le nostre migliori realizzazioni utilizzando mostre, workshop, forum e altre occasioni di visibilità, occasioni che, peraltro, spesso ci vengono offerte senza alcun investimento economico da parte nostra. Il secondo livello, più difficile da gestire, è costituito dalla effettiva ricerca di occasioni di lavoro all’estero: un obiettivo complesso, al quale ci dobbiamo preparare facendo gioco di squadra con i costruttori, i produttori di materiali edili, di elementi d’arredo ecc.

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Ci sono mercati diversi nel mondo: mercati di Paesi consolidati, di Paesi in via di sviluppo e di Paesi che hanno trovato una strada per lo sviluppo con tante contraddizioni. Secondo te quali sono oggi i mercati più strategici per gli architetti italiani, pensando alle nostre abilità, competenze ed esperienze?

I mercati più interessanti sono quelli dei Paesi in via di sviluppo: il Medio Oriente, l’Asia e l’Africa, in particolare negli ambiti delle nuove tecnologie sostenibili, della rigenerazione urbana e del restauro, dell’interior design. Si tratta tuttavia di aree geografiche molto diverse tra loro, alle quali è necessario applicare strategie diverse.

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Livio Sacchi

Esportare un prodotto è più facile che esportare un progetto. Basta navigare in rete per comprendere che tradurre (e rendere comprensibile) il contenuto di un prodotto è intuitivo ed inclusivo, mentre fare la medesima cosa con un percorso progettuale (e riuscire a mantenere l’attenzione e l’interesse) non è affatto semplice. Quanto dovrà cambiare il nostro modo di comunicare la professione per internazionalizzare il lavoro italiano?

L’internazionalizzazione del nostro lavoro all’estero non può che passare attraverso un fortissimo sforzo d’innovazione dei nostri studi e del nostro approccio al mestiere. Non è tanto difficile esportare un progetto valido se riusciamo a puntare, oltre che su un’idea valida (il nostro gusto e le nostre scelte sono estremamente apprezzate all’estero), su una altrettanto valida capacità di gestione del progetto in tutte le sue fasi, dal concept iniziale fino alla puntuale realizzazione, gestione e manutenzione dell’edificio. Dobbiamo anche essere in grado di dimostrare di aver costruito, con successo, edifici tipologicamente simili: ne risultano premiati gli studi più grandi, attrezzati e competitivi.

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Anche la formazione universitaria prima, e permanente poi, dovranno contribuire a rendere più flessibile la figura dell’architetto italiano per il mercato globale. Non è solo un problema di lingua (relazionale, commerciale e tecnica) ma anche di saperi normativi, appropriatezze tecnologiche, fattori ambientali e sociali, tradizioni culturali, ecc. Come si mette concretamente in azione questo desiderio (pragmatico) di scoperta?

La formazione universitaria, eccellente sotto tanti punti di vista, si è però troppo allontanata da una realtà professionale che è in continuo cambiamento e che, soprattutto quando si misura con gli orizzonti internazionali, richiede un approccio progettuale molto più impegnativo. La sfida da raccogliere è riuscire non più a rappresentare semplicemente un progetto quanto piuttosto a simulare, all’interno delle nostre scuole, la complessità del processo costruttivo.

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